Centro Studi Marcora

PD, MONDO CATTOLICO, LETTA . DI VINCENZO ORTOLINA _ 21 marzo 2021

Le indubbie difficoltà del Pd hanno scatenato le reazioni dei suoi avversari, che hanno parlato a suo riguardo, non pochi con compiacimento, di crisi “definitiva”, di fallimento del relativo progetto, eccetera.
All’interno dello stesso partito, e comunque nell’area ad esso non ostile, si sono levate del resto più voci per dire che bisogna ridefinire l’identità dei “democratici”, ripensare quali debbano essere la sua “anima”, i suoi “valori”, i suoi “ideali”.

Sarà perché da “vecchietto” mi sono dato agli studi teologici, io ho ormai maturato l’opinione che non è bene enfatizzare in maniera eccessiva il “valore” e il ruolo dei partiti, ai quali non è dunque il caso di domandare soluzioni “palingenetiche”. Ci si deve, “accontentare”, ragionevolmente, di meno. Ed è in ragione di ciò che io, che politicamente parlando tengo un poco a definirmi “cattolico-democratico”, sono
rimasto e resto nel Partito democratico, ritenendo che, nonostante i suoi affanni, esso non è affatto morto, e neppure moribondo.

E’ bastata del resto la scelta di Enrico Letta (da me stesso auspicata, nel mio piccolo) a nuovo segretario nazionale per creare qualche preoccupazione nei citati avversari (o comunque antipatizzanti) e suscitare invece nel partito e nei simpatizzanti un pizzico di ottimismo. Tra i critici, da tempo, verso il Pd e i cattolici che lo frequentano, mi pare si possano classificare anche i propugnatori del
“nuovo soggetto politico d’ispirazione cristiana e popolare”, aperto a “credenti e non credenti”.

La nuova formazione politica (battezzata col nome di “Insieme”) che s’ispira all’ormai noto “manifesto” Zamagni, abitualmente presentato, inevitabilmente con un pizzico di compiacimento, come “l’economista del Papa”.
Detti amici (tali restano, per me) sono da tempo piuttosto scettici nei confronti di una formazione politica, il Pd, appunto, nella quale l’amalgama tra “post-comunisti e post-democristiani” non sarebbe riuscito, a loro avviso.


Eppure, rileggendo il citato manifesto, sui “principi” enunciati: “adesione alla Costituzione, al pensiero sociale della Chiesa, alle Dichiarazioni sui Diritti dell’uomo” a me pare che i “catto-piddini” (perdonatemi il termine) non possano non convenire. Il voler, poi, “trasformare la politica e le istituzioni, avviare politiche solidali, impegnarsi per la creazione di nuove relazioni istituzionali, rafforzare le istituzioni europee, puntare alla Pace e al disarmo…”, risulta un obiettivo del tutto condivisibile anche …da questa parte.

Dove sta, allora, il problema? Eviterò, qui, di insistere nel ribadire la mia opinione che definire, oggi, un partito, “cristiano”, o comunque ispirato cristianamente , è un pizzico rischioso, stante il disagio che la chiesa sta vivendo nel registrare certi attacchi a Papa Francesco da parte di ambienti cattolici, diciamo, “integralisti” (quelli che stanno con i Viganó e i Bannon contro Bergoglio, per intenderci). Segnalo soltanto il problema che “Insieme” vuole presentarsi come una sorta di nuova Dc, cioè quale nuovo partito “di centro” (un centro che peraltro starebbe affollandosi non poco).

Al riguardo, l’opinione di quanti, come il sottoscritto, simpatizzano per il Pd da cattolici, è stata ben espressa dall’amico Franco Monaco, il quale scrive che semmai “servono scelte di valore e ricette che sanno di radicalità, non di centro moderato”. E che “… il problema non è quello di una nuova offerta politica, ma della razionalizzazione di un sistema politico già troppo frammentato”.

