PISTELLI NICOLA

testo dal libro NICOLA PISTELLI Scritti politici - di Enrico De Mita

Pistelli

Pistelli

INTRODUZIONE

Dio mi guardi, nel presentare gli scritti di Nicola PisteIli, dalla tentazione di voler fornire ai lettori una interpretazione del suo pen- siero che abbia la pretesa di essere esauriente ed esclusiva. Dio mi guardi dalla tentazione di voler ricavare io dalle pagine dell' amico scomparso un manifesto politico nel quale si debbano vedere confermate o smentite le tesi oggi dibattute nel partito democristiano e fuori di esso.
Gli scritti politici di Pistelli parlano da soli; il loro riferimento alla realtà, anche odierna, è cosl immediato ed univoco che non abbi- sogna di essere interpretato. Sicché l'insegnamento che da essi de- riverà sarà dato soltanto dalla illuminazione che arriverà alla co- scienza del singolo lettore.
lo sono un lettore come tanti. Le cose che dirò sono in parte illustrazione dei criteri seguiti nel curare la raccolta e in parte una modesta riflessione personale sui punti, posso dire sulle espressioni, che più mi hanno colpito nel rileggere, dopo la morte, il mio amico Nicola.
Non esiste un pensiero politico di PisteIli elaborato da lui come ideologia astratta. PisteIli era un uomo politico d'azione, ma non era un politico puramente empirico; i suoi giudizi erano sempre sto- ricamente e culturalmente fondati, illuminati da una profonda sensi- bilità democratica e da una ancor più profonda coscienza religiosa. Erano questi elementi, era la sua personalità a dare unità ai sin- goli giudizi politici, alle singole battaglie combattute.
Quando gli amici di Politica mi hanno chiesto di raccogliere gli scritti politici del fondatore del loro giornale, ho avuto timore di non avere altri criteri, oltre quelli personali, nel curare la sele- zione: ho temuto perciò di cadere nell'arbitrio. E invece, a mano a mano che rileggevo i singoli pezzi giornalistici, che già avevano en- tusiasmato migliaia di giovani che s'accostavano alla politica, sco- privo che il compito affidatomi mi veniva sempre più facilitato dal- l'Autore. Non c'era articolo che non avesse un significato politico tale da trascendere l'episodio che l'aveva dettato. Non c'era pezzo - fondo, corsivo, o risposta a lettere di amici e di avversari ,- che non meritasse di essere riletto e meditato. Alla fine quasi tutti sono entrati nella raccolta, perché ognuno conferma e arricchisce la storia di un impegno politico che porta il nome di Nicola Pistelli. Pochissimi sono stati esclusi (e fra questi alcuni, bellissimi, comparsi sulla rivista giovanile San Marco, che ci proponiamo di pubblicare in un apposito quaderno) soltanto per contenere in qualche modo l'ampiezza del volume.
Gli scritti sono quasi tutti articoli giornalistici, già comparsi su Politica (dove PisteIli firmava anche con gli pseudonimi di Fabio Lucatti e Alessandro Simoni, quest'ultimo tratto dai nomi di due dei suoi figlioli) se si eccettua qualche discorso e qualche saggio pubbli- cato anche in opuscolo, come il famoso Dieci anni nella Democrazia Cristiana.
La formula giornalistica non era lo strumento divulgativo di un pensiero elaborato in altra sede,Ogni articolo era, oltre una felice intuizione giornalistica, la individuazione di un preciso fatto politicamente rilevante, un chiaro giudizio politico che si traduceva immediatamente in proposta d'azione politica, storicamente fondata e cultualmente motivata. In mezzo a tanti fogli di corrente, con titoli tanto pretenziosi quanto brutti, non dovette essere difficile per Nicola PisteIli battezzare il suo giornale Politica. E Politica rappresenta forse la migliore forma di giornalismo strettamente politico e uno dei modi più riusciti, se non forse l'unico di questo dopoguerra, di far politica con lo strumento della carta stampata.
Ben presto il numero dei lettori superò quello degli aderenti alla corrente democristiana di Pistelli. Ciò che attirava poteva essere an- che il felice gusto nella redazione dei titoli o l'arguzia delle didascalie (che si potrebbero definire articoli per lettori pigri). Ma c'era ben altro che interessava tanti lettori, anche fuori della Democrazia Cristiana. Non era il giornale, come pezzo di carta stampata, che era sempre un giornale di parte (anzi di una parte della parte), ma era un modo di accostarsi alla politica, un modo di .viverla, di proporre soluzioni e risposte ai problemi della giovane democrazia italiana. Il giornale di PisteIli fu anche oggetto di critiche e di attacchi violenti, senza mezzi termini, da parte della destra democristiana è cattolica; ma anche questo, se non soprattutto questo, ne accrebbe l'importanza ed il peso politico. Il giornale era diventato un modo di liberare la politica dal manto della diffidenza: era la chiarezza, la lealtà, il coraggio, la passione per le proprie idee e il rispetto, pur nella polemica, di quelle degli avversari. Erano le doti, riconosciute anche dagli avversari, del suo fondatore. "
Le voci sotto le quali ho raccolto gli articoli non vogliono esprimere, e non esprimono, altrettante tesi che io abbia astratto dagli scritti di Pistelli. Esse indicano delle realtà evidenti che orientavano la sua azione politica. Firenze, la Democrazia Cristiana, il centro sini- stra, il comunismo, i problemi internazionali: sono i punti di interesse vivo rispetto ai quali venne esprimendo il suo pensiero, la sua politica, la sua personalità.
Come ben può capire il lettore, questi punti non esprimono settori separati d'interessi distinti. La visione politica di Pistelli era unitaria, come unitaria era la sua azione, anche se articolata in diversi tempi e luoghi. PisteIli non era un intellettuale astratto che s'illudesse di risolvere i problemi della democrazia e della libertà con giudizi illuministici, ricavati da un sistema di verità aprioristicamente definito.
La sua azione politica era storicamente e geograficamente collocata. PisteIli era un uomo politico di parte: un democristiano fiorentino.
A Firenze egli prese contatto con i problemi vivi delIa politica italiana: l'Università e il Comune. Prima ancora di diventare assessore ai lavori pubblici della sua città, Pistelli aveva già legato il suo nome al problema centrale della democrazia italiana, il rapporto tra le forze politiche, intuendo, con altri amici della sua corrente, quella linea politica che sarà detta di centro sinistra. L'attaccamento alla lotta municipale, che rivela sempre un vero democratico, non impedì a Pistelli di elevarsi alla considerazione degli àvvenimenti internazionali. Non doveva essere difficile per lui scorgere un fattore comune dei tre livelli del suoint,resse politico, quello locale, quello nazionale, quello internazionale: la presenza dello stesso movimento, il movimento dei comunisti.
Rispetto a questa realtà incontestabile,che si poneva come l'antagonista costante della sue azione politica, Pistelli ebbe un atteggiamento di una intelligenza elementare per un uomo politico, quello di capire non solo il comunismo come « filosofia » politica, ma anche e soprattutto i nessi storici fra i problemi della società,comunale, nazionale ed internazionale, e il movimento dei comunisti.

