Centro Studi Marcora

Veltroni-Corriere sul caso Moro. Accuse gravi senza prove

 

9 Aprile 2021

Da oltre un anno il Corriere della sera riserva al caso Moro paginate su paginate con interviste che
portano la firma di Walter Veltroni. Nell’ultima della lunga serie, a Gennaro Acquaviva, capo della
segreteria politica di Craxi, ci è toccato di leggere che il leder socialista sarebbe stato “il sostituto-
prosecutore dell’opera di Moro”. Ogni commento è superfluo. Ma ciò che più sorprende è che
Veltroni, non un cronista qualsiasi, senza battere ciglio, persista nel veicolare la tesi dei socialisti
del tempo (Formica, Signorile, Martelli, Acquaviva): Moro poteva essere salvato, ma tutti, senza
eccezioni, lo volevano morto, perché tutti, si insiste, ai vertici della Dc e dello Stato sapevano che
fosse agibile un canale diretto con i terroristi che tenevano in ostaggio il leader Dc.
Non nascondo il mio disappunto non solo per il semplicismo e l’univocità della tesi, ma anche
perché nessuno ad essa reagisce come si conviene. Eppure ancora vivono alcuni testimoni e persino
attori-protagonisti di quella pagina drammatica. Davvero tutto era così chiaro e così semplice? Una
tale teoria non è infamante – faccio solo qualche nome – per Zaccagnini, Salvi, Galloni, Elia e molti
altri dirigenti Dc di quel tempo che non possono più replicare?
Personalmente non ho motivo per intestarmi difese d’ufficio. Al tempo del sequestro Moro ero
giovane e non facevo politica, ma partecipai con grande intensità emotiva a quel dramma: lavoravo
al fianco di Giuseppe Lazzati, costituente, rettore della Cattolica, sincero amico ed estimatore di
Moro, che tuttavia mai nutrì dubbi sulla linea della fermezza. Pur con una indicibile sofferenza. Ma
il punto non è questo. Si può pensarla diversamente. L’importante è non mistificare i fatti.
Voglio essere franco: mi hanno turbato e disturbato le interviste del Corriere ai socialisti che, in
forme più o meno aperte, hanno sostenuto che i vertici politici e istituzionali tutti – notare: targati
Dc –  fossero a conoscenza della possibilità di raggiungere i brigatisti che tenevano in ostaggio
Moro, solo che non vollero spendersi davvero per la sua liberazione. Scusate se è accusa da poco!
Una versione della quale non c’è prova. Semmai smentita da vari testimoni.
Tantomeno ho apprezzato che a mettere la firma in calce a quella inchiesta sia non un giornalista
qualsiasi, ma una persona come Veltroni che ha avuto alte responsabilità politico-istituzionali. La
domanda suscitata in me da quelle paginate è quale mai sia l’intento di Veltroni in quella che
sembra una campagna a tesi. Davvero non mi spiego. Forse quello di prendere le distanze dal
vecchio Pci e dalla sua linea della fermezza, nel solco dell’outing  veltroniano secondo il quale lui
non sarebbe mai stato comunista? Salvo poi (“ma anche”) proporsi come apologeta e “ragazzo” di
Berlinguer.

Non sarò io a negare le tante, troppe pagine oscure di quella tragedia nazionale. In particolare le
ombre rappresentate dall’inquinamento piduista del Viminale, le inefficienze e le omissioni degli
apparati di sicurezza. Anche io faccio fatica a credere che non vi siano stati condizionamenti e
interferenze esterne alle Br. Né compete a me, che non avevo responsabilità alcuna, difendere i
vertici Dc di allora – Zaccagnini e i suoi più stretti collaboratori – più o meno esplicitamente
accusati di inerzia se non di complicità. Ma trovo l’operazione grossolana, semplicistica (come se la
liberazione di Moro fosse cosa facile) e persino infamante per chi si assunse la grave responsabilità
di non scendere a patti con i terroristi. In nome di un’etica della responsabilità in capo a uomini
dello Stato che, noto, con il senno di poi e con una certa leggerezza, si tende a rappresentare come
un alibi pretestuoso e bugiardo.
A distanza di tanti anni e alla luce di ciò che è affiorato poi, si può anche rivedere qualche giudizio,