Il nuovo partito si dichiara anche, e più precisamente, “antagonista alla destra e alternativo alla sinistra”,mettendo così sostanzialmente sullo stesso piano il Pd e la destra di oggi, autoritaria, opportunista (sto pensando all’inopinata “conversione europeista” di Salvini) e rozza. Così facendo, i “nostri” rischiano tra l’altro di contribuire a svuotare i due poli, centrodestra e centrosinistra, dalle loro componenti più
ragionevoli. E poi, ancora, in qualche misura, conseguentemente: la nuova formazione politica punta a un sistema elettorale proporzionale (pur “con le dovute soglie”, certo), con l’obiettivo, dicono, di ridare viva voce e piena rappresentatività a tutti i settori vitali della società (senza far nascere anche “corporativismi” elettorali?). La più parte dei “catto-dem” ritiene invece più funzionale un sistema sostanzialmente
“maggioritario”, pur se, diciamo, …moderato. Alla “Mattarellum”, per intenderci.

Il manifesto Zamagni segnala altresì, giustamente, che il nostro tempo è connotato da fenomeni di portata epocale quali quelli della nuova globalizzazione, della “quarta” rivoluzione industriale, dell’aumento sistematico delle diseguaglianze sociali, degli straordinari flussi migratori, delle questioni ambientali e climatiche. E sostiene con forza la necessità di rafforzare le istituzioni europee e internazionali, ma anche di puntare alla “Pace” e al disarmo. Temi, questi, sui quali un’equidistanza tra la destra -una destra sovranista e che detesta gli immigrati- e la sinistra, è quantomeno discutibile. Nel centrosinistra, invece, la sensibilità su questi temi non è diversa da quella di “Insieme”. Quanto, infine, all’accenno alla più volte citata “dottrina sociale” della chiesa, pare inevitabile segnalare che le espressioni recenti più significative e…attuali di tale dottrina sono le note encicliche di Francesco: “Laudato Sì” e “Fratelli tutti”, cui sarebbe da aggiungere il documento sulla “Fratellanza umana”, firmato insieme dallo stesso Papa e dal grande Imam di Al-Azhar nel 2019 ad Abu Dhabi. Siamo in proposito sicuri che detti documenti piacciano in egual misura a destra e a sinistra? Il documento in argomento segnala infine la forte caduta, anche nel nostro Paese (soprattutto?), dei valori etici, nelle sfere sia del privato sia del pubblico, e considera che “le passioni ideali della solidarietà e della ‘tensione civica’ sono state sostituite dagli egoismi sociali e dall’individualismo libertario”. Un individualismo che, secondo l’opinione prevalente dei cattolici-conservatori, sarebbe prevalso anche, senon soprattutto, “a sinistra”, ai tempi del ’68 in particolare. E che avrebbe via via prodotto guasti anche sul piano “morale”. Attribuire però la caduta dei “valori” ai comunisti o post tali, ai sessantottini, ai radical-chic di sinistra, e compagnia cantante, fa sorridere, suvvia. Fermo restando, infatti, che la “secolarizzazione” (non tutta, certo, da buttare, anzi!) ha via via portato, in presenza di una chiesa non debitamente preparata, sul tema, a ridefinire “diritti” (penso al divorzio e all’aborto…) fenomeni sino a prima considerati deprecabili, la risposta è che a produrre l’individualismo esasperato, l’egoismo, l’edonismo, il consumismo che deprechiamo, eccetera, ha contribuito in modo determinante la “cultura”(?) imposta in particolaredalle tv “liberalizzate”, quelle di Silvio in primis. E anche un certo modo di gestire il sistema capitalistico, idisordini e gli squilibri del predominio incontrollato della finanza sull’economia reale, eccetera, eccetera.

Per chiudere, io sono allora tra quanti ritengono che oggi, in Italia, la collocazione più “naturale” per i “cattolici democratici” sia in un partito di ”centrosinistra”. Dico centrosinistra, non “centro-sinistra”, immaginando che ci capiamo, in proposito. Un partito che sia capace di contribuire a “ricomporre” l’area più complessiva del centrosinistra e della sinistra non massimalista, i cui valori non possono che essere
sostanzialmente alternativi a quelli del centrodestra, e che come tali sono riconoscibili nella lotta alle diseguaglianze, alla povertà, alla lotta per la giustizia, per la libertà e la dignità delle persone, immigrati compresi, per la sussidiarietà, per il lavoro, per il welfare. Temi, guarda caso, in buona parte elencati nello stesso manifesto di “Insieme”.

