PROFILI

Tratto dal libro "La Base nel milanese" di Gianni Mainini.

Giuseppe Restelli

Chi frequentava la Base non poteva non conoscere Giuseppe Restelli. Non era il più assiduo a convegni e congressi, ma una presenza pesante quando occorreva farsi sentire. Non lesinava critiche e attacchi a scelte politiche che spesso non condivideva, soprattutto per la mancanza di risultati tangibili e immediati. Senza riguardo agli interlocutori, fossero Marcora, Granelli, Guzzetti, Rognoni o Andreotti piuttosto che Cossiga. Per quel suo spirito indomito, per la sua verve moraleggiante, veniva soprannominato Catilina (nome che in realtà gli veniva dalla Resistenza).


Capo del personale dell’Eni di Enrico Mattei, ha ricoperto incarichi di prestigio anche nella gestione dei quotidiani “Il Giorno” e “L’avvenire”. Inutile dire che tramite lui l’Eni e la Snam erano diventati un approdo possibile di tutte le necessità di collocamento di personale della corrente e della DC e di tutti le amministrazioni locali, basiste e non. Ricordo il gran trambusto quando nel 1990 fece convenire il presidente della repubblica Cossiga e numerosi ministri alla cascina Poglianasca per l’inaugurazione della nuova iniziativa della Fondazione a sostegno di ragazzi con problemi di dipendenza, di esclusione sociale, immigrati, extracomunitari, portatori di handicap, con la collaborazione della Associazione Amici di Giovanni Marcora di Mariapia Garavaglia. Una personalità unica, testimone di carità cristiana più realizzata che predicata. Infatti aveva deciso fin da ragazzo di dedicarsi agli anziani in difficoltà contribuendo a fondare una casa di riposo in luogo. Promotore e presidente per moltissimi anni della Fondazione Rhodense, vi si spegne nel 2007. Qui tratteggiamo sinteticamente alcuni aspetti della sua esperienza resistenziale.

Giuseppe Restelli nasce nel 1924 a Rho. Parla di politica a 15 anni, predestinato a fare cose diverse da quelle tipiche della sua età: cattolico convinto e praticante sarà un vulcano di iniziative. Per alcuni la Resistenza inizia con la renitenza alla leva della Repubblica di Salò e la conseguente necessità di nascondersi in campagna o in montagna per evitare di essere spediti in campi di concentramento; altri trovano il modo di sfruttare la propria occupazione per dare una mano agli amici.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, con diversi compagni di Rho, per lo più frequentatori dell’oratorio, aderisce alle formazioni partigiane comandate da Alfredo Di Dio nella formazione, identificata col nome di Brigata Rhodense, guidata da Giovanni “Albertino” Marcora. La base di riferimento era presso Luciano Vignati, che aveva una grossa drogheria a Busto Arsizio. La Brigata Rhodense, recluta molti giovani cattolici che si ritrovano sia nel locale sovrastante il coro della Chiesa prepositurale di San Vittore sia nel Collegio degli Oblati. Politicamente indipendente come tutte le divisioni comandate da Di Dio, contava tra le sue file molti preti. Il primo contatto con Giovanni Marcora avviene nella camera di padre Giuseppe Maganza, degli Oblati, che con padre Giovanni Longoni seguiva ogni evoluzione del movimento clandestino.

In campo, oltre alla brigata rhodense, c’è la 106 brigata Garibaldi, di estrazione comunista, che accorpa parecchi ragazzi nascosti nelle cascine di periferia e vede tra i suoi comandanti Giovanni Pesce “Visone”, al quale sarà conferita la medaglia d’oro della Resistenza e attribuita la cittadinanza onoraria di Rho. I socialisti fanno capo al distaccamento della Brigata Matteotti, alle dipendenze del comandi di Parabiago. Ricorda personalmente Restelli “Avevo 19 anni. Terminato il liceo classico al Parini, mi ero iscritto alla facoltà di medicina dell’Università di Milano. Nel frattempo ero impiegato all’ufficio anagrafe del comune di Rho. Avevo un amico, Aldo Pravettoni, che lavorava alla tipografia del Centro Salesiano di Arese, detto dei “Barabitt”. Lui mi procurava i moduli per le carte di identità, che alla sera tardi, quando non c’era più il segretario, portavo in ufficio e regolarizzavo con le foto ed il timbro a secco del Comune. Tra le false carte di identità clandestinamente compilate per raggiungere la Svizzera, ne è stata data una anche a Don Carlo Gnocchi deciso antifascista, ricercato, che aveva trovato accoglienza dai Padri Oblati. Gli incontri dei resistenti si tenevano in ambienti che offrivano più vie d’uscita. Il clero aveva percepito l’animus del popolo, si era schierato a favore delle nuove istanze avvertendo i segni dei tempi. Nella sacrestia del Santuario un armadio nasconde una ricetrasmittente ad onde corte che i nazifascisti non riusciranno mai ad individuare L’antenna è piazzata sul campanile.

A montare l’apparecchiatura collaborano Enrico Mattei, presidente dell’Eni, ed Eugenio Cefis, suo successore all’ente petrolifero che alla morte di Di Dio gli subentra al comando delle formazioni: Cefis (Alberto) è spesso presente alle riunioni rhodensi con Luciano Vignati”.

Nicola Chiminello, classe 1920 ricorda. “Io e Giuseppe ci siamo conosciuti all’oratorio. Aderimmo al movimento di opposizione clandestina al fascismo che stava nascendo. C’erano formazioni particolari, agganciate a movimenti partitici, come quelle comandate da Enrico Mattei, denominate Brigate del Popolo che aderivano al partito della Democrazia Cristiana, nato nel 1942. Catilina è il nome di battaglia di Peppino Restelli. Sono stato io ad affibbiargli quel nome, che gli è sempre rimasto cucito addosso. Anche Enrico Mattei lo chiamava così. Nel 1940, studente alla Bocconi, preparavo gli esami con un amico. Peppino veniva più volte a raccontarci le ultime vicende, per tenerci informati. Mi pareva un vero cospiratore, che trama nel segreto. Chi era passato alla storia come cospiratore per antonomasia? Catilina! Cosi ribattezzai Peppino con quel soprannome (avere un nome in codice era una basilare precauzione, un minimo di prudenza)”. Infine, un episodio che collega la resistenza rhodense con il nostro territorio. Nell’ottobre 1944 un accadimento triste: una brigata nera organizza un rastrellamento in cui vengono arrestati quattro renitenti alla leva. La loro colpa era quella di essere in contatto con giovani partigiani. Un delatore li incastra. E così Luigi Zucca, Alfonso Chiminello, Pasquale Perfetti e Alvaro Negri vengono torturati ma non parlano. Il 12 ottobre viene uccisa ad Arese la rhodense Lilia Ferrari. Le camicie nere intendono vendicarla. Non serve organizzare una rappresaglia. Hanno già quattro potenziali vittime. Il giorno dopo, senza processo, i quattro dopo vengono caricati su un camion e portati alla Padregnana di Robecchetto. Sulle sponde del Naviglio, la notte tra il 14 e il 15 sono bersaglio di diverse scariche di mitra e buttati già morti in acqua. Verranno ritrovati nei giorni seguenti, Chiminello dopo due settimane. Lungo l’alzaia, alla Padregnana, un cippo in una rada ricorda la strage.