Centro Studi Marcora

Emilio Ardo

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Carissimi

Mi dispiace interrompere la speranza di un nuovo anno più sereno di quello trascorso con la notizia della scomparsa proprio all’affacciarsi del 2021 dall’amico Emilio Ardo.

Nato a Legnano il 23 marzo 1944 , Emilio aveva la politica nel sangue. Ha sempre operato con grande alacrità sia nel locale che in tutta la zona nelle file della DC e della Base.

Aderì prontamente alla Base nel periodo ‘ 60-70 dopo aver partecipato ad un convegno di gruppo a Boario insieme a molti giovani emergenti nel periodo ’60 -70 ,quale Patrizia Toia, Mariella Marazzini, Maria Rosaria Rotondi.

Infatti è stato segretario di sezione ,segretario di zona di Legnano, consigliere comunale ed assessore ai Lavori Pubblici nella giunta Potestio.

Tra i promotori del Centro Studi Puecher fondato a Legnano nel 1973 con presidente Pietro Sasinini ex partigiano amico di Marcora per vent’anni punto di riferimento dei cattolici democratici dell ‘Alto Milanese.

Sulla vicende e gli uomini della DC e la Base della zona di Legnano aveva scritto un esauriente memoria pubblicata nel libro La Base nel Milanese.

Personaggio pubblico, è stato anche gran priore della contrada San Magno con cui vinse il Palio per tre edizioni consecutive.

Professionalmente operante nel settore del credito, era stato direttore di varie filiali bancarie di zona (salvo una parentesi nel Trentino) ed aveva terminato la carriera come direttore della BCC di Busto Garolfo e Buguggiate.

Da pensionato amava soggiornare nella casa vicino a Ravenna dove si era anche creato delle nuove amicizie

 

 

Lo ricordo immancabile colla sua testa precocemente grigia ma ben curata , col suo fare amichevole ed il vocione suadente quanto critico alle riunioni del sabato pomeriggio in via Mercato e nelle varie celebrazioni basiste e marcoriane.

Caro Emilio un caro addio.

E’ il momento della Repubblica presidenziale?