E ben venga, a questo punto, l’Enrico Letta quale “nuovo segretario” del PD, la cui nomina ha creato subito qualche preoccupazione nei partiti della destra (e il cui intervento di insediamento è piaciuto poco in taluni ambienti del “nuovo partito di ispirazione cristiana”, dove ci “si aspettava… molto di più”). Un Letta, comunque, che non soltanto punta a costruire un Pd nuovo, o comunque “revisionato”, ma vuole anche (ri)condurlo a vincere... .Un Partito che vuole trovare un suo ruolo persino più rilevante in quanto perno di coalizioni rientranti in un perimetro largo di centrosinistra, come detto. Letta, se non ho capito male, ha anche espresso la sua preferenza, quanto alla legge elettorale, per il “Mattarellum”, magari con qualche ritocco migliorativo. Gradisce, cioè, la legge che spinge appunto alla formazione di coalizioni e incoraggia una competizione giustamente bipolare. In tale coalizione, il M5s “rigenerato” da Conte (un’operazione, questa, in ogni caso utile al Paese), diverrebbe un alleato quasi naturale del Pd, senza affatto offuscarlo giusto grazie alla presenza e al ruolo di Letta. Un “nuovo” centrosinistra, dunque (ricomprendente ovviamente anche LeU), che risulterebbe in grado di contrapporsi con una debita forza (pur se non può essere ovviamente questa la sua sola “mission”) alla destra di Salvini e Meloni, destra che, nonostante il Salvini europeista pro tempore, si ricompatterà inevitabilmente o quasi, in vista delle elezioni, ricuperando assai probabilmente, nella più complessiva coalizione di centrodestra, lo …spompato Berlusconi. Certo, in proposito si tratterà, però, di capire anche quale partita vorranno giocare Renzi e i “centristi” alla Calenda e +Europa. Ma anche, credo, gli amici di “Insieme”.

E’ il momento della Repubblica presidenziale?