si deve di sicuro sostenere che non lo Stato come tale, ma quel concreto Stato e chi lo rappresentava
pro tempore, rivelatisi così inadeguati, per trasparenza ed efficacia, non furono all’altezza del loro
compito e anche a pensare che forse l’esito avrebbe potuto essere diverso (anche se molti elementi
conducono a ritenere che quello intessuto dai rapitori fosse un finto negoziato e che dunque il
tragico epilogo fosse scritto). Ma da qui a concludere che tutti sapevano e tutti non vollero liberare
Moro ne corre.
Guido Bodrato, persona limpida e allora stretto collaboratore di Zaccagnini, ha chiarito sul punto
cruciale: del canale aperto con i rapitori rappresentato da Piperno e Pace non è vero che i vertici Dc
fossero  a conoscenza. Comunque non Zaccagnini e i suoi collaboratori. Lo erano esponenti
socialisti che oggi lo rivendicano come un merito e si spingono sino a imputare ad altri la colpa di
non essersene avvalsi. Per parte mia, all’opposto, non giudico affatto come un merito l’avere
intrattenuto relazioni tanto pericolose con soggetti immersi nell’acquario torbido nel quale
nuotavano i pesci del terrorismo. Costoro avrebbero dovuto cooperare allora, con trasparenza e
senza secondi fini, con le autorità per stanare i rapitori e non muovere ora ad altri accuse tanto
infamanti quanto indimostrate.
Tali comportamenti al limite della provocazione semmai mi confermano in una convinzione: che, a
fronte di chi – ve ne furono allora e ve ne sono oggi – sosteneva con limpida coscienza la linea della
trattativa (salvo una massima indeterminatezza circa le concrete concessioni cui accedere), vi
fossero altri che erano mossi da ragioni politiche non altrettanto innocenti. Diciamo non di natura
umanitaria. Per parte mia, non ho cambiato idea (ma, ripeto, si può avere opinione diversa): penso
che, allora, in concreto, non si dessero alternative alla linea della fermezza e che un cedimento
avrebbe travolto le istituzioni. Oltre che le due forze, Dc e Pci, architrave del sistema politico. Per
essere più schietto: le pesanti accuse e il polverone sollevato a tanta distanza di tempo dai vari
Formica e Signorile semmai mi confermano nell’opinione che al conclamato umanitarismo nel Psi,
dentro quella distretta, si associasse un calcolo politico mirato a profittarne per mettere in scacco i
due principali partiti schierati sulla linea della fermezza. In coerenza con la strategia craxiana decisa
a farsi largo con ogni mezzo tra Dc e Pci, rovesciando i rapporti di forza a sinistra. La circostanza
che siano trascorsi tanti anni non è una buona ragione perché ex politici e improvvisati giornalisti –
e chi malamente fa entrambe le parti in commedia – trattino una materia così incandescente con tale
disinvoltura.
 
Franco Monaco

Gli Auguri di Natale Mario Mauri

Auguri agli amici del Circolo Marcora.          Milano 7 dicembre 2020

Quest'anno il Buon Natale è ovviamente accompagnato dalla speranza di venir fuori presto da questa storia della epidemia che, tuttavia,
insieme ai tanti danni che ci ha procurato, ha anche avuto - per noi ottanta/novantenni - una specie di effetto "ringiovanente", nel senso
che ci ha fatto fare una esperienza nuova rispetto al frequente ritornello "le abbiamo viste tutte". Questa è stata una novità che abbiamo condiviso come tale con quelli più giovani di noi.
Indietro negli anni ci hanno riportato quest'anno, anche due solenni anniversari: il cinquantesimo compleanno dello statuto dei lavoratori
e delle Regioni, due riforme che, ognuno di noi nei ruoli diversi di gregari o dirigenti, di elettori o eletti e comunque di partecipanti a
complessi e infuocati dibattiti, abbiamo costruito nel paese.

Dello Statuto, noi che facevamo parte della sinistra democristiana, possiamo dire con soddisfazione che è diventato una bandiera di tutta
la sinistra (i comunisti non lo votarono in Parlamento, noi sì); delle Regioni dobbiamo dire che le volevamo come riforma in senso
autonomistico dello Stato e le abbiamo avute come articolazione periferica dello Stato centralista. Una riforma a metà, una mezza delusione.

Segnalo in proposito un bel libro nuovo del leader autonomista di quegli anni. Piero Bassetti, "Oltre lo specchio di Alice" editore Guerini e associati.
Infine il ricordo di una nostra intelligente, colta e simpatica amica dei tempi dello "Stato democratico": Lidia Menapace, che ci lasciato
qualche giorno fa. Negli anni 60 del secolo scorso veniva nella sede di via Cosimo del Fante a portarci i suoi articoli per la rivista. Ricordo in
particolare una serie di interventi sul vocabolario della politica che farò di tutto riproporre agli amici in qualche modo: ci portava per
mano a scoprire come la cultura cattolica avesse una casa politica nel campo della difesa e della promozione degli ideali di democrazia e di
libertà al di là di ogni polveroso dogmatismo.


Auguri e a presto


Mario Mauri

Mario Mauri: riflessioni su Statuto dei lavoratori

Ci sono stati in particolare due anniversari che, penso, ci hanno sollecitato alla rievocazione di fatti ai quali abbiamo partecipato, a suo tempo, con entusiasmo e baldanza.


Si tratta dello Statuto dei lavoratori, che divenne legge nel 1970, e della elezione della prima giunta regionale lombarda, presieduta da Piero Bassetti, nel luglio dello stesso anno.


Mi sembra che le due ricorrenze siano passate in tono minore e me ne sono chiesto il perché.


Per quanto riguarda lo Statuto dei lavoratori, incluso il fatidico articolo18, la celebrazione era un impegno della sinistra che ne ha fatto una bandiera di lotte politiche e di battaglie del mondo del lavoro.

Senonché a mettere un po' la sordina agli entusiasmi celebrativi è stato il ricordo che lo statuto dei lavoratori non fu affatto votato dalle sinistre: comunisti e socialproletari si astennero perché lo statuto dei lavoratori fu un prodotto del governo di centro sinistra presieduto dal democristiano Mariano Rumor, ministro del Lavoro, il democristiano Carlo Donat Cattin, sottosegretario al Lavoro il democristiano Leandro Rampa che fu tra l'altro l'estensore materiale dell'emendamento passato alla storia come articolo 18 sul reintegro nei posti di lavoro dei lavoratori licenziati illegittimamente.


Di questi personaggi naturalmente nessuno ha parlato.