Il partito

Non occorre notare che pur trattandosi di scritti sulla Democrazia Cristiana e la vita interna del partito, essi riflettono i problemi della democrazia italiana. Alcuni di essi potrebbero essere collocati anche sotto altra voce della raccolta, ma il criterio che ha prevalso per ogni voce è stata la considerazione del tema dominante dello scritto, inteso sia come tesi sostenuta, sia come motivo contingente che l'ha dettato.
Nel 1956 PisteIli iniziava cosl lo scritto Dieci aimi nella Democrazia Cristiana: «No, non è la cronaca ufficiale dei congressi che può rivelare intero il volto della Democrazia Cristiana dal '45 ad oggi; né una rievocazione - anche attenta e minuziosa - dei fatti che in questi dieci anni hanno preso corpo per opera degli uomini rappresentativi dell'amhiente cattolico. Troppi fattori esterni' - di ordine internazionale anzitutto - hanno esercitato sui cattolici italiani una pressione di tale misura ,che oggi non è facile distinguere la normale incorporazione della forza politica nella situazione storica anche imprevista, dalla deformazione che essa imprime quando i fatti sono tanto più gl'ossi di chi li affronta. Troppa parte della Democrazia Cristiana' a livello di hase. è rimasta inespressa o - peggio - ha creduto di vedersi interpretata in atti di governo e in atteggiamenti di partito che invece le erano estranei, perché non semhri in questa sede più proficuo esaminare il vasto fluttuare delle istanze popolari che in questo dopoguerra hanno cercato traduzione politica nel partito di maggioranza ».
Forse allora egli non poteva immaginare che un giorno sarehbero stati proprio i suoi scritti a rivelarci un volto più plausibile del suo partito. Per chi, come lui, partiva da premesse come quelle citate, la vita nel partito non poteva che esplicarsi, da un lato, in atteggiamenti e giudizi critici verso quei fattori esterni aIIa Democrazia Cristiana che pure ne determinavano la politica, e, dall'altro, nella interpretazione della parte inespressa della Democrazia Cristiana, quella malamente interpretata da atti di governo.
La funzione politica che Pistelli ha avuto nella Democrazia Cristiana è stata quella di rendersi interprete di una base popolare, in buona parte riconducibile a quello che egli amava chiamare il « retroterra cattolico». I! compito del partito doveva essere, secondo PistelIi, la traduzione in chiare tesi politiche, al di là degli slogans congressuali, delle vaghe aspirazioni alla libertà e alla giustizia di quel mondo. I! costante riferimento al retroterra cattolico aveva un valore che potremmo definire sociologico, non implicava nessuna tentazione integristica.
Pistelli si legava alla tradizione popolare della Democrazia Cristiana, a quella di Sturzo, di Granchi e di De Gasperi. Il suo metodo era storico-politico, il metodo della libertà, del riconoscimento della funzione democratica di tutte le forze storicamente esistenti nel paese, che non fossero già compromesse con esperienze di tipo dittatoriale.
In questa funzione Pistelli partiva realisticamente dalla considerazione della Democrazia Cristiana come partito a « struttura federativa » con « potenti organizzazioni che le .fanno corona ». E credeva nella possibilità di redimere, dall'interno, questa struttura.
Riteneva « le scissioni un pessimo rimedio ». Si rendeva conto che la forza interna di tale strurtura era la componente dorotea, alla quale negava la caratteristica di corrente, essendo essa « il sindacato che raccoglie la maggior parte del personale democristiano di governo ».
Chi doveva operare la redenzione, nel disegno di PisteIli, era la sinistra, non questa o quella corrente, ma l'insieme delle correnti a ispirazione o a base popolare cheav,essero «la volontà di diventare maggioranza ». Una sinistra che sapesse superare la «vocazione minoritaria ». Quello di sinistra era per Pistelli un nome convenzionale, che si sarebbe potuto anche cambiare. Indipendentemente dalla denominazione la sinistra doveva essere «un movimento d'opinione completo e articolato che facesse nell'intero arco delle organizzazioni cattoliche una sensibilità nuova, non in funzione subalterna alle correnti », ma che creasse il clima per il successo di un certo indirizzo nel partito' e del partito.' Le singole correnti erano pertanto per Pistelli episodi transitori che andavano considerate come espressioni di quel più ampio movimento d'opinione che doveva essere la sinistra, la cui forza non andava, cercata nella consistenza numerica delle correnti ma nel peso polìtico dei problemi del paese che essa avrebbe dovuto porre. I rischi delle correnti sopravvissute alla funzione da esse assolta eranù ben presenti a Pistelli quando vedeva in esse un « sordo contrasto d'interessi » e quando criticava il loro patriottismo «a volte non meno intollerante del patriottismo di partito ».