                                                                         Bozza del 14 dicembre 2010
                                                                   E’ il momento della Repubblica presidenziale?
                                                          Una proposta “provocatoria” contro la disunità d’Italia
                                                                         Regioni forti, Stato debole
Sul Corriere della Sera dello scorso 11 novembre 2020 Ernesto Galli della Loggia nell’editoriale I localismi frenano le scelte ha messo in evidenza i difetti ed i problemi sollevati dall’attribuzione di vasti poteri alle regioni, particolarmente evidenti nella gestione dell’emergenza sanitaria.
L’Autore imputa alla riforma del Titolo Quinto della Costituzione voluta dal centrosinistra nel 2001 la responsabilità principale. Nell’originaria previsione dell’art. 117 le regioni avevano competenza concorrente con lo Stato per l’assistenza sanitaria e ospedaliera, con la riforma del 2001 la competenza regionale si è estesa a ricomprendere la più vasta e comprensiva tutela della salute.
Va tuttavia ricordato che la riforma del 2001 ha consolidato, più che innovato, sul piano costituzionale, la tendenza alla riunificazione dell’intera materia sanitaria che la legislazione ordinaria aveva già anticipato, consentendo alle regioni di regolare tutti gli aspetti che, direttamente o indirettamente, mirano alla tutela del bene salute (D. Morana, La tutela della salute fra competenze statali e regionali: indirizzi della giurisprudenza costituzionale e nuovi sviluppi normativi, in Osservatorio costituzionale, n. 1/2018, p.2), e, comunque, come ha fatto notare il Prof De Siervo su La Stampa del 17 novembre, il Governo godeva allora e gode oggi di ampie competenze, anche straordinarie, in materia di emergenza sanitaria, secondo l’art. 117, comma 1, lett. q), Cost.
Non va comunque sottaciuto che con la riforma le regioni hanno accresciuto nel complesso i loro poteri, sia in ordine alle materie di disciplina concorrente stato – regione – si pensi, ad esempio, all’urbanistica diventata il più ampio “governo del territorio” – sia in ordine a tutte le materie residue come i servizi sociali che non sono comprese né nell’elenco di quelle su cui lo Stato le esercita in via esclusiva né in quello delle materie concorrenti, e che appartengono alla competenza regionale pressoché esclusiva. Oltretutto l’art. 116 della Costituzione riconosce alle regioni la possibilità di aumentare i loro poteri, il cosiddetto regionalismo differenziato, per il quale in Veneto e in Lombardia sono stati celebrati a favore due referendum consultivi e altrettanto si sono espressi i consigli regionali dell’Emilia Romagna, del Piemonte e della Liguria.
Elezione diretta del presidente della regione e aumento delle competenze, hanno fatto delle regioni un sistema di contropoteri istituzionali e politici forte.
Al contrario, nella cosiddetta Prima Repubblica, è l’opinione di Galli della Loggia, il tessuto connettivo forte della nazione era il sistema di partiti strutturati dal centro alla periferia con una classe dirigente omogenea, autorevole e rappresentativa del corpo elettorale, perciò il conflitto era, o attenuato come nel rapporto con le regioni “rosse”, o inesistente come nel rapporto con le regioni governate dal centrosinistra, mentre nella fase attuale della Seconda o Terza Repubblica l’assenza di partiti connettivi della società ha favorito l’emergere di leadership locali che trattano con il centro e con i rispettivi partiti di appartenenza come potenze autonome che possono prescindere dal partito di appartenenza (si pensi al caso dell’Emilia Romagna dove il candidato Presidente non ha voluto accanto a sé neppure il segretario del suo partito), o che addirittura ne umiliano la rappresentanza (si pensi nel Veneto alla Lista del leghista Zaia che ha distrutto elettoralmente quella della Lega).
I leader regionali si configurano come potentati feudali che negoziano con il centro il loro potere. Questa struttura dell’organizzazione del potere porta con sé inevitabilmente i germi della conflittualità, anche in caso di emergenza, ed ha esaltato ed esasperato il fenomeno del localismo.
                                            Partiti senza identità. Corpi intermedi sociali rivendicativi e spaesati
Il tema della debolezza, per non dire dell’evanescenza dei partiti di oggi - ed in genere del mondo sindacale e associativo complessivamente impreparato a fronteggiare la globalizzazione e incline ad assumere atteggiamenti rivendicativi -, della loro incapacità o difficoltà di interpretare i segni tempi e di guardare lungo in una prospettiva che traguardi l’eccezionalità del momento e che dia indicazioni per il dopo (illuminate in questo senso è l’articolo di Romano Prodi su il Messaggero, La battaglia anacronistica dei dipendenti pubblici), è certamente fondato ed è una delle cause della debolezza del sistema politico – istituzionale.
Galli della Loggia in altro articolo (Quando il potere (centrale) è debole, Corsera, 12 dicembre 2020) affronta ma non sviluppa l’esame di un'altra causa della debolezza del sistema della forza del localismo dovuto alla diversa legittimazione delle forme di governo centrale e locale.
La forma di governo regionale è sostanzialmente presidenziale, espressione del voto popolare diretto e munito di una legittimazione forte, a fronte della quale, la forma di governo parlamentare nazionale, imperniata sul voto di fiducia e quindi sulla legittimazione popolare mediata dalle assemblee rappresentative, appare debole e poco rappresentativa dell’effettiva volontà del corpo elettorale.