Frequenti invece le citazioni di Brodolini, ministro del Lavoro socialista che mancò purtroppo in largo anticipo rispetto al varo parlamentare dello Statuto; frequenti le citazioni di un discorso dello storico segretario generale della CGIL, Di Vittorio, che rivendicava l'obiettivo dello Statuto negli anni '50, ma omettendo che il valoroso sindacalista nel 1970 era già morto da circa quindici anni nella solitudine politica in cui lo aveva relegato il congresso comunista che condannò il suo rifiuto di condannare la rivoluzione ungherese del 1956.
Ho visto citato giustamente tra i sostenitori dello Statuto il socialista Gino Giugni, presidente di una commissione parlamentare e una sua polemica in proposito con Donat Cattin.

Il problema era che il ministro era cresciuto alla dura scuola del sindacalismo FIAT mentre Giugni veniva da seminari di studio negli Stati Uniti sull'associazionismo tra i lavoratori.


Morale: il 50° ha fatto giustizia di tanti luoghi comuni sui rapporti tra sinistra e reali interessi del mondo del lavoro. Ma qualcosa diremo anche sulla celebrazione del compleanno della Regione.

 

UN NUOVO SOGGETTO POLITICO D’ISPIRAZIONE CRISTIANA E POPOLARE?

Avevo sottoscritto il “Manifesto Zamagni” (che ipotizza la creazione di un “soggetto politico ‘nuovo’ d’ispirazione cristiana e popolare”) un po’ affrettatamente, senza averlo cioè debitamente approfondito. E per questo mi scuso. L’ho “studiato” in questi giorni nella tranquillità della località montana che sto frequentando, leggendo anche le tante, diverse opinioni che sul tema sono state espresse. E sono arrivato alla conclusione (o quasi) che l’idea, oggi, di un “partito cattolico”, pur aperto a credenti e non, non mi convince. Certo, io condivido in partenza una visione personalista dell’economia, della società, e dello Stato -uno Stato in ogni caso radicato nella prospettiva europea, e nel quale la “cosa pubblica” funzioni al meglio-, la piena valorizzazione delle formazioni sociali e dei corpi intermedi (come si conviene a un ben inteso principio di sussidiarietà), la difesa della persona, della sua dignità in tutti gli stadi di vita, e della famiglia. Però ho perplessità non da poco, ribadisco, ad utilizzare oggi, in politica, il termine “cattolico” legato a un partito. Tanto più considerando quanto sta giusto accadendo nel “mondo cattolico” negli ultimi anni. In particolare, dal momento dell’arrivo di papa Francesco. Oggi, lo sappiamo, la Chiesa sta vivendo un momento assai difficile, e Colui che dovrebbe essere il simbolo della sua unità è sotto un attacco fortissimo, anche, o forse soprattutto, all’interno. Vale a dire persino da una pur assolutamente minoritaria parte della gerarchia. Troppo facile, naturalmente, partire dalla vicenda dell’ex nunzio apostolico negli Usa, mons. Carlo Maria Viganò, “nemico” di Bergoglio e “amico” di Donald Trump, il “figlio della luce", cui monsignore ha dedicato la nota “lettera aperta” del 6 giugno, dopo aver sottoscritto, insieme, tra l’altro, a tre cardinali e otto vescovi, un appello contro il “Nuovo ordine mondiale”. Interessante leggere allora anche solo un pezzo di detta lettera: “…da una parte vi sono quanti, pur con mille difetti e debolezze, sono animati dal desiderio di compiere il bene, essere onesti, costituire una famiglia, impegnarsi nel lavoro, dare prosperità alla Patria, soccorrere i bisognosi, nell’obbedienza alla Legge di Dio, il Regno dei cieli. Dall’altra si trovano coloro che servono se stessi, non hanno principi morali, vogliono demolire la famiglia e la Nazione, fomentare le divisioni intestine e le guerre, accumulare il potere e il denaro: per costoro l’illusione fallace di un benessere temporale rivelerà –se non si ravvedono- la tremenda sorte che li aspetta, lontano da Dio, nella dannazione eterna. Nella società, Signor Presidente, convivono queste due realtà contrapposte, eterne nemiche come eternamente nemici sono Dio e Satana”. "Per la prima volta, gli Stati Uniti hanno in Lei un Presidente che difende coraggiosamente il diritto alla vita, che non si vergogna di denunciare le persecuzioni dei cristiani nel mondo, che parla di Gesù Cristo e del diritto dei cittadini alla libertà di culto….”.
Donald santo subito, dunque!
Va segnalato in proposito che l’ex nunzio è noto per essersi scagliato da tempo contro il Concilio Vaticano II, da lui definito come un “focolaio di eresie”, che deve essere lasciato cadere in toto, dimenticato. L’intero Concilio ha da essere cestinato, a suo dire, mentre taluni suoi amici si limitano invece a chiedere, bontà loro, che vangano “corretti” singoli errori di dottrina contenuti nei documenti conciliari.
Ecco, pertanto, il punto: questo papa è sotto attacco perché, ringraziando Iddio, ci sta dando quotidiane lezioni di che cosa significhi essere “cristiani” oggi, nella società “post-moderna”. Si rifà, così, alle definizioni “pastorali”, e non solo, dell’ultimo Concilio, definizioni che hanno provocato anche un ripensamento della concezione intellettualistica, manualistica, “scolastica”, della teologia. Promuovendo così una nuova teologia che, coniugando “trascendenza” e “immanenza”, tenga conto della “storia” e del suo evolversi, pur senza dimenticare affatto, naturalmente, il “fondamento” del cristianesimo stesso. Una teologia, nella debita misura, finalmente anche “antropologica”, pertanto.
Il problema è che questa posizione di Francesco, che finisce con avere inevitabilmente qualche significativo riflesso sulla stessa politica, è invisa non soltanto a Viganò & C., ma anche a consistenti gruppi di cristiano/cattolici conservatori, integralisti, reazionari. Negli Usa, ma non solo. Gruppi che riscuotono infatti simpatie anche altrove, Italia compresa, se non soprattutto. Negli ambienti salviniani in particolare, guarda caso. Così, Francesco è stato ripetutamente fischiato, il 18 maggio dello scorso anno, in piazza Duomo, a Milano, non appena il “devoto” ras della Lega (quello del rosario e del Vangelo sbandierati nei comizi) lo ha nominato. Ma il problema è anche che, da noi, dicono gli esperti, quel partito è tuttora il più votato dai “praticanti” cattolici, quelli che vanno a Messa tutte le domeniche.
