MARTINAZZOLI MINO

Testo liberamente condensato dal libro "NONOSTANTE TUTTO" Autobiografia, Mino Martinazzoli

Mino Martinazzoli (Orzinuovi 1931, Brescia 2011) è stato uomo politico e di governo, presidente della provincia di Brescia (1970-72), capogruppo al Comune di Brescia (1975-80) e sindaco di Brescia tra il 1994-98.
Senatore dal 1972, ministro di Grazia e Giustizia, ministro della Difesa, ministro delle Riforme Costituzionali, presidente dei deputati democristiani. Come segretario della Democrazia Cristiana nel 1993 ne decise lo scioglimento per avviare la breve esperienza del Partito Popolare. Candidato presidente della Regione Lombardia nella primavera del 2000. In questa autobiografia-scritta nel 1993, quando sciolse la DC e fondò il nuovo Partito Popolare, si racconta con la sobrietà che ha sempre caratterizzato il suo stile. Il contenuto è denso di riflessioni ponderate e incisive, come spesso le sue parole, non banali, non comuni su politica, società, istituzioni.
Con la consueta acutezza pregnanza e ricchezza culturale ed equilibrio vengono affrontati i temi principali che dalla politica ridondano sulla società e costituiscono un manuale se non di buone prassi, di elevati suggerimenti per l’agire sociale e politico. Diversamente dal solito, quando una singolare costruzione letteraria è il mezzo per inseguire in profondità i labirinti del pensiero, lo stile del saggio è più piano, però le parole condensano il massimo del loro sapere.
Un uomo apparentemente triste e tenebroso anche se era gioviale e scanzonato molto più di quanto dimostrasse: aveva la qualità dell’ironia, o per lo meno dell’autoironia.
Qualche giorno dopo le improvvise dimissioni (inusuali via fax) dalla segreteria del Partito Popolare di fronte alle infinite critiche recitava agli amici con una vena di malinconia per le incomprensioni una poesia di Giorgio Caproni :” Dite pure di noi /se questo vi farà piacere /che siamo dei rinunciatari/che non riusciamo a tenere/il passo con la Storia. Le frasi fatte, sappiamo/ sono la vostra gloria. Essere in disarmonia/con l’epoca (andare/contro i tempi a favore/del tempo) è una nostra mania. Crediamo nell’anacronismo/nel fulmine. Non nell’avvenirismo.”
Ed ecco il distillato di alcuni pensieri guida del suo agire.
“Dopo il liceo ottenni una borsa di studio al Collegio Borromeo di Pavia.
Il Borromeo era identificato come il collegio cattolico ed il Ghislieri come collegio laico. Tra i rettori del Ghislieri c’era Teresio Olivelli, eroe della Resistenza. Mentre il rettore del Borromeo era per statuto un sacerdote: dopo don Angelini c’è stato monsignor Belloli, poi vescovo di Anagni. Molti ex alunni del Borromeo sono diventati comunisti e molti del Ghislieri hanno militato nei movimenti cattolici: per esempio Ezio Vanoni.
Il rettore Angelini ci spiegava che chi studia seriamente ha l’orgoglio di ciò che impara ma deve avere l’umiltà di ciò che non imparerà mai. L’umiltà non è una virtu’ vile se non ipocrita. Il coraggio è un qualcosa che scopri quando sei nella condizione di esprimerlo: il coraggio è la dignità di fronte alle prove che ti vengono proposte paura e della rabbia che generano nella cittadinanza le frustrazioni oggi cosi diffuse.
Con la fine della guerra cominciarono ad arrivare nelle edicole moltissimi giornali di partito, “ Il Popolo” , “l’Unità” , “l’Avanti” :il fatto di non leggere più una sola verità ma una serie di verità a confronto fu rivelatore e innovatore. Fu allora che cominciai a pensare che il vero cambiamento è la libertà. Ed anche (riferendosi ai voltafaccia di molti ex fascisti ..) che le rivoluzioni non sono sempre il mutamento di tutto ma sono spesso il travestimento dell’immobilità, il trasformismo: garantisce più cambiamento il riformismo.
Penso che in questo momento non c’è altro che la politica per chi abbia l’aspirazione a dare una mano al proprio paese: ai giovani non dico di vivere per la politica, ma di vivere di tanto in tanto per la politica. Il dialogo sociale, l’onesto amministrare si è complicato: ma non per questo bisogna rinunciare a svolgerlo. Il proprio paese non è solo un luogo geografico, ma una dimensione di vita che mi ha formato e mi accompagna. E la domanda è se la politica non sia stata una dilatazione dell’interesse per la mia gente, una giustificazione discutibile: forse lavora di più chi opera nel sociale ma trovo straordinaria la frase di Paolo VI secondo la quale la politica dovrebbe essere la forma più alta della carità.