Eppure il governo parlamentare altrove in Europa (Regno Unito, Germania) conserva autorevolezza e capacità decisionale, pur dovendosi confrontare con la autonomie locali, in virtù di un sistema partitico forte.
Al contrario in Italia la scarsa qualità del sistema dei partiti genera un quadro politico fragile e connotato dall’assenza di una visione per il futuro del paese.
La fragilità e la mancanza di orientamenti comuni di fondo si riverbera sugli equilibri politici, sui loro contenuti, quindi in ultima istanza sull’autorevolezza e capacità decisionale del governo, che la probabile prossima legge elettorale proporzionale andrà ad aggravare.
Alla scarsa autorevolezza del governo espressione dei partiti di oggi va anche aggiunta la storica dipendenza dello Stato, in quanto apparato organizzativo, dalla legittimazione dei partiti. Lo Stato repubblicano ha trovato la sua (ri)legittimazione attraverso i partiti antifascisti e da questi è stato per così dire colonizzato, o meglio, ricolonizzato, dopo il ventennio fascista che aveva inteso identificare il regime nello Stato (De Felice, Lo Stato totalitario, in Storia d’Italia del XX secolo, Vol. 11, Roma 2007, p.10).
Fintanto che i partiti sono riusciti ad essere effettiva cinghia di trasmissione della società nello Stato e sin tanto che la società ha trovato in essi la forma della rappresentanza politica, attraverso classi dirigenti e leader di livello, l‘asse società – Stato – Governo ha retto, benché non vada dimenticato che il patto società – Stato si è per decenni largamente alimentato e retto con l’espansione della spesa pubblica ed è entrato in crisi sia per il venire meno del fattore esterno della Guerra fredda, che ha imposto un quadro politico a schema obbligato: Dc e alleati al governo, PCI all’opposizione, sia per quello interno della rottura dell’equilibrio ceto medio – spesa sociale - partiti rappresentato dalla indisponibilità del primo a continuare a partecipare al patto sobbarcandosi un carico fiscale importante non più compensato da vantaggi e ritorni in termini di servizi e di rendite di posizione.
Il paradosso dell’attuale situazione è che i leader regionali vengono da quel mondo politico, ma sono riusciti a non essere più di quel mondo. Questa trasfigurazione e stata resa possibile dalla loro elezione diretta che li ha resi autonomi, per non dire anche indipendenti, dal mondo politico che li ha originariamente espressi (non è un caso che tutti i presidenti di regione eletti a settembre abbiano avuto liste civiche con il loro nome).
Il sistema politico, ha avvertito il Professor Panebianco sul Corriere della sera del 29 novembre scorso, va evolvendo verso una situazione paradossale, dove in periferia, a causa dell’elezione diretta di sindaci e presidenti si perpetua la contrapposizione bipolare destra – sinistra, mentre al centro la prossima e probabile legge elettorale proporzionale tenderà a sfumare questo schema, favorendo nel tempo il desiderio e la necessità di un centro ora sguarnito tanto sul lato di destra con il dissolversi di Forza Italia, quanto sulla sinistra con il fallimento del PD come partito di centrosinistra.
Tuttavia, quali che siano state e siano le cause della decadenza del sistema politico, il fatto è che, allo stato, abbiamo un sistema delle autonomie con governi resi forti della legittimazione diretta del voto popolare e un governo centrale debole espressione ed emanazione di quella decadenza politica.
                                                                    Un presidente con poteri di governo
La forma istituzionale di governo non è dunque una variabile indipendente del gioco e degli equilibri politici. L’attuale situazione dei rapporti di forza politico – istituzionali, l’emergere prepotente del localismo non controbilanciato ad un’efficiente azione degli apparati statali, richiedono il ripensamento della forma di governo parlamentare della Repubblica ed il passaggio ad un modello di legittimazione diretta del corpo elettorale degli organi di vertice dello Stato, che potrebbe ispirarsi a quello semipresidenziale con Il Presidente della Repubblica eletto a suffragio universale che nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questi, nomina gli altri membri del governo, e che presiede il Consiglio dei ministri.
Seguendo lo schema della Repubblica francese, si avrebbe una forma duale Presidente – Governo, espressione della fiducia del Parlamento, ma in grado di riassumere nella legittimazione diretta del Presidente la forza del significato dell’unità nazionale come appartenenza ad unica comunità.
Nell’attuale quadro ordinamentale il Presidente della Repubblica è garante dell’unita nazionale, rappresenta la nazione, avendo una posizione di terzietà rispetto a tutti i poteri non è direttamente coinvolto nel loro esercizio, ma svolge ugualmente uno ruolo di indirizzo/ammonimento (si pensi alla lettera – indirizzo al Parlamento del Presidente Mattarella sui cosiddetti decreti Sicurezza) e, talvolta, di supplenza e surroga del sistema politico (si ricordi il caso dei cosiddetti “governi del Presidente” di cui il Governo Monti è stato l’esempio più evidente).