Orbene: è evidente che il sottoscritto non vuole avere nulla, ma proprio nulla, a che spartire, sul piano dei valori cristiani da tradurre in politica, con detti ambienti. Perché in politica (nella DC, nel PPI, nella Margherita, nel PD) io mi sono sempre definito “cattolico” sì, ma anche, insieme, “democratico”, non scindendo mai i due termini. Certo, la Dc si definiva partito “di centro”, ma da De Gasperi e da Moro il “centro” non è mai stato considerato come un’idea statica, immobile nella sua fissità, bensì come un’idea in continuo movimento. In realtà, un centro che ha voluto sempre guardare verso le istanze della sinistra. Anche in ragione di ciò, e proprio in conseguenza della mia visione del mondo, della mia concezione antropologica, della mia cultura politica, io mi trovo più a mio agio (pur non senza qualche problema) in un partito dichiaratamente di “centrosinistra”, non di centro. Consapevole e memore che i partiti che ho frequentato sinora nella mia pur lunga esperienza politica hanno contribuito, insieme ad “altri”, alla tenuta democratica del Paese, a provare a realizzare un’economia mista, una società meno crudele di altre sul welfare, un ancoraggio istituzionale fortemente europeo. “Insieme ad altri”, dicevo. Sarà anche in ragione di ciò che, prescindendo dalla questione diciamo tecnica della legge elettorale più opportuna, io non disdegno la prospettiva del “bipolarismo”, oggi. Non parlo, dunque, di “bipartitismo” modello anglosassone, che, di fatto, mortifica la tradizione pluralista. E non mi piacciono neppure leaderismo e presidenzialismo, che deprezzano il pluralismo sociale e istituzionale. Ma considero che, pur consapevoli delle forzature del modello ipermaggioritario, non dobbiamo esorcizzare, come ha ben scritto qualche amico, i problemi e i costi delle stagioni precedenti, nelle quali elementi di consociativismo hanno concorso a propiziare l’impennata del debito pubblico e diffuse pratiche consociative.
Tutto ciò detto, sull’intera questione, avendoci, come detto, riflettuto, sto registrando con una certa simpatia i pensieri sul tema apparsi sulla rivista “Appunti” (organo dell’associazione “Città dell’uomo”, fondata da Giuseppe Lazzati), a firma, rispettivamente, di Franco Monaco e Filippo Pizzolato. Assai perplessi entrambi sul partito cattolico di centro, o come lo si voglia chiamare (ma “meglio pensare a un ambito circolare, più che centrista, capace di raccogliere suggestioni programmatiche utili a tutta la popolazione, senza distinzioni oltre a quelle che derivano dai valori consolidati della civiltà”, ha scritto un aderente all’iniziativa). Di Monaco, il quale ha tra l’altro citato la famosa frase di Martinazzoli per cui “la differenza tra moderazione e moderatismo è uguale alla differenza tra castità e impotenza”, apprezzo in particolare questo pezzo: (….nella situazione data) …“occorrono scelte di valore e ricette che sanno di radicalità, non di centro moderato". Chi ha provato nel passato a interpretare il centro moderato non ha brillato per qualità, quantità e persino durata. Il profondo disagio materiale e spirituale che affligge la società concorre a premiare le proposte radicali, non quelle moderate di centro… Il problema non è quello di una nuova offerta politica ma della razionalizzazione di un sistema politico già troppo frammentato. Serve semmai una rigenerazione dei partiti attuali”. “Occorre concorrere a organizzare un fronte largo e unitario che positivamente rappresenti un’alternativa politica all’egemonia manifesta e insidiosa di una destra illiberale, nazionalista e sovranista. Non ci possiamo permettere posizioni ambiguamente terziste”.
Pizzolato, per parte sua, è perplesso sull’idea di fare dei cattolici i “baluardi della tenuta del sistema”, a guardia di un ordine di cui in teoria continuano a contestare le ingiustizie, un’oasi roccaforte dell’esistente, votata a una moderazione che immediatamente viene scambiata per conservazione, una forza di stabilizzazione posta al centro. E ricorda che il posizionamento politico dei cattolici è sempre stato plurale, nonostante le forzature e le convenzioni storiche. “Oggi è perfino inafferrabile e indefinibile”, questo posizionamento. “Una volta, il cattolicesimo era la base della cultura popolare e dettava le scansioni della vita e gli orizzonti del sociale”, ma oggi non è più così. Con riferimento, poi, allo slogan dell’ipotizzato nuovo partito: “Antagonisti alla destra, alternativi alla sinistra” (una definizione che tenta a mio avviso con difficoltà di non mettere sullo stesso piano il tipo di diffidenza verso i due gruppi), Pizzolato obietta, ed io condivido, che non si può paragonare il Partito democratico alla destra di oggi, autoritaria e rozza. E segnala altresì che non si possono rigettare tutti i partiti, alla cui storia i cattolici hanno ampiamente contribuito. Il rischio, conclude, è quello di uno svuotamento delle componenti più ragionevoli dei due poli, contribuendo, di fatto, a una più marcata polarizzazione del Paese.