                                                                         Bozza del 14 dicembre 2010
                                                                   E’ il momento della Repubblica presidenziale?
                                                          Una proposta “provocatoria” contro la disunità d’Italia
                                                                         Regioni forti, Stato debole
Sul Corriere della Sera dello scorso 11 novembre 2020 Ernesto Galli della Loggia nell’editoriale I localismi frenano le scelte ha messo in evidenza i difetti ed i problemi sollevati dall’attribuzione di vasti poteri alle regioni, particolarmente evidenti nella gestione dell’emergenza sanitaria.
L’Autore imputa alla riforma del Titolo Quinto della Costituzione voluta dal centrosinistra nel 2001 la responsabilità principale. Nell’originaria previsione dell’art. 117 le regioni avevano competenza concorrente con lo Stato per l’assistenza sanitaria e ospedaliera, con la riforma del 2001 la competenza regionale si è estesa a ricomprendere la più vasta e comprensiva tutela della salute.
Va tuttavia ricordato che la riforma del 2001 ha consolidato, più che innovato, sul piano costituzionale, la tendenza alla riunificazione dell’intera materia sanitaria che la legislazione ordinaria aveva già anticipato, consentendo alle regioni di regolare tutti gli aspetti che, direttamente o indirettamente, mirano alla tutela del bene salute (D. Morana, La tutela della salute fra competenze statali e regionali: indirizzi della giurisprudenza costituzionale e nuovi sviluppi normativi, in Osservatorio costituzionale, n. 1/2018, p.2), e, comunque, come ha fatto notare il Prof De Siervo su La Stampa del 17 novembre, il Governo godeva allora e gode oggi di ampie competenze, anche straordinarie, in materia di emergenza sanitaria, secondo l’art. 117, comma 1, lett. q), Cost.
Non va comunque sottaciuto che con la riforma le regioni hanno accresciuto nel complesso i loro poteri, sia in ordine alle materie di disciplina concorrente stato – regione – si pensi, ad esempio, all’urbanistica diventata il più ampio “governo del territorio” – sia in ordine a tutte le materie residue come i servizi sociali che non sono comprese né nell’elenco di quelle su cui lo Stato le esercita in via esclusiva né in quello delle materie concorrenti, e che appartengono alla competenza regionale pressoché esclusiva. Oltretutto l’art. 116 della Costituzione riconosce alle regioni la possibilità di aumentare i loro poteri, il cosiddetto regionalismo differenziato, per il quale in Veneto e in Lombardia sono stati celebrati a favore due referendum consultivi e altrettanto si sono espressi i consigli regionali dell’Emilia Romagna, del Piemonte e della Liguria.
Elezione diretta del presidente della regione e aumento delle competenze, hanno fatto delle regioni un sistema di contropoteri istituzionali e politici forte.
Al contrario, nella cosiddetta Prima Repubblica, è l’opinione di Galli della Loggia, il tessuto connettivo forte della nazione era il sistema di partiti strutturati dal centro alla periferia con una classe dirigente omogenea, autorevole e rappresentativa del corpo elettorale, perciò il conflitto era, o attenuato come nel rapporto con le regioni “rosse”, o inesistente come nel rapporto con le regioni governate dal centrosinistra, mentre nella fase attuale della Seconda o Terza Repubblica l’assenza di partiti connettivi della società ha favorito l’emergere di leadership locali che trattano con il centro e con i rispettivi partiti di appartenenza come potenze autonome che possono prescindere dal partito di appartenenza (si pensi al caso dell’Emilia Romagna dove il candidato Presidente non ha voluto accanto a sé neppure il segretario del suo partito), o che addirittura ne umiliano la rappresentanza (si pensi nel Veneto alla Lista del leghista Zaia che ha distrutto elettoralmente quella della Lega).
I leader regionali si configurano come potentati feudali che negoziano con il centro il loro potere. Questa struttura dell’organizzazione del potere porta con sé inevitabilmente i germi della conflittualità, anche in caso di emergenza, ed ha esaltato ed esasperato il fenomeno del localismo.
                                            Partiti senza identità. Corpi intermedi sociali rivendicativi e spaesati
Il tema della debolezza, per non dire dell’evanescenza dei partiti di oggi - ed in genere del mondo sindacale e associativo complessivamente impreparato a fronteggiare la globalizzazione e incline ad assumere atteggiamenti rivendicativi -, della loro incapacità o difficoltà di interpretare i segni tempi e di guardare lungo in una prospettiva che traguardi l’eccezionalità del momento e che dia indicazioni per il dopo (illuminate in questo senso è l’articolo di Romano Prodi su il Messaggero, La battaglia anacronistica dei dipendenti pubblici), è certamente fondato ed è una delle cause della debolezza del sistema politico – istituzionale.
Galli della Loggia in altro articolo (Quando il potere (centrale) è debole, Corsera, 12 dicembre 2020) affronta ma non sviluppa l’esame di un'altra causa della debolezza del sistema della forza del localismo dovuto alla diversa legittimazione delle forme di governo centrale e locale.
La forma di governo regionale è sostanzialmente presidenziale, espressione del voto popolare diretto e munito di una legittimazione forte, a fronte della quale, la forma di governo parlamentare nazionale, imperniata sul voto di fiducia e quindi sulla legittimazione popolare mediata dalle assemblee rappresentative, appare debole e poco rappresentativa dell’effettiva volontà del corpo elettorale.