Si può osservare che, tuttavia, l’elezione indiretta del Presidente della Repubblica oggi vigente non è di per sé elemento che ne diminuisce il ruolo politico – istituzionale né, attraverso le “esternazioni presidenziali atipiche” (messaggi radiotelevisi, interviste, lettere, discorsi), viene meno la sua possibilità e capacità di mettersi in contatto diretto con il corpo elettorale e con la nazione, svolgendo un ruolo essenziale di raccordo tra popolo e istituzioni, specie in momenti di crisi politica o di sfiducia verso le istituzioni stesse.
La figura e il ruolo del Presidente della Repubblica sono più che mai centrali e determinanti per la definizione degli equilibri politici. Tra i moventi costitutivi dell’attuale Governo vi è stato quello non certo secondario di avere come traguardo l’elezione del Capo dello Stato con una maggioranza non di destra e tuttavia la maggioranza attuale non potrà non coinvolgere anche la destra, se non altro perché controlla il 46% dei grandi elettori presidenziali e perché PD e 5Stelle non sono in grado per varie ragioni di esprimere un’alleanza di prospettiva.
Quel che qui si propone, pur nella consapevolezza che la regola istituzionale non è di per sé in assoluto lo strumento risolutivo dei problemi politici, è un modo diverso di reinterpretare la sovranità popolare che si esercita nei limiti e nelle forme della Costituzione (art. 1) e di riportare lo scettro dell’indirizzo al titolare di questa sovranità che, secondo il dettato e lo spirito dell’art. 49 Cost., sono “Tutti i cittadini”, i quali “hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Dove il titolare dell’indirizzo è il cittadino ed il partito lo strumento, non esaustivo, ma certamente preponderante nell’ambito di una Repubblica parlamentare.
L’esperienza dell’elezione diretta di sindaci e presidenti di regione ha dimostrato che è possibile un governo dualistico: sindaco/presidente – assemblea rappresentativa in grado di dare eguale legittimazione ai due organi: uno che rappresenta l’ente e presiede la giunta, l’altro che rappresenta le diverse posizioni politiche.
Il livello di disunità che ha raggiunto il nostro paese e la cronica contestazione dei poteri locali (forti) verso quello centrale (debole), anche quando ha gli strumenti per esercitare i suoi poteri in via straordinaria (vedi l’attuale emergenza sanitaria), rendono chiaro come è il sistema politico ad essere entrato nel suo complesso in un loop dal quale autonomamente non è in grado di uscire, né un’eventuale futura vittoria del centrodestra a livello nazionale riuscirà ad eliminare i fattori di debolezza e contraddizione interna, né ad eliminare la conflittualità centro – periferia, che forse verrebbe attenuata con le regioni visto che in maggioranza sono governate dal centrodestra.
La crisi di sistema è strutturale e deriva dalla mutazione genetica dei partiti – idee a partiti padronali, o personali, e comunque leaderistici, come la parabola discendente dei 5 Stelle dimostra in modo del tutto evidente: senza un leader forte di riferimento il movimento va in corto circuito, non essendo sufficiente il ricorso al debole armamentario ideologico per costruire una politica e una rappresentanza durevoli nel tempo.
Se mai si arrivasse all’elezione diretta del Capo dello Stato, inevitabilmente si dovrebbe pensare anche ad un contestuale e adeguato sistema di contrappesi attraverso una legge elettorale che consegni un Parlamento e un Governo espressione del voto della maggioranza degli elettori, che bilanci la forza del Presidente.
L’altro contrappeso dovrebbe essere costituito da una radicale profonda riforma dell’apparato burocratico – amministrativo, appesantito da un numero diabolico di adempimenti dovuti a leggi e norme orami costantemente malfatte e confuse.
La riforma della Pubblica amministrazione richiede che alla qualità delle norme si associ la qualità e l’indipendenza dei funzionari, ma richiede anche una classe politica professionalmente preparata che capisca che, fatta la legge, occorre verificarne la sua attuazione e la sua idoneità allo scopo per il quale è stata approvata.
In un Paese come è il nostro, fragile come comunità nazionale, impoverito economicamente dalla crisi e dalla pandemia, con un apparato istituzionale e burocratico deboli, alla ricerca di soluzioni facili, la suggestione di affidarsi un uomo dell Provvidenza, ad un uomo del fare che riduce la democrazia in cambio di sicurezza e rapidità decisionale, potrebbe rivelarsi dannosa se non pericolosa per il nostro sistema delle libertà (la Polonia e l’Ungheria di oggi non sono poi così lontane).
Concludendo questa provocazione, il localismo che disunisce la nazione non si supera con il recupero di poteri dalle regioni verso il centro (sebbene il riparto di competenza attuali necessiti in ogni caso di una sua rivisitazione e razionalizzazione, a meno di non lasciare tutto il peso delle definizione delle competenze alla sola Corte Costituzionale, e quindi all’accettazione di una conflittualità permanente Stato – regioni), ma con il recupero al centro di una diversa espressione della sovranità popolare mediante un Presidente eletto dai cittadini che sia, in quanto garante dell’unità del paese, anche titolare di poteri di governo.
Il tema non è quindi quello di un governo che sia espressione diretta della maggioranza elettorale, ma di una rilegittimazione della Repubblica come progetto dell’unità della nazione.
A 75 anni dalla caduta del Fascismo non sembra troppo presto scrollarsi di dosso la sindrome dell’uomo forte al comando, ma di affrontare laicamente il tema della razionalizzazione del potere e dell’efficacia dell’azione decisionale in regime democratico.