E un'esperienza transitoria considerò Pistelli quella della corrente di Base, « una federazione di tribù locali » che però non ponew ostacoli alla fusione con altre correnti. La Base aveva avuto secondo Pistelli questo patrimonio (che era anche il suo limite, oltre il quale si scorgeva « la pochezza ideologica e la vaghezza sui programmi concreti »): «una intuizione azzeccata e coraggiosa - l'importanza dei socialisti per risolvere il problema operaio in Italia - insieme ad un amore appassionato e forse polemico con la Chiesa, ed un acuto disagio nel vedere quante volte i cattolici sciupano i piccoli traffici di respiro provinciale l'occasione forse irripetibile del loro potere in Italia ».
Già dopo il Congresso di Napoli del 1962 Pistelli poneva il superamento delle correnti tradizionali. La Base in particolare non po- teva limitarsi a compiacersi del successo delle proprie tesi, ma nel successo doveva trovare con senso d'autocritica la spinta per una crescita di tutte le sinistre.
La vecchia «mappa politica » della Democrazia Cristiana si era creata sul presupposto centrista del partito e sull'equivoco circa l'autonomia politica dei cattolici. Il Congresso di Napoli aveva operato un disgelo che doveva avere conseguenze immediate nello schieramento delle correnti, le quali non potevano dir più nulla di nuovo, nel loro tradizionale schieramento. a « giovani che si affacciavano alla politica quando il superamento del centrismo e il problema della autonomia politica dei cattolici erano avviati a soluzione ».
Il superamento delle vecchie correnti, se non doveva costituire un alibi per chi volesse aderire al sindacato doroteo, non doveva neppure portare ad un semplice cartello delle sinistre.
Non un semplice rovesciamento delle alleanze interne di partito diretto aduna più conveniente spartizione del potere, ma una riqualificazione politica dei gruppi esistenti. La sinistra non doveva insomma barattare le proprie tesi per qualche fetta di potere in più, «accettare l'ingresso in direzione come indennizzo di ciò che avrebbe dato il sistema proporzionale ».
Se, per senso realistico, Pistelli sapeva di non poter prescindere dai gruppi e dalle personalità del partito (basta vedere il costante appello a Fanfani, fatto anche su Politica, del quale pure non condivideva certi atteggiamenti), egli non riteneva che fosse sufficiente l'organizzativismo e un elenco di cose da fare a qualificare una sinistra. L'organizzazione e il programma erano importanti, ma dovevano essere preordinati ad una strategia politica.
La sinistra doveva essere insomma una sinistra politica, attenta cioè ai problemi della libertà e dell'ordinamento di uno Stato democratico e non « un magma populista che si limiti a chiedere una lista di provvidenze economiche ». Pistelli sapeva che la «più scomoda » era la sinistra politica. Sapeva che era anche più difficile costruire un discorso di sinistra. « Non è necessario che l'onorevole Andreotti teorizzi il tipo di Stato che vorrebbe ... , perché ci pensa l'apparato ministeriale di Roma a progettare in concreto il tipo di Stato che va bene. Non è necessario che l'onorevole Scelba sappia con precisione come si fa a parlare ancora di centrismo con Saragat e Reale che non ci stanno più, perché ci pensa Mario Missiroli ad accomodare tutto con un articolo sapiente e sfuggente sulle colonne de Il Corriere della Sera... Diversa, molto diversa è la posizione della sinistra democristiana. Essa non può attingere all'ordine esistente, come fa la destra cattolica, né d'altra parte può adottare gli schemi marxisti di critica allo Stato liberale: sarebbe una soluzione comoda ... , ma in realtà' questo significherebbe rinunciare alle ragioni prime della nostra esistenza come sinistra democristiana. Sapeva dunque che il successo non era a portata di mano.
Non vedeva nelle sconfitte la fine della lotta, ma soltanto «lo spostamento dal vertice alla periferia del centro di gravità della battaglia politica ». Diceva che la sinistra doveva avere senso d'autocritica e che non doveva ritenersi appagata dalla soddisfazione di vedere confermate dagli avvenimenti alcune proprie intuizioni. Aveva capito cosi che proprio dopo l'avvento del centro sinistra la battaglia della sinistra democristiana sarebbe stata più difficile.
Ma questa difficoltà non lo scoraggiava. « Lo scacco di Cuba, scriveva a questo proposito, fu per Kennedy un momento terribile, ma fu anche l'inizio di una grande presidenza ». E allora si chiedeva: «ci sono nella classe politica italiana uomini che abbiano lo stesso impasto morale di cui Kennedy dette prova dopo il suo errdl:e a Cuba? ».
Era questo, l'impasto morale, il primo requisito che Pistelli riteneva necessario per una sinistra politica democristiana. Il primo compito della sinistra doveva essere per lui far scoprire al mondo cattolico una dimensione pubblica della morale, non in termini integristici, ma sul piano del costume politico. Contro la tendenza di tipo laburista egli vedeva alcuni compiti peculiari della sinistra democristiana: combattere i patti fra potere politico e alcuni potenti interessi che portano a massicci finanziamenti per i partiti; denunciare la quotidiana deformazione della verità fatta da stampa, radio e televisione; considerare le cause della inefficienza fiscale riconducibili a comportamenti disonesti.