Eppure il governo parlamentare altrove in Europa (Regno Unito, Germania) conserva autorevolezza e capacità decisionale, pur dovendosi confrontare con la autonomie locali, in virtù di un sistema partitico forte.
Al contrario in Italia la scarsa qualità del sistema dei partiti genera un quadro politico fragile e connotato dall’assenza di una visione per il futuro del paese.
La fragilità e la mancanza di orientamenti comuni di fondo si riverbera sugli equilibri politici, sui loro contenuti, quindi in ultima istanza sull’autorevolezza e capacità decisionale del governo, che la probabile prossima legge elettorale proporzionale andrà ad aggravare.
Alla scarsa autorevolezza del governo espressione dei partiti di oggi va anche aggiunta la storica dipendenza dello Stato, in quanto apparato organizzativo, dalla legittimazione dei partiti. Lo Stato repubblicano ha trovato la sua (ri)legittimazione attraverso i partiti antifascisti e da questi è stato per così dire colonizzato, o meglio, ricolonizzato, dopo il ventennio fascista che aveva inteso identificare il regime nello Stato (De Felice, Lo Stato totalitario, in Storia d’Italia del XX secolo, Vol. 11, Roma 2007, p.10).
Fintanto che i partiti sono riusciti ad essere effettiva cinghia di trasmissione della società nello Stato e sin tanto che la società ha trovato in essi la forma della rappresentanza politica, attraverso classi dirigenti e leader di livello, l‘asse società – Stato – Governo ha retto, benché non vada dimenticato che il patto società – Stato si è per decenni largamente alimentato e retto con l’espansione della spesa pubblica ed è entrato in crisi sia per il venire meno del fattore esterno della Guerra fredda, che ha imposto un quadro politico a schema obbligato: Dc e alleati al governo, PCI all’opposizione, sia per quello interno della rottura dell’equilibrio ceto medio – spesa sociale - partiti rappresentato dalla indisponibilità del primo a continuare a partecipare al patto sobbarcandosi un carico fiscale importante non più compensato da vantaggi e ritorni in termini di servizi e di rendite di posizione.
Il paradosso dell’attuale situazione è che i leader regionali vengono da quel mondo politico, ma sono riusciti a non essere più di quel mondo. Questa trasfigurazione e stata resa possibile dalla loro elezione diretta che li ha resi autonomi, per non dire anche indipendenti, dal mondo politico che li ha originariamente espressi (non è un caso che tutti i presidenti di regione eletti a settembre abbiano avuto liste civiche con il loro nome).
Il sistema politico, ha avvertito il Professor Panebianco sul Corriere della sera del 29 novembre scorso, va evolvendo verso una situazione paradossale, dove in periferia, a causa dell’elezione diretta di sindaci e presidenti si perpetua la contrapposizione bipolare destra – sinistra, mentre al centro la prossima e probabile legge elettorale proporzionale tenderà a sfumare questo schema, favorendo nel tempo il desiderio e la necessità di un centro ora sguarnito tanto sul lato di destra con il dissolversi di Forza Italia, quanto sulla sinistra con il fallimento del PD come partito di centrosinistra.
Tuttavia, quali che siano state e siano le cause della decadenza del sistema politico, il fatto è che, allo stato, abbiamo un sistema delle autonomie con governi resi forti della legittimazione diretta del voto popolare e un governo centrale debole espressione ed emanazione di quella decadenza politica.
                                                                    Un presidente con poteri di governo
La forma istituzionale di governo non è dunque una variabile indipendente del gioco e degli equilibri politici. L’attuale situazione dei rapporti di forza politico – istituzionali, l’emergere prepotente del localismo non controbilanciato ad un’efficiente azione degli apparati statali, richiedono il ripensamento della forma di governo parlamentare della Repubblica ed il passaggio ad un modello di legittimazione diretta del corpo elettorale degli organi di vertice dello Stato, che potrebbe ispirarsi a quello semipresidenziale con Il Presidente della Repubblica eletto a suffragio universale che nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questi, nomina gli altri membri del governo, e che presiede il Consiglio dei ministri.
Seguendo lo schema della Repubblica francese, si avrebbe una forma duale Presidente – Governo, espressione della fiducia del Parlamento, ma in grado di riassumere nella legittimazione diretta del Presidente la forza del significato dell’unità nazionale come appartenenza ad unica comunità.
Nell’attuale quadro ordinamentale il Presidente della Repubblica è garante dell’unita nazionale, rappresenta la nazione, avendo una posizione di terzietà rispetto a tutti i poteri non è direttamente coinvolto nel loro esercizio, ma svolge ugualmente uno ruolo di indirizzo/ammonimento (si pensi alla lettera – indirizzo al Parlamento del Presidente Mattarella sui cosiddetti decreti Sicurezza) e, talvolta, di supplenza e surroga del sistema politico (si ricordi il caso dei cosiddetti “governi del Presidente” di cui il Governo Monti è stato l’esempio più evidente).