Avviandomi a concludere, mi permetto di esternare la mia convinzione che una delle ragioni (pur non espressamente dichiarata pur se, in fondo, comprensibile) dell’avversione dei fautori del nuovo partito al Pd abbia a che fare in qualche misura con la questione dei cosiddetti (una volta) “valori non negoziabili”, ben noti ai cattolici praticanti. Irrita cioè, a me pare di poter dire, il “laicismo” di una parte dei piddini, la cui rappresentante “simbolica” può essere individuata in Monica Cirinnà (ci capiamo). Sul tema, da anzianetto, oso allora fare le seguenti considerazioni: ho vissuto i tempi dei referendum del 1974 sul divorzio e di quello sull’aborto del 1981. Io, allora giovane militante dc “al fronte”, votai (ovviamente?) contro entrambi gli istituti, impegnandomi anche di persona nell’agone, diciamo, elettorale. E fui sorpreso, come buona parte dei cattolici, credo, dall’esito di dette consultazioni: nella “cattolicissima” Italia di allora, con una Chiesa ancora, diciamo, forte nella società, e il partito “d’ispirazione cristiana” con grandi posizioni di potere, il divorzio fu approvato da circa il 60% dei votanti, e, sette anni più tardi, l’aborto (argomento ovviamente ben più delicato e problematico che non il divorzio) ottenne il favore di ben il 70% dei partecipanti. Il fatto è che è la “secolarizzazione” (non tutta, certo, da disprezzare, anzi!) era avanzata già allora, e la gerarchia cattolica, e gli esponenti di peso della DC (come dimenticare le battaglie di Amintore Fanfani?) non se n’erano sufficientemente accorti. Dopo, sono arrivate le “unioni civili”, anche per le coppie omosessuali (io, che resto peraltro consapevole che le persone vanno comunque sempre rispettate, m’infastidisco un poco quando dette unioni vengono paragonate tout-court, di fatto, ai “matrimoni”). Oggi impazza la questione del “gender”, così che la differenza tra uomo e donna, ritenuta una volta un dato essenziale e imprescindibile della natura umana, è posta in discussione dalla più recente cultura sessuale. Ora c’e in ballo la proposta di legge sull’omotransfobia, che taluni temono diventi un bavaglio alla libertà d’espressione e di opinione e apra la strada a pericolose derive liberticide. E intanto le famiglie si sfasciano, i matrimoni durano poco, e non si fanno figli, è il …”refrain”. Oggi, ancora, grazie anche a internet (strumento straordinariamente positivo se si è in grado di dominarlo e di non farsi Invece plagiare), abbonda Tra l’altro la pornografia, anche nell’orribile versione pedopornografica, veicolata facilmente, appunto, attraverso gli Jphones, gli Jpad, eccetera, con le possibili conseguenze che sappiamo sui ragazzi. Sui telefonini, negli ultimi anni, c’è anche l’esplosione delle icone per i “siti di incontri”, per single e non. E la “qualità” di molti programmi TV è quella che sappiamo. In proposito non possiamo dimenticare il ruolo delle televisioni di Silvio, le prime a “sfruttare” il momento della “liberalizzazione” del sistema televisivo e a “guastare” il clima. Un Berlusconi che certi buoni centristi cattolici definivano “cattolico non comunista" (inviso, conseguentemente, ai “cattocomunisti”!).
Mia impressione è che per certi cattolici, che magari auspicano un’illusorio ed impossibile ritorno al passato, questo “marciume” (scusate il termine “moralista”) è attribuibile in gran parte alla responsabilità dei… “comunisti” (o ex), del ’68 e dei post sessantottini, dei radical-chic di sinistra, e via discorrendo. Gente che vota prevalentemente “a sinistra”, dunque, e pertanto anche il Pd. Ecco un’altra ragione, oltre alle altre più squisitamente politiche, per ritenersi, ci allora, ci dicono, “alternativi” alla sinistra. Io, invece, ho quest’opinione: i “comunisti” (passati e presenti) c’entrano poco. E non lo dico soltanto perché, avendo fatto (provenendo da una famiglia “proletaria”) il sindaco DC per anni, decenni orsono, con i “comunisti” all’opposizione, io ho sempre registrato che su non pochi valori, diciamo, cattolici” non c’erano grandi differenze tra democristiani e “compagni” di allora.
Mia convinzione, semmai, è che la situazione attuale, in Italia e nel mondo occidentale in genere, è figlia della cultura che via via negli ultimi decenni è stata inoculata in particolare dai “media” e da certi “poteri” sempre alla ricerca dell’obiettivo di “far soldi”. Comunque, e tanti. Gli adoratori del dio-denaro. Stiamo poi registrando anche i disordini, lo squilibrio e i gravi danni causati dal predominio incontrollato della finanza sull’economia reale. C’è bisogno allora, senza scomodare certo Karl Marx, di un fase di profondo ripensamento del “sistema” che abbiamo costruito, caratterizzato tra l’altro da un iperconsumismo in ogni campo. Un sistema che ha oltretutto aggravato non poco le differenze sociali: i ricchi lo sono diventati di più, e così i poveri. Un ripensamento che ci consenta di riparare almeno in parte i guasti sopra accennati. E, in questa impegnativa operazione, i cattolici, perlomeno quelli sufficientemente sensibili, possono riavere, certo, un ruolo significativo, pur militando magari in raggruppamenti politici diversi.
Tornando all’immediato, io confermo in ogni caso, per parte mia che, pur con le perplessità accennate, non mi trovo particolarmente a disagio nel PD, e non intendo cambiare. Anche perché sono convinto sia alla fine “giusto”, per uno come me, stare nell’area complessiva del centrosinistra (ma non ho più spazio, qui, per parlare anche del rapporto del centrosinistra con la “sinistra” tout court), i cui valori sono in buona parte alternativi, come ho accennato, a quelli del centrodestra, e come tali sono riconoscibili nella lotta alle diseguaglianze, alla povertà, per la giustizia, per la libertà e la dignità delle persone, immigrati compresi, per la sussidiarietà, per il lavoro, per il welfare. Una posizione, in ogni caso, che certo non impedisce ai cattolici di questa parte, ribadisco, di accordarsi, su singoli punti (ne ho giusto citati taluni, in questa mia), con quelli dell’altro fronte.
Per concludere (finalmente) davvero, segnalo che faccio allora mia la domanda che già si sono posti altri amici: può l’area del centrosinistra, con tutti i limiti e le contraddizioni che la caratterizzano, evolvere fino al punto da unificare, pur nelle specifiche diversità, questa grande area, nella convinzione che tutto ciò non solo è un valore in sé ma anche la condizione per vincere la destra e per governare?
Un’ultimissima frecciatina, in quanto tale inevitabilmente maliziosa: io sono consapevole di aver l’obbligo di rispettare comunque anche quei leader di destra e dintorni, locali e mondiali (i riferimenti non sono casuali) che hanno la tendenza, discutibile, di mostrarsi in pubblico da “devoti”. Rispettarli sì, sperando peró di non scoprire che si tratta di “cultori” della filosofia che va sotto il nome di...”vizi privati, pubbliche virtù”.