Alberto Fossati

 

20° anniversario della morte di Luigi Granelli

Nel 20° anniversario della morte di Luigi Granelli il Centro Studi Marcora organizza un convegno di commemorazione che ne renda viva la testimonianza riproponendo l’attualità dei suoi valori.

I cattolici democratici oggi nell’eredità di luigi Granelli

Milano        Sabato 30 novembre 2019 ore 10,00

                 Comune di Milano , Palazzo Marino - Sala dell’Orologio

Ore 10,00        Saluti dell’Amministrazione Comunale di Milano
                      Introduzione : Gianni Mainini
Ore 10,15        Chiara Mattesini : Granelli da consigliere comunale all’impegno politico nazionale
Ore 10 ,30      Anna Scavuzzo vicesindaco di Milano : i giovani cattolici democratici nelle Istituzioni
Ore 11, 00      Filippo Coppola ,neolaureato con una tesi su “ La corrente di Base nel Milanese”

                      Luigi Granelli :la voce

Ore 11,30        Proiezione filmato:” L’ultimo discorso “ a cura di Francesco e Giacomo Gatti
Ore 12, 00       Pierluigi Castagnetti : il cattolicesimo democratico nella prospettiva odierna come eredità
                      sempre attuale di Granelli
Ore 12,30        Virginio Rognoni : Granelli ,i cattolici democratici tra passato e futuro

Sabato 24 novembre convegno Giovanni Marcora visto da Washington

undefinedSABATO 24 NOVEMBRE ORE 10
Sede CISL Metropolitana – Sala Grandi - Via Tadino 23 , 20124 MILANO

CONVEGNO PRESENTAZIONE DEL LIBRO :

GIOVANNI MARCORA VISTO DA WASHINGTON


Presiede : Virginio Rognoni


Ore 10,00 INTRODUZIONE

Gianni Mainini
Presidente Centro Studi Giovanni Marcora Inveruno

Ore 10,15 PRESENTAZIONE

Gianni Borsa
Storico e giornalista ,direttore scientifico del Centro Studi

Ore 10,45 RELAZIONE DELL’AUTORE

Emanuele Bernardi
Ricercatore dipartimento di Storia Università La Sapienza Roma

Ore 11, 15 TESTIMONIANZE

Gianni Cervetti
Già parlamentare e dirigente PCI

Roberto Mazzotta
Già parlamentare e dirigente DC

Ore 12,00 CONTRIBUTI

Marco Goria
Presidente Fondazione Goria Asti

Ore 12,30 CONCLUSIONI

Piero Bassetti



Benvenuti sul blog dedicato a Giovanni Marcora

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Benvenuti sul Blog del sito dedicato alla figura di Giovanni Marcora, un politico esemplare, che ha segnato la storia del nostro paese e di cui vogliamo tenere alta la memoria.

Giovanni Marcora (Inveruno, Milano, 1922-1983), politico democristiano, ricordato soprattutto come ministro dell'Agricoltura negli anni '70 e firmatario della prima legge italiana sull'obiezione di coscienza.


Un personaggio tra i meno "studiati" della nostra storia recente, la cui biografia offre invece diversi spunti interessanti.

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