Si può osservare che, tuttavia, l’elezione indiretta del Presidente della Repubblica oggi vigente non è di per sé elemento che ne diminuisce il ruolo politico – istituzionale né, attraverso le “esternazioni presidenziali atipiche” (messaggi radiotelevisi, interviste, lettere, discorsi), viene meno la sua possibilità e capacità di mettersi in contatto diretto con il corpo elettorale e con la nazione, svolgendo un ruolo essenziale di raccordo tra popolo e istituzioni, specie in momenti di crisi politica o di sfiducia verso le istituzioni stesse.
La figura e il ruolo del Presidente della Repubblica sono più che mai centrali e determinanti per la definizione degli equilibri politici. Tra i moventi costitutivi dell’attuale Governo vi è stato quello non certo secondario di avere come traguardo l’elezione del Capo dello Stato con una maggioranza non di destra e tuttavia la maggioranza attuale non potrà non coinvolgere anche la destra, se non altro perché controlla il 46% dei grandi elettori presidenziali e perché PD e 5Stelle non sono in grado per varie ragioni di esprimere un’alleanza di prospettiva.
Quel che qui si propone, pur nella consapevolezza che la regola istituzionale non è di per sé in assoluto lo strumento risolutivo dei problemi politici, è un modo diverso di reinterpretare la sovranità popolare che si esercita nei limiti e nelle forme della Costituzione (art. 1) e di riportare lo scettro dell’indirizzo al titolare di questa sovranità che, secondo il dettato e lo spirito dell’art. 49 Cost., sono “Tutti i cittadini”, i quali “hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Dove il titolare dell’indirizzo è il cittadino ed il partito lo strumento, non esaustivo, ma certamente preponderante nell’ambito di una Repubblica parlamentare.
L’esperienza dell’elezione diretta di sindaci e presidenti di regione ha dimostrato che è possibile un governo dualistico: sindaco/presidente – assemblea rappresentativa in grado di dare eguale legittimazione ai due organi: uno che rappresenta l’ente e presiede la giunta, l’altro che rappresenta le diverse posizioni politiche.
Il livello di disunità che ha raggiunto il nostro paese e la cronica contestazione dei poteri locali (forti) verso quello centrale (debole), anche quando ha gli strumenti per esercitare i suoi poteri in via straordinaria (vedi l’attuale emergenza sanitaria), rendono chiaro come è il sistema politico ad essere entrato nel suo complesso in un loop dal quale autonomamente non è in grado di uscire, né un’eventuale futura vittoria del centrodestra a livello nazionale riuscirà ad eliminare i fattori di debolezza e contraddizione interna, né ad eliminare la conflittualità centro – periferia, che forse verrebbe attenuata con le regioni visto che in maggioranza sono governate dal centrodestra.
La crisi di sistema è strutturale e deriva dalla mutazione genetica dei partiti – idee a partiti padronali, o personali, e comunque leaderistici, come la parabola discendente dei 5 Stelle dimostra in modo del tutto evidente: senza un leader forte di riferimento il movimento va in corto circuito, non essendo sufficiente il ricorso al debole armamentario ideologico per costruire una politica e una rappresentanza durevoli nel tempo.
Se mai si arrivasse all’elezione diretta del Capo dello Stato, inevitabilmente si dovrebbe pensare anche ad un contestuale e adeguato sistema di contrappesi attraverso una legge elettorale che consegni un Parlamento e un Governo espressione del voto della maggioranza degli elettori, che bilanci la forza del Presidente.
L’altro contrappeso dovrebbe essere costituito da una radicale profonda riforma dell’apparato burocratico – amministrativo, appesantito da un numero diabolico di adempimenti dovuti a leggi e norme orami costantemente malfatte e confuse.
La riforma della Pubblica amministrazione richiede che alla qualità delle norme si associ la qualità e l’indipendenza dei funzionari, ma richiede anche una classe politica professionalmente preparata che capisca che, fatta la legge, occorre verificarne la sua attuazione e la sua idoneità allo scopo per il quale è stata approvata.
In un Paese come è il nostro, fragile come comunità nazionale, impoverito economicamente dalla crisi e dalla pandemia, con un apparato istituzionale e burocratico deboli, alla ricerca di soluzioni facili, la suggestione di affidarsi un uomo dell Provvidenza, ad un uomo del fare che riduce la democrazia in cambio di sicurezza e rapidità decisionale, potrebbe rivelarsi dannosa se non pericolosa per il nostro sistema delle libertà (la Polonia e l’Ungheria di oggi non sono poi così lontane).
Concludendo questa provocazione, il localismo che disunisce la nazione non si supera con il recupero di poteri dalle regioni verso il centro (sebbene il riparto di competenza attuali necessiti in ogni caso di una sua rivisitazione e razionalizzazione, a meno di non lasciare tutto il peso delle definizione delle competenze alla sola Corte Costituzionale, e quindi all’accettazione di una conflittualità permanente Stato – regioni), ma con il recupero al centro di una diversa espressione della sovranità popolare mediante un Presidente eletto dai cittadini che sia, in quanto garante dell’unità del paese, anche titolare di poteri di governo.
Il tema non è quindi quello di un governo che sia espressione diretta della maggioranza elettorale, ma di una rilegittimazione della Repubblica come progetto dell’unità della nazione.
A 75 anni dalla caduta del Fascismo non sembra troppo presto scrollarsi di dosso la sindrome dell’uomo forte al comando, ma di affrontare laicamente il tema della razionalizzazione del potere e dell’efficacia dell’azione decisionale in regime democratico.