VINCENZO ORTOLINA

15 luglio 2020

il 23 febbraio Giuseppina Marcora compie 100 anni

Domani 23 febbraio Giuseppina Marcora compie 100 anni.Facciamo tanti cari auguri. Fulgido esempio di resistente per i suoi meriti di staffetta partigiana ha ottenuto innumerevoli riconoscimenti sia dal comando militare alleato generale Alexander che dal CLN e dalla FIVL. Testimone vivente dei valori della Resistenza vissuta e combattuta accanto al fratello Albertino partigiano sindaco ministro. Orgogliosi della sua appartenenza al Raggruppamento Di Dio la salutiamo pubblicando un attestato di riconoscimento del presidente Ciampi e alcune foto del 95 per il conferimento della cittadinanza onoraria di Inveruno durante il Premio Marcora. Ed anche con Pachetti e don Bonfanti .

La storia di Giuseppina più che con la penna è scritta con la vita è se mai il tempo cancellerà la memoria delle sue azioni rimarrà comunque l’impronta del suo passaggio.

Auguri Giuseppina da parte mia del Centro Studi Marcora e del Raggruppamento Di Dio.

Gianni Mainini

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CONVEGNO DI COMMEMORAZIONE DEL 20° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI LUIGI GRANELLI

CRONACA DEL CONVEGNO DEL 30.11.2019


I CATTOLICI DEMOCRATICI OGGI NELL’EREDITA’ di LUIGI GRANELLI


La bellissima e accogliente sala dell’orologio al primo piano di Palazzo Marino comincia a riempirsi di gente ben prima dell’inizio della cerimonia.
Alle 10,15 quando inizia il convegno per la celebrazione del 20° anniversario della morte di luigi Granelli il locale è stracolmo : 55 persone a sedere ,almeno il doppio in piedi.
Palazzo Marino è stato scelto perché Granelli esordisce come consigliere comunale e capogruppo DC dal 1965 al 1969 e quindi il luogo del suo primo esordio come rappresentante in consessi istituzionali.
Sono presenti tra gli altri
Roberto Mazzotta, Bruno Tabacci ,Piero Bassetti, Gilberto Bonalumi , Patrizia Toia ,Mariapia Garavaglia, Giuseppe Torchio ,Enrico Farinone, Emanuela Bajo, Nadir Tedeschi ,Arturo Bodini, Cesare Grampa, Alberto Fossati, Alberto Marini , Colombo Ambrogio, Mario Bassani ,Tiziano Garbo, Vittorio Arrigoni, Sandro Cantù , Vincenzo Ortolina, Mario Villa , Gianni Dincao ,Michele Pellegrino, Antonio Ballarin, Fausto Benzi, Franco Franzoni, ,Mario Mauri, Sergio Cazzaniga, Francesco Rivolta , Luciano Corradini , Alberto Varisco, Nerina Agazzi , Gianni Locatelli ,Remo Scherini, Luca,Barbara e Simone Marcora ,Giorgio Ferrario ,Paolo Rossetti, Lino Pogliaghi, Ernesto Cattaneo, Paolo Razzano , Vinicio Peluffo ,Giampiero Lecchi ,Alberto Mattioli, Giovanni Bottari , Cesare Grampa ,Adriana, Andrea e Rita Granelli ,Luisa e Alessandro Calcaterra ,Bandino Calcaterra, Carlo Calcaterra ,Francesco e Giacomo Gatti, Renato Ferrario, Fausto Binaghi ,Benito e Giuseppe Stinà, Fabrizio Carrera, Enzo Balboni ,Romy Gambirasio, Sara Bettinelli.