Perciò vorrei essere un politico, un patriota del tipo di quello descritto da Ezio Vanoni, in un discorso memorabile che pronunciò al senato poche ore prima di morire nell’infermeria di Palazzo Madama. Contro la polemica astiosa di fascisti e monarchici ricordo come aveva cominciato a pensare che per suoi cittadini la Patria non fosse solo quella della cartella delle tasse, della cartolina precetto o del monumento ai caduti.
Le società moderne sono società aperte che hanno bisogno di un rinnovamento dell’educazione democratica, cominciando a preparare i cittadini nella scuola. Ma prima della scuola ci vuole una famiglia che torni ad essere il luogo dove si insegna l’obbligazione più generosa tra le nazioni, la difesa dell’habitat.
La crisi delle famiglie invece si riverbera sulla scuola, la crisi della scuola determina la crisi del quartiere e cosi via e ne viene coinvolta la stessa qualità umana della città e quindi della nazione. Non è la quantità della vita ma la qualità della vita quella che conta. Dunque lo Stato non può ragionare solo in termini di quantità poiché la società progredisce solo in rapporto alla qualità.
Purtroppo il Paese si è trovato prigioniero, mortificato, in gran parte paralizzato da una struttura statuale burocratica e clientelare.
Dopo vent’anni di esperienza parlamentare ho capito che in Parlamento c’è la routine, la distrazione, la retorica, l’assenteismo, la noia, l ’inadeguatezza e la meschinità: ma c’è anche la dignità, il rigore, il sacrificio, la professionalità, la competenza e lo spirito di servizio. La politica, se vuole pretendere equilibrio ed efficienza deve fare i conti con i propri limiti: deve evitare il troppo di politica.
La presa di possesso(occupazione) delle istituzioni da parte dei partiti ha corrotto sia le regole di rappresentanza sociale che governativa. E’ la corruzione di queste regole che ha portato in Parlamento persone incapaci (perché non al servizio della comunità) a fare sia i parlamentari che i ministri. Quanto alle qualità che deve avere un ministro mi sembrano la competenza di settore, la capacità di esprimersi in forme legislative ed amministrative, l’attitudine alla sintesi e al comando. Abbiamo una cultura politica, enfatica sui fini e distratta sui mezzi. Debolezza del pensare e disinvoltura dell’agire .Questo spiega l’insuccesso di molte riforme.
I partiti sono la società che si fanno Stato, con l’idea di una tensione, di un dinamismo costante tra la parzialità che è propria di chi ha certe idee e la capacitò di convincere, di far prevalere questa idea secondo una regola democratica, che è il principio della maggioranza: ma una maggioranza che una volta perseguita serve non solo per sé ma serve anche a chi è rimasto in minoranza. Noi politici siamo prigionieri dei nostri monologhi, ma ci è stato insegnato che non si perde o non ci si salva in solitudine: se non riusciremo a coinvolgere tutti gli Italiani nel cambiamento delle regole e delle scelte di politica non risulteremo costruttivi. Mi confortano nell’aspettativa alcuni versi di Emily Dickinson che dice pressappoco: non conosciamo mai la nostra statura se non quando siamo chiamati alla prova.
La politica e l’economia sono stati il tentativo di superare il divario tra la limitatezza dei mezzi e l’ampiezza dei fini. Dunque l’esplorazione dei cristiani-democratici per un progetto di rinnovamento deve cominciare non dal politico ma dal non politico.
Oggi constatiamo che c’è una ostentazione strepitosa, si preferisce alla durata dei comportamenti l’istantanea magia degli eventi, alla discreta traccia dell’essere la vistosa evidenza dell’apparire: importa essere puntuali sull’ora del successo o della sua illusione. L’imprudenza sorpassa l’ipocrisia, la prosopopea si sostituisce alla sincerità.”
E mentre la maggioranza degli abitanti della terra sta male ,una grande parte dei cittadini del mondo non ha condizioni di vita accettabili, stanno assumendo una dimensione planetaria i problemi della pace, delle guerra, dei diritti etnici, delle migrazioni ( con l’Europa non sta più al centro del mondo ma che può dare un grande contributo al futuro mondo multimediale, multietnico multiculturale) Mino mette al primo piano nelle parole della vita non l’utopia ma la speranza, che è esattamente il contrario della paura e della rabbia che generano nelle cittadinanze le frustrazioni oggi cosi diffuse.