Alberto Fossati

 

Gli Auguri di Natale Mario Mauri

Auguri agli amici del Circolo Marcora.          Milano 7 dicembre 2020

Quest'anno il Buon Natale è ovviamente accompagnato dalla speranza di venir fuori presto da questa storia della epidemia che, tuttavia,
insieme ai tanti danni che ci ha procurato, ha anche avuto - per noi ottanta/novantenni - una specie di effetto "ringiovanente", nel senso
che ci ha fatto fare una esperienza nuova rispetto al frequente ritornello "le abbiamo viste tutte". Questa è stata una novità che abbiamo condiviso come tale con quelli più giovani di noi.
Indietro negli anni ci hanno riportato quest'anno, anche due solenni anniversari: il cinquantesimo compleanno dello statuto dei lavoratori
e delle Regioni, due riforme che, ognuno di noi nei ruoli diversi di gregari o dirigenti, di elettori o eletti e comunque di partecipanti a
complessi e infuocati dibattiti, abbiamo costruito nel paese.

Dello Statuto, noi che facevamo parte della sinistra democristiana, possiamo dire con soddisfazione che è diventato una bandiera di tutta
la sinistra (i comunisti non lo votarono in Parlamento, noi sì); delle Regioni dobbiamo dire che le volevamo come riforma in senso
autonomistico dello Stato e le abbiamo avute come articolazione periferica dello Stato centralista. Una riforma a metà, una mezza delusione.

Segnalo in proposito un bel libro nuovo del leader autonomista di quegli anni. Piero Bassetti, "Oltre lo specchio di Alice" editore Guerini e associati.
Infine il ricordo di una nostra intelligente, colta e simpatica amica dei tempi dello "Stato democratico": Lidia Menapace, che ci lasciato
qualche giorno fa. Negli anni 60 del secolo scorso veniva nella sede di via Cosimo del Fante a portarci i suoi articoli per la rivista. Ricordo in
particolare una serie di interventi sul vocabolario della politica che farò di tutto riproporre agli amici in qualche modo: ci portava per
mano a scoprire come la cultura cattolica avesse una casa politica nel campo della difesa e della promozione degli ideali di democrazia e di
libertà al di là di ogni polveroso dogmatismo.


Auguri e a presto


Mario Mauri

Lidia Menapace ricordata da Margherita Zucchi

7.12.2020. Lidia Menapace è morta…. Rosso Malpelo e le novelle di Giovanni Verga, anno accademico 1966/67, noi studentesse in Università Cattolica a Milano portavamo il grembiule nero e la nostra professoressa di lingua italiana ci spiegava l’uso del linguaggio nel verismo, gli elementi di rottura con le correnti letterarie precedenti... Erano così belle le sue lezioni, che si poteva lasciare a terra il peso dello studio e librarsi con le ali del puro piacere dell’ascolto e della lettura, attraverso una chiave d’accesso di rara evidenza e spirito critico.