Relatori: Mainini ,Mattesini ,Scavuzzo, Castagnetti, Rognoni ( e Bassetti).


Gianni Mainini introduce il tema dell’incontro, spiegando il motivo della scelta del tema relativa alla presenza dei cattolici popolari nella società come eredità dell’insegnamento messaggio e della storia politica di Granelli.

In apertura legge il testo di un messaggio dell’arcivescovo di Milano mons. Mario Delpini che afferma che il dovere della memoria è anche un esercizio di politica: “sono valori validi e necessari ancora oggi l’onestà, la lucidità, il garbo ,la passione e la concentrazione con cui Luigi visse la sua testimonianza politica”
Chiara Mattesini ha ripercorso le tappe dell’impegno di Granelli in consiglio comunale ,essendo studiosa e cultrice della storia della Base e avendo anche pubblicato un fascicolo su Granelli in comune a Milano.
La vicesindaco Anna Scavuzzo, partendo dalla sua esperienza nel mondo dello scoutismo e del volontariato , ha voluto rimarcare l’importanza di motivare i giovani all’impegno politico.
Ha riferito sul ruolo di Granelli, definito plasticamente “la voce” e il suo ruolo all’interno della Base , Filippo Coppola, neolaureato con una tesi “La corrente di Base nel Milanese”.
Quindi la proiezione del filmato “l’ultimo discorso” a cura di Francesco e Giacomo Gatti, che ripercorre l’intervento di Luigi al congresso di Rimini del settembre 1999 ,quando si dimise dal Partito Popolare, inframmezzato con interventi e considerazioni di Chiarante ,De Rosa, Calcaterra, Capuani, Rognoni .
Pierluigi Castagnetti, eletto segretario del PPI nello stesso congresso, ha sottolineato con grande pathos l’eredità di Granelli in una politica che ha smarrito il senso del servizio, dell’impegno, dello studio e della coerenza di testimonianza e di vita.
Virginio Rognoni ha delineato quali potranno essere gli impegni futuri ,se non vogliono essere solo testimonianza, dei cattolici in politica prendendo ad esempio il percorso di Granelli sia nel partito, nella Base e nelle Istituzioni.
Piero Bassetti in chiusura ha fatto presente che Luigi ha avuto il coraggio di essere spesso controcorrente, isolato ,quasi un perdente agli occhi della maggioranza del partito per portare avanti le proprie idee .

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8 MAGGIO 2019: 20° ANNIVERSARIO DELLA SCOMPARSA DI LUIGI GRANELLI

Agli amici basisti del Centro Studi

 

Grande giornata ieri all’istituto Sturzo di Roma per commemorare il ventesimo anniversario della scomparsa di Luigi Granelli alla presenza del Capo dello Stato Mattarella numerosi politici e amici. Ha concluso Pier Luigi Castagnetti. La famiglia ha promosso la pubblicazione di una monografia su alcuni degli scritti più interessanti di Luigi. Un doveroso omaggio ad un grande amico ,un maestro politico, l’animatore e cofondatore della Base. Prima della fine anno lo ricorderemo anche a Milano.

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Potete ascoltare l'intervento integrale cliccando qui:


https://www.radioradicale.it/scheda/572979

 

Potete vedere il video cliccando qui o visitando la nostra mediateca:

 

https://www.youtube.com/watch?v=NvKj-iDupLw&feature=youtu.be

Cerimonia di canonizzazione di Papa Montini

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Con Paolo VI negli anni 70. Foto tratta da "Un libro di ricordi" di Luigi Granelli.

 

Cari amici,

nel prossimo ottobre avverrà la cerimonia di canonizzazione di Papa Montini.

Come sapete, da arcivescovo di Milano dal 1954 al 1963, Montini ebbe relazioni con la Base ed i suoi personaggi non facili e non semplici.Uno squarcio della situazioni e della sovrastante cornice politica ci viene fornita con magistrale capacità da Mario Mauri, che ha vissuto quei tempi.

A meglio intendere l'atmosfera dell'epoca, vi invito a leggere un articolo del Corriere della Sera del 23 settembre 2004 (lettera di Montini a mons Dell’Acqua).

Nel ringraziare Mario pubblicamente per il suo interessante contributo, vi invito a leggerlo.

 

Mario Mauri su canonizzazione Montini

La canonizzazione di Giovanni Battista Montini suscita particolari emozioni in coloro che a metà degli anni cinquanta del secolo scorso vissero l'episcopato ambrosiano del futuro Paolo VI (chiamato a succedere, nel 1954, al cardinale Schuster) con molta ammirazione per il complesso della sua azione pastorale, ma anche con qualche difficoltà di comunicazione e comprensione su temi dell' attualità politica del tempo.