Riteneva che la sensibilità politica dei tecnici non consistesse nel prendere la tessera di partito ma « nello spirito di comunità e nella concezione morale della propria professione » che fa « rifiutare alI 'architetto di partecipare alIa lottizzazione di una zona verde nel centro delIa città per costruirvi un'altra speculazione di cemento ».
In questi campi, egli osservava, le tesi della sinistra « rischiano, di prendere un sapore strano ed eretico ».
AlIa luce di questi problemi là Democrazia Cristiana gli appariva come «lo specchio abbastanza fedele del retroterra cattolico che le sta alIe spalIe ». A questo punto - egli scriveva in un articolo sulIa crisi delIe correnti - restano due sole strade:· o indietreggiare sul grosso del partito, per non perdere i! contatto col retroterra cattolico, oppure preoccuparsi della crescita civile di questo retroterra, dell'aggiornamento delIe sue convinzioni economiche e delIa sua sensibilità culturale, perché soltanto còsl esso sarà in grado di intendere la nostra politica e la sinistra democristiana eviterà i! rischio di rimanere isolata >". Era un compito per il quale non bastava più la Base, ma un più articolato e vasto movimento.
I! terreno sul quale PisteIli chiedeva che si misurasse la sinistra nel partito era (oltre la spinta morale di cui s'è detto) il terreno delIe proposte programmatiche concrete, che fossero metro di scelte politiche d'ampio respiro. Su queste tesi egli faceva continui appelli alle correnti e in particolare all'onorevole Fanfani (i! lettore riscontrerà quante volte qllesto appello è stato fatto e quante volte i! nome di Fanfani ricorre nei titoli degli articoli) anche se, egli scriveva, non è facile cogliere le tesi di Fanfani perché esse non seguono un filo logico.
La piattaforma programmatica doveva essere idonea a scomporre nel partito i rapporti di forza artificiosamente costruiti per pure esigenze di potere. Ecco perché egli riteneva, in polemica con Fanfani, che « non è attraverso un comitato di saggi che la Democrazia Cristiana può formarsi un programma ». C'è il metodo. per scomporre secondo schieramenti più sostanziali una forza, come quella dorotea che a ragione viene ritenuta artificiale: è quello di chiedere a ad essa di far misurare tutto il partito sui grandi temi della politica, della politica economica, estraendo le scelte importanti come la politica agricola «da quell'angolo chiuso in cui l'onorevole Bonomi si consulta con l'onorevole Colombo e poi comunica le sue condizioni per appoggiare il governo ».
Sempre pensando all'unità delle sinistre, egli esprimeva queste ipotesi: «se le forze più popolari del partito faranno appello alle tante energie esistenti in periferia, raccogliendole intorno ai grandi temi della politica italiana ed internazionale, la Democrazia Cristiana potrà ancora stupire l'opinione pubblica del paese per la vitalità che saprà dimostrare ».
In sostanza la sinistra doveva essere il ·rovesciamento qualitativo di quella Democrazia Cristiana che Pistelli vedeva riposare, fra l'altro, su quattro grossi errori: 1) Non aprirsi verso l'ala aperta del mondo imprenditoriale; 2) Non allevare giovani quadri dirigenti; 3) Non curare la stampa: «soprattutto Il Popolo, con quella impaginazione e il tono cerimoniale che non concedono nulla alla vivacità dello strumento giornalistico, ha finito per assumere il carattere e la diffusione tipica di una gazzetta ufficiale in cui i rari lettori cercano i decreti della segreteria politica e il testo stenografico dei discorsi dei ministri »; 4) Essere « un frondoso albero sotto cui non nasce nulla », malgrado la Casa Editrice Cinque Lune e i convegni di San Pellegrino: un partito dalla « sterilità congenita », dove i giudizi culturali non si traducono in atteggiamenti politici. Al massimo si dà l'organizzativismo.
Obiettivo proprio della sinistra doveva essere pertanto quanto meno quello di battere la strada perché i giudizi culturali si traducessero in giudizi politici.
Personalmente Pistelli seppe farlo sia nel modo di impostare la sua azione politica in generale, sia nella invenzione di strumenti che affiancavano il giornale, come le iniziative di Cultura e i viaggi all'estero di amici della periferia democristiana. Tutti gli articoli raccolti sotto la voce Il Partito sono espressione del suo modo di vivere una politica di sinistra, della sua polemica con la maggioranza, delle singole battaglie ,combattute nella Democrazia Cristiana, da quella per la proporzionare a quella per le preferenze nelle elezioni per la Camera alla lotta, infine, per il Quirinale, quando scopri i disegni strategici che il gruppo doroteo perseguiva per quella via. In. ogni discorso, in ogni atteggiamento rivelava un attaccamento sostanziale al partito, difficilmente riscontrabile in altri democristiani della maggioranza.

Il centro sinistra

Gli scritti raccolti sotto questa voce riflettono il contenuto di quelli dedicati al partito della Democrazia Cristiana, soprattutto se si pensa che la lotta interna di questo partito verte in gran parte sul diverso modo di interpretare la politica di centro sinistra, i rapporti cioè tra formula e programma di governo, e se si pensa che era anche sulle grandi linee programmatiche che Nicola Pistelli intendeva verificare la possibilità di pervenire ad uno schieramento di sinistra nella Democrazia Cristiana che diventasse maggioranza del partito. Gli scritti di questa voce hanno forse una maggiore importanza storica, perché vi si legge la cronaca politica dei fatti nei quali si è venuta articolando (giudizio di merito a parte) la più interessante linea politica del dopoguerra. ..
Diventa interessante sapere che cosa pensasse del centro sinistra quella corrente democristiana, facente capo a Pistelli, che per prima ne intul l'importanza per lo sviluppo della democrazia nel paese. Le condizioni che Pistelli veniva esponendo perché l'operazione non si risolvesse in un fatto di conservazione, erano cosl formulate: a) da parte socialista, « la classe operaia non deve vedere nella partecipazione al governo dei socialisti una corruzione dei propri capi. L'autonomia dei socialisti non deve essere un pasticcio riformista, né una spedizione di soccorso per l'onorevole Fanfani » (si era nel .. 1958). Ma già nel 1957 Pistelli ammoniva: «una politica che intende catturare la classe operaia per utilizzarla come secondo esperimento socialdemocratico avrebbe risultati cosl sicuri da lasciarci tra le mani magari alcuni rincalzi socialdemocratici senza il seguito della classe operaia » .. E nel 1963 scriveva ancora: «il problema politico non è di portare certe forze al governo, ma di non farle complici del sistema ». b) da parte democristiana, già nel 1958, metteva in evidenza che i buoni propositi del governo Fanfani erano affidati a ministri che dissentivano dal nuovo orientamento di centro sinistra; e nel 1960, dopo il fallimento delle trattative con i partiti laici sostenitori del centro sinistra, affidate all'onorevole Segni, Pio, stelli cosl commentava il risultato: «sembra ovvio a tutti che la formazione di un governo" di centro sinistra dovesse essere affidata ad un esponente che ci credesse, ma entro la Democrazia Cristiana usa il sistema del contrappeso, cioè di affidare il dialogo con partiti laici ad un uomo di destra e di redimere i governi di destra con la presenza di alcuni sindacalisti ».
Nel suo ultimo discorso, l'unico pronunciato alla Camera dei Deputati, in occasione del dibattito sulla fiducia al governo Moro, nel 1964, (vedilo in Politica, 1 ottobre 1964) egli ricordava che i partiti erano consapevoli fin dall'inizio delle notevoli difficoltà di carattere politico, all'interno di ognuno di essi - e di carattere generale. Ma quello che lamentava era la mancanza di franche risposte sui motivi delle difficoltà, prima di tutto «l'impreparazione programmatica dei partiti di centro sinistra ».
Fin dal 1958 Pistelli aveva auspicato, in vista del centro sinistra, un processo di revisione politica nell'ambiente cattolico e in quello socialista. E nel 1959 faceva rilevare che l'apertura a sinistra sarebbe stata un'operazione equivoca in certe condizioni di impreparazione e di non intelligenza delle conseguenze politiche che essa avrebbe comportato.
Non bastano certi obbiettivi in comune, diceva fra l'altro: «il terreno delle riforme non è neutrale ». E nel 1961: non basta elencare dei punti. Occorre una diagnosi che indichi in quale spirito devono essere interpretate le scelte programmatiche.
E nel diverso modo di interpretare la politica di centro sinistra Pistelli riscontrava differenze notevoli non solo all'interno della Democrazia Cristiana, ma anche nello schieramento dei partiti laici, dove spiccava la posizione moderata dei socialdemocratici.
«Dopo aver discusso per anni sul centro sinistra - scriveva a questo proposito - si scopre poi che esiste un certo divario per interpretarlo ». «I socialdemocratici hanno la paura di essere aggirati a sinistra. Ma le tesi della sinistra democristiana appaiono già caute rispetto alle attese di certa periferia che bolle sotto ».
Il cosiddetto scavaleamento a sinistra appariva chiaramente a Pistelli come il risultato inevitabile della tendenza moderata dei socialdemocratici e della coerenza della sinistra democristiana con le proprie posizioni. D'altro canto non 'era un mistero che quando Saragat si schierava su posizioni più aperte veniva accusato dalla stampa borghese di « plagiare la sinistra democristiana » e veniva invece difeso dalla stessa stampa contro gli alleati repubblicani quando essa· voleva « colpire alle giunture il centro sinistra » .
. «Ci è accaduto più di una volta - scriveVa Pistelli - di dover scavalcare a sinistra gli alleati socialdemocratici senza averne alcuna intenzione, perché non è colpa della sinistra democristiana se essa resta ferma sulle proprie posizioni, mentre il leader socialdemocratico si sposta invece su tesi vicine a quelle dell'ambiente moderato, sicché ci troviamo a sinistra dell'onorevole Saragal senza che muoviamo un dito ». Insomma il diverso modo di intendere il centro sinistra passava attraverso i partiti della coalizione, fra le destre e le sinistre dei diversi partiti democratici. Diventava allora più interessante di tutto dal punto di vista di Pistelli la convergenza di giudizio e di azione fra tutte le sinistre della maggioranza governativa. Non solo, ma diventava determinante soprattutto il modo· di intendere la delimitazione della maggioranza nei confronti dei partiti ad essa esterni, in particolare del Partito Comunista.