Quelli che si riconoscevano nella sinistra cattolico democratica ammirarono molto i primi gesti del nuovo successore di Sant'Ambrogio, la finezza e la modernità culturale dei suoi messaggi e della sue omelie e parteciparono con entusiasmo a quello storico avvenimento che fu la Missione di Milano. Di quella iniziativa pastorale si ricordano in particolare le aperture delle Chiese e dei luoghi di lavoro nella pausa meridiana a intensi momenti di riflessione a cui parteciparono migliaia di milanesi a cui parlarono lo stesso mons. Montini e tra gli altri don Mazzolari, padre Turoldo, Lazzati: sembrò in qualche modo materializzarsi la definizione (allora frequente nella comunicazione giornalistica) di Montini "arcivescovo dei lavoratori".

Nella DC molti evocavano la cultura familiare del presule, figlio e fratello di parlamentari del partito di ispirazione cristiana e quindi una naturale propensione a valutare anche in chiave politica relazioni di carattere sociale e problemi di qualificazione ideologica e culturale. Tutti sapevano della alternativa in Vaticano, rappresentata da Montini, rispetto a personalità definite conservatrici come i cardinali Ottaviani e Pizzardo e molto si disse del favore con cui l'arcivescovo di Milano guardava al conferimento di una laurea honoris causa a
Jacques Maritain, maitre à penser della sinistra cattolico democratica, da parte dell' Università Cattolica.

Il progetto di questo riconoscimento fu bloccato da un intervento romano, appunto. L’arcivescovo contrastò di lì a qualche anno il disegno di una alleanza politica tra democratici cristiani e socialisti e fu quello il momento di difficoltà nei rapporti tra quella parte della DC più orientata a sinistra, rappresentata in particolare dalla corrente di Base, e gli orientamenti manifestati da mons. Montini. Di tale dissenso
scrissero il successore dell'arcivescovo, il cardinale Colombo e importanti studiose come Maria Chiara Mattesini e Eliana Versace, ma la stessa sostanza delle cose dette e scritte allora dal presule e i comportamenti e i giudizi in seguito assunti da Paolo VI dimostrarono che il dissenso non era sulle strategie di rinnovamento a cui i cattolici democratici erano chiamati ma sulle scelte politiche particolari e sui tempi
in cui compierle.

Furono certo momenti difficili per molti di noi: le critiche alle nostre scelte venivano da una fonte di grande autorevolezza e furono strumentalizzate anche in sede elettorale per quanto riguardava il voto dei cattolici. Ma in definitiva l' arcivescovo della missione di Milano diventò il Papa della Populorum Progressio che riconosceva il diritto di ribellarsi ai regimi contrari alle speranze di progresso sociale e di libertà. Questa parte del magistero di Papa Montini fu al centro di critiche della parte conservatrice della gerarchia ecclesiale quando Camillo Torres, antesignano della teologia della liberazione, andò a morire in Bolivia ribellandosi a un regime politico oppressivo.

Questo ricordo ci è caro e commovente nel momento in cui partecipiamo alla festa della Chiesa per il nuovo Santo.

 

Una mia riflessione sul momento attuale Di Gianni Mainini

 

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Nasce il governo di contratto.

Sono contento di aver portato al governo il nostro programma(Di Maio) Niente di nuovo sotto il sole.

Nel luglio 1987 Giovanni Goria diede vita al "governo di programma" per l'azione di guida risoluta e reiterata del presidente Cossiga con lo scopo di mitigare i contrapposti protagonismi di De Mita e Craxi. Ebbe una vita travagliata eduro' poco,fino alla primavera 1988. Lo ricordo nel febbraio al cinema Brera ad Inveruno per il premio Marcora in una platea stracolma che gli osannava"resisti". Un saluto deferente e pieno di nostalgia ad un grande personaggio ed al suo grande maestro Giovanni Marcora.

23 febbraio 2018: 98° compleanno di Giuseppina Marcora

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Carissimi,

Facciamo gli auguri a Giuseppina Marcora, staffetta partigiana, sorella di Albertino, per i suoi importanti 98 anni.

E’ un monumento vivente di storia e di memoria, e per quanto ci riguarda di affetti.

A nome personale e del Raggruppamento Divisioni Patrioti Alfredo Di Dio formulo tanti cari auguri.

Con ammirazione mi sono permesso di tracciare una breve traccia della sua persona, ma occorrerebbe scrivere almeno uno o più libri.

Potete trovare il profilo completo qui.

Gianni Mainini

“Se chiudi ti compro” omaggio ad Albertino Marcora

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Venerdì 10 novembre 2017, alle 21.00, nella sede del Circolo Culturale San Giuseppe di via Buonarroti a Busto Garolfo, è stato presentato il libro "Se chiudi ti compero - Le imprese rigenerate dai lavoratori".

L’evento è stato organizzato dal Cento Studi Albertino Marcora di Inveruno in collaborazione con la Guerini Associati che ha dato alle stampe il volume e al Circolo cuturale San Giuseppe di Busto Garolfo.

Marcora, fondò la cosiddetta corrente di ‘base’ e fu per due volte nominato Ministro (nel 1974 e successivamente nel 1981).

Stimato in Europa per impegno e concretezza a lui si deve la legge che consente ai medesimi dipendenti di acquistare l’azienda in cui lavorano in caso di fallimento.

Grazie a questa legge sono stati salvati oltre 14 mila posti di lavoro. Nel libro si parla, appunto, della legge n.49 del 1983 – che venne operativa dall’anno successivo – conosciuta ancora oggi come ‘legge Marcora’.

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