Comunismo e comunisti in Italia

Uno dei punti discriminanti nella interpretazione da dare alla formula di centro sinistra è stato visto da PisteIli nel diverso .modo di intendere il nuovo equilibrio delle forze politiche determinato dalla alleanza fra democristiani e socialisti.
Per Pistelli il centro sinistra doveva produrre un «moto. costante di allargamento dell'area democratica» con liberali e comunisti nel ruolo normale di oppositori. . Nei confronti dei comunisti. si trattava di superare la mentalità .
centrista che « chiudeva il Partito Comunista in una specie di lazzaretto morale proclamandolo forza infetta nel corpo della nazione ». Si trattava dunque di assumere nei confronti di quel partito un nuovo atteggiamento, che differiva profondamente da quello posto nel 1955 nei confronti dei socialisti. Allora si trattava di comporre una maggioranza popolare; col centro sinistra, invece, che realizzava appunto quel tipo di maggioranza, il problema dei comunisti stava per PisteIli in una « sfida ad armi pari », in un confronto che eccitasse tutte le forze migliori (della Democrazia Cristiana e degli altri partiti) a combattere gli errori della politica del Partito Comunista, considerato come fenomeno italiano.
I nostri ministri considerano il Partito Comunista - scriveva nel 1959 nell'articolo « La fabbrica dei comunisti » - « come una forza di automi sovversivi, ai quali bisogna opporre un baluardo purchessia; noi crediamo invece che le fortune del Partito Comunista prosperino sui torti del nostro sistema sociale, e che allearsi con le forze della destra economica, che sono titolari di quei torti, significa fare - obbiettivamente - il gioco dei comunisti ».
Alle rivendicazioni spicciole dei comunisti bisognava opporre dunque una politica che non avrebbe mancato di coinvolgere gli stessi comunisti. Chi abbia, ej;(li scriveva, una impostazione programmatica precisa sul problema della distribuzione commerciale o sulla necessità di mettere a riposo le diecine di presidenti e di consiglieri di amministrazione degli Enti di previdenza da unificare, sarà un valido antagonista del Partito Comunista, che si mette alla testa dei commercianti al dettaglio contro i supermercati e dei piccoli industriali contro gli oneri degli Enti di previdenza. Non lo sarà cbi lotti astrattamente " l'economia collettivista del Partito Comunista ».
La condanna ideologica, in una opinIOne pubblica non politicizzata, concludeva, ha la stessa efficacia degli scongiuri contro il malocchio. L'incomunicabilità del centro sinistra con l'opposizione comunista gli appariva allora come una specie di barriera doganale che lascia i! Partito Comunista tutore della moralità pubblica. Insomma l'anticomunismo tradizionale era ritenuto da PisteIli un atteggiamento imbelle a reggere il confronto con la scaltra e duttile aggressività del Partito Comunista.
Quando la maggioranza di centro sinistra, di fronte al tentativo del Partito Comunista di inserirsi nelle sue fila, si proponeva l'isolamento di esso, PisteIli osservava che tale isolamento poteva essere soltanto il risultato di una politica e non poteva essere assunto come lo scopo di una formula politica diversa da quella centrista.
«Ci sarà la programmazione ». E i comunsiti «non possono non votare per certe cose ». Si tratta allora non di isolarli ma di metterli alla prova. I! tema dei rapporti con i comunisti fu trattato organicamente da PisteIli in un discorso che fu poi pubblicato su Politica col titolo «Che ne facciamo dei comunisti? » e del quale ritengo opportuno sottolineare le proposizioni centrali.
«Il discorso sul Partito Comunista in Italia, iniziato su Politica del l° settembre scorso, dev'essere sviluppato ad alta voce ,come si conviene ad ogni ragionamento onesto, che non ha nulla da temere se arriva all'orecchio di tutti ». « Per la sinistra democristiana insistere su questo argomento finché non avrà preso corpo un atteggiamento definito che subentri al posto del vecchio anticomunismo di tipo centrista, è un impegno d'onore ». «La parte più responsabile della Democrazia Cristiana si rende conto che il confronto politico ed elettorale coi comunisti non può essere considerato un guaio privato del Partito Socialista, perché è evidente che ogni eventuale disavventura dell'onorevole Nenni indebolirebbe anche la sinistra democristiana e con essa l'intera formula di centro sinistra ». « La questione interessa lo Stato italiano e le prospettive della sua evoluzione futura, sicché la Democrazia Cristiana ha titolo anche essa per intervenire su questo argomento ». La gente che vota a favore o contro il Partito Comunista non s'interessa di sapere molto di ideologia. Per alcuni il comunismo è l'unico tipo di .società dove vige l'uguaglianza fra gli uomini, per altri un regime mostruoso dove si opprime la libertà senza cancellare la miseria. Ora i fatti stanno distruggendo tuttii miti nati dal clima del '48. I comunisti ridono del linguaggio nato daIIa paura del 1948.
Questo non vuoI dire che siano venuti meno i motivi di polemica contro i comunisti italiani. . .
Ma hisogna prima di tutto prendere atto del mutare dei fatti. « Spesso le dottrine restano ferme al momento in cui furono formulate, mentre invece il procedere incessante della vita trasforma le condizioni concrete dei popoli e i loro atteggiamenti mentali». «Le tesi marxiste e quelle staliniane furono elahorate nell'isolamento di situazioni storiche particolari, tanto è vero che quasi tutti glisviluppi più recenti avvengono ormai fuori degli schemi ufficiali della dottrina, e sempre più spessò li smentistono ». « Dove affondava le sue radici l'opera di John Kennedy a favore della pace, se i comunisti incaricati di interpretare la storia restano tappati dentro la rituale definizione degli Stati Uniti come massima espressione dell'imperialismo capitalista? ».
Non si può negare dunque l'evidenza dei fatti, si· tratta semmai di concentrate hi polemiea nel mettere in luce come i vecchi schemi dottrinali, che il Partito Comunista non ancora smentisce, frenano il processo di matul'azione in corso. La Democrazia Cristiana non può ergersi, per rimanere fedele ad un certo tipo di anticomunismo, a custode della ortodossia marxista, «ma deve cogliere i comunisti in contraddizione, dimostrando che fra gli ostacoli frapposti ad uno sviluppo più celere della coesistenza c'è anche il bigottismo ideologico di tanti marxisti ».
« Osservare con esattezza come si muove un partito avversario non è soltanto un obbligo di verità, è anche l'unico modo per non colpire l'aria ».
Non si possono negare certi fatti nuovi nel Partito Comunista. I comunisti italiani sono diventati ad esempio i più critici negli incontri internazionali del loro movimento (anche se poi non traggono le debite conseguenze sul piano della politica interna). Ìì cambiato lo stato d'animo delle masse comuniste nei confronti della Chiesa.
«Sul programma stesso i comunisti . italiani appaiono come un partito occidentale ». Ci sono atteggiamenti che sono più di sinistra radicale che da partito collettivista. «L'esperienza degli ultimi vent'anni ci ha insegnato che dovunque l'adattamento dei partiti comunisti alle condizioni locali ha finito per diventare - da provvisorio che era - definitivo ».
Questi atteggiamenti nuovi del Partito Comunista non vengono indicati con l'intenzione di concludere che una loro partecipazione alI. maggioranza governativa sia sotto la cenere. Quali sono allora le prevedibili conseguenze di una impostazione siffatta?
Non basta dichiarare che i comunisti sono una opposizione costituzionale come i liberali, anche se pericolosa, occorre introdurre un clima politico nuovo, « che consideri i comunisti come portatori anch'essi di esigenze popolari legittime e profonde, contestando invece i giudizi ideologici in cui quelle esigenze vengono incanalate ».
Una tale duplice impostazione, che rende seria la. polemica nel momento in cui prende atto della realtà popolare del Partito Comunista, porta a tale conseguenza: «essa non punta più come faceva l'anticomunismo tradizionale, soltanto alla meta illusoria della distrblzione elettorale del Partito Comunista, si rende conto con molto realismo che una forza politica esistente in Italia da quasi mezzo secolo non si cancella facilmente neppure se il governo di centro sinistra facesse faville, ma si propone invece lo scopo di modificare i lineamenti ideologici del Partito Comunista, facendo leva sulla contraddizione latente fra il bisogno di aprirsi al nuovo clima internazionale e l'armatura dottrinale che lo imprigiona ».
«A chi ci obbiettasse che questa prospettiva appare illusoria, ricorderemo che si tratta soltanto della traduzione in termini italiani dell' ' atteggiamento già assunto dall'Occidente davanti alla Unione Sovietica ».

Politica internazionale

Quando nel 1956 Giovanni Granchi andò negli Stati Uniti d'America, Nicola Pistelli metteva in evidenza su Politica la precisazione, fatta dal Presidente della Repubblica davanti al Congresso americano, che il Patto Atlantico - pur valido strumento di pace - «non deve essere rigido fatto militare, ma fornire l'occasione per una più vasta collaborazione fra gli stati aderenti »; sottolineava nel- . lo stesso articolo il richiamo fatto da Granchi alla profonda modificazione avvenuta negli ultimi anni sotto le torri del Cremlino, la quale esigeva quindi una diagnosi nuova del più complesso mondo comunista. Nel rilevare questi fatti, PisteIli faceva notare come, mentre il Partito Comunista parlava di un Patto Atlantico smentito dal Presidente" davanti ai senatori americani, i grandi giornali della destra economica preferivano spendere buona parte del loro commento sugli aspetti folkloristici della visita negli Stati Uniti.
Bastano questi cenni per far comprendere come PisteIli avesse visto fin dall'inizio della sua esperienza politica i nessi fra politica interna ed internazionale e come anche di fronte a 'questo campo più difficile rivelasse immediatamente modernità d'impostazione e freschezza di giudizio.
Egli sapeva che i mutamenti della scena internazionale sono di portata tale da sconvolgere e disorientare i giudizi di non pochi uomini mini politici che avevano fatto le. loro scelte politiche ai tempi della guerra di Spagna, «quando a distinguere la ragione dal torto bastava la schiettezza di giudizio ».
Capi e fece capire che proprio sul terreno difficile della politica estera la sinistra democristiana· doveva misurare la sua modernità culturale, oltre la sua maggiore sensibilità democratica. Non potendo qui illustrare tutti i settori della politica internazionale - da quelli del Medio Oriente a quelli della Spagna (cui Politica ha sempre dedicato particolare attenzione) da quelli europei a quelli dell'America Latina (rispetto ai quali Pistelli faceva notare l'inadeguatezza di giudizio di certi esponenti della Democrazia Cristiana), merita sottolineare il modo col quale Pistelli affrontava la politica estera, soprattutto il modo di cogliere l'interdipendenza con la politica interna.
Egli era particolarmente impressionato dall'orizzonte provinciale di quasi tutti gli ambienti politici italiani che si rifletteva, a suo parere, nel grado di impreparazione e di arretratezza del nostro perso~ naIe diplomatico.
Alla classe politica italiana, che veniva fraintendendo, più in buona che in mala fede, la politica estera per scopi di politica interna (in questo sostenuta dalla nostra stampa d'informazione), egli mosse quattro obiezioni che sembrano tracciare una specie di metodologia nuova nell'affrontare i temi della politica internazionale: a) Atteggiamento passivo nei confronti dell' Alleanza Atlantica, quella che ironicamente chiamava la « indefettibile fedeltà atlantica ».
L'atlantismo ufficiale fa di tutto, scriveva, per apparire la naturale proiezione in sede internazionale del centrismo interno, sicché chi si propone il centro sinistra diventa sospetto di voler rompere con i paesi occidentali. I ministri degli esteri italiani - eccetto Fanfani' - hanno ignorato la diversa funzione dialettica di ciascun membro nei confronti del Patto Atlantico: si pensi alla politica estera degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Gli uomlni politici e i giornali italiani non si rendono conto della differenza quando inneggiano a Kennedy cosÌ come inneggiavano a Dulles. All'interno dell'Alleanza Atlantica ignorano i contrasti fra governo francese ed americano nel differente modo di trattare i problemi dei popoli di colore.
b) Indifferenza:l nei confronti dei paesi neutrali che riflette una concezione semplicistica e statica della politica estera. c) Non proporsi una ipotesi interpretativa di quanto sta avvenendo oltre cortina dopo la destalinizzazione .
d) Ignorare che ogni stato pesa sullo scacchiere internazionale
anche e soprattutto per il modo di risolvere i problemi di politica interna, per il prestigio che gli organi della sua autorità godono presso i cittadini. Nella misura in cui il centro sinistra fa crescere accanto agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna «un alleato sulla cui salute e prestanza si potrà fare certamente maggiore affidamento » non rappresenta un tradimentO' dello spirito atlantico. Da questa impostazione, nella quale vengono precisati tutti i più grossi temi della politica internazionale, cui l'Italia era interessata, si capisce quale doveva essere l'atteggiamento. di Pistelli rispetto agli altri interlocutol'Ì del discorso, i comunisti. Il discorso sulla pace con i comunisti diventava discorso sulla revisione dei giudizi politici che rendono possibile la convivenza, diventava discorso contro lo strumentalismo del Partito Comunista. Nel momento in cui compariva l'immensa repubblica cinese, capace di· creare un immenso spazio politico alla sinistra di Togli atti , Pistelli faceva notare ai comunisti che essi non potevano limitarsi alle meste ammissioni sugli errori del passato e che il loro atteggiamento sinceramente krusdoviano davanti ai problemi internazionali era intimamente cinese nel modo di guardare alla situazione italiana.
Va ricordato infine (e non vuole essere una concessione ad una facile retorica) l'insegnamento che Pistelli mostrò di trarre dall'esempio di «coraggio» politico di Kennedy e la sua commozione di fronte alla morte del Presidente americano.
« Ketinedy aveva intessuto la sua breve opera su una dimensione srorica tanto più vasta dei problemi di politica interna ed estera degli Stati Uniti da essere diventato il capo naturale dell'Occidente ». Negli atteggiamenti di Kennedy la parte più giovane dell'opinione pubblica europea si è riconosciuta assai più che nelle complicate diplomazie del prestigio perseguito dai propri governi.
Ricordando la frase di Kennedy « Il dovere morale di un uomo politico è quello di fare le cose in cui crede, qualunque siano le conseguenze per lui », Pistelli faceva notare la profonda differenza tra quella frase del Presidente assassinato e « la trama minuta di furbizia e di continui timori, di reverente culto del potere e di idee altrui accettat.e dopo anni di circospette diserzioni, cbe costituisce in Italia lo stile doroteo di far politica. E quando diciamo doroteo, precisava, alludiamo ad una scuola che ha trovato oramai allievi ammirati nelle file di ogni partito ».
Meditando sul coraggio che aveva animato Kennedy e Papa Giovanni di fronte alle difficoltà delle rispettive missioni, egli cosi concludeva: «chi si propone, nell' arco piccolo o grande del suo impegno, di continuare la stessa battaglia iniziata da John Kennedy, ha almeno dietro le sue spalle due grandi precedenti che non lo fanno sentire solo ».

Le vicende di Firenze

Gli articoli raccolti sotto questa voce interessano le vicende politiche e amministrative di Firenze, legate al nome del suo maggior protagonista, Giorgio La Pira. Tale voce è importante non solo per evidenti ragioni storiche, ma perché mette in luce la misura reale in cui la politica di Pistelli, e quindi una politica vera, si legava al « lapirismo » che era politica fino ad un' certo punto. In altri termini si verifica anche quanto del «Iapirismo» sia politicamente valido.
Senza l'ambiente fiorentino-Iapiriano, sia pure interpretato intelligentemente, l'azione di Pistelli sarebbe inspiegabile. Non per nulla gli articoli della prima annata, 1955, sono prevalentemente dedicati a La Pira.

Problemi vari

Sono qui raccolti gli scritti sui problemi panicolari della società e della politica. Ricorrono quelli della libertà di stampa e della vicenda di Politica (con l'appello che tutti ricordiamo, fatto ai lettori poco tempo prima di morire, perché il giornale non fosse costretto a tacere), quelli della burocrazia, dei sindacati, dei trasporti, ed altri che riflettono problemi di costume.
Particolare attenzione dette l'onorevole Pistèlli al problema della « obiezione di coscienza » per il quale presentò in Padamento un progetto di legge insieme ad altri deputati.
Mi sono preoccupato più di descrivere, o solo accennare, anziché giudicate, facendo confronti espliciti con la realtà attuale del partito della Democrazia Cristiana e della società italiana. Ho creduto non necessario farlo per rispetto alla intelligenza del lettore, ma soprattutto alla memoria di Nicola. Non è stato quindi un «alibi » pei non rispondere alla domanda che molti probabilmente si porranno: cos'è ancora la sinistra democristiana?È attuale il discorso di Pistelli? Che. cosa è destinata a diventare la Democrazia Cristiana, ove non fosse possibile, per forza di cose, quella redenzione in cui Pistelli credeva? lo non oso rispondere qui a queste domande. Non perché non abbia una mia opinione in proposito, ma proprio perché avendone una, non credo rispettoso presentare gli scritti di Pistelli, che hanno un loro significato, dietro un quadro politico' da me tracciato dopo la sua morte.
Pistelli, come i suoi scritti, non appartengono più a nessuna corrente e vorrei dire a nessun partito; appartengono alla storia, dalla quale tutti hanno da imparare. Sono una esperienza irripetibile che non possiamo proporci di imitare, ma dalla quale possiamo trarre un insegnamento più grande che non una indicazione, che non verrà mai, rispetto a scelte che ricadono soltanto sulla nostra personale responsabilità. A ogni lettore il libro dirà qualcosa di diverso. Forse non pochi troveranno in Nicola Pistelli il proprio maestro, certamente coloro i quali avranno capito quanto possa in politica la spinta morale e come essa si sia concretamente tradotta in azione politica nella vita terrena di Nicola Pistelli.