“Una donna minuta, ironica per vocazione e anticonformista nel profondo, nella vita pubblica e in quella privata, nelle idee e nello stile di vita. Una femminista che amava il movimento delle donne, cocciutamente intransigente nell’uso del linguaggio, capace di spiegare con semplicità e grande cultura quanto danno potesse fare l’uso sbagliato delle parole, specialmente nelle questioni di genere.” (da Il Manifesto del 03.12.2020) All’ Università c’era sempre una gran folla alle sue lezioni tenute nell’aula ad emiciclo, tra le più spaziose della Cattolica: erano lezioni interessanti, avvincenti, chiare e dirette, potremmo dire: senza peli sulla lingua! Stava maturando la rivolta studentesca della primavera del ’68 e lei ne fu protagonista insieme con gli studenti…. Non dimentichiamo che in Italia il vero atto di nascita del movimento di protesta avvenne a Milano il 17 novembre 1967 nell’ateneo fondato da padre Gemelli: un’occupazione senza precedenti, dopo la quale fu espulso Mario Capanna quale organizzatore.
Ai tempi dell’Università non si studiava la Resistenza, per lo meno non era nel piano di studi, qualche rara tesi di laurea con il prof. Gianfranco Bianchi, solo ne sentivo vagamente dire qualcosa in casa, si parlava soprattutto della guerra, del terrore… mia madre era stata messa al muro dai tedeschi durante un rastrellamento… terrorizzata dagli spari, non sopportava più neppure i tuoni dei temporali: - Speriamo che voi giovani non dobbiate mai vedere la guerra, mai vivere nel terrore! - e questa era la conclusione: -
Parliamo d’altro!-, solo che i miei nonni nel 1941 avevano dovuto lasciare precipitosamente l’Algeria perché, in quanto Italiani, erano considerati nemici della Francia, avendo l’Italia fascista dichiarato guerra alla Francia. E in terra d’Africa avevano abbandonato ciò che si erano guadagnati da emigranti, col sudore della fronte… difficile per loro parlare d’altro.
Lei invece, Lidia Brisca, la guerra l’aveva fatta davvero, giovanissima, e ne era stata talmente segnata che, quando a 90 anni veniva intervistata e le chiedevano quale definizione avrebbe dato di sé stessa, rispondeva: - Partigiana! -.
Sì, era la staffetta “Bruna” della formazione Remo Rabellotti di Novara, parte del Raggruppamento Divisioni Patrioti Alfredo Di Dio, e si muoveva tra la città natale e la Val d’Ossola; era giovanissima e si distingueva per la sua attività instancabile, in anni vissuti sotto i bombardamenti, aveva accettato di fare la staffetta in bicicletta pur con il terrore di poter incontrare i nazisti o i fascisti lungo la strada. I messaggi viaggiavano sulle sue gambe e nella sua testa: niente messaggi scritti, tutto doveva essere memorizzato e trasmesso a
voce per evitare che durante i controlli ai posti di blocco venisse scoperta.
“Don Gek [Don Girolamo Giacomini] seguiva quello che facevo, spesso forse non condividendo le mie scelte, ma senza pregiudizi. Proprio la profondità delle sue convinzioni gli consentiva una estrema libertà di approccio con le persone.
È importante riuscire a fare memoria di persone come don Giacomini. Abbiamo paura della perdita della memoria sul piano personale, molto meno sul piano collettivo. Non ci si preoccupa se un popolo perde la memoria, se non è più in grado di rifarsi ad esperienze passate per poter affrontare il presente e progettare il futuro (scuole, partiti e chiese sono diventati muti). Si vive in una eterna infanzia, senza mai pervenire all'età adulta... Quando don Gek accettò di farmi entrare in contatto con la resistenza organizzata, dichiarai che non avrei portato armi (la resistenza è stata un movimento armato non militare, e c'era grande libertà anche nel fare obiezione di coscienza all'uso delle armi). Ero favorevole ai sabotaggi e allora trasportavo l'esplosivo, ero favorevole alla formazione di una coscienza antifascista e allora distribuivo la stampa clandestina...” (dalla relazione di Lidia Menapace Verbania Pallanza, 17 aprile 1999, in “Leggere la  Resistenza, dalle formazioni autonome alla cittadinanza consapevole”, di prossima pubblicazione info@museopartigiano.it ).
Nonostante l’obiezione di coscienza all’uso delle armi, Lidia venne congedata come sottotenente con il riconoscimento di “partigiano combattente”, al maschile ovviamente, da qui il suo rifiuto e il suo antimilitarismo, pur essendo la prima a sostenere che le donne nella Resistenza non furono solo staffette come lei, rimasta “partigiana” per tutta la vita. Con quel titolo rifiutò anche il compenso monetario: "non ho fatto la guerra come militare e ciò che ho fatto non è monetizzabile". Tuttavia “Se non ci fossero state le donne non ci sarebbe stata la Resistenza, punto e basta”, ricordava Lidia Menapace nel capitolo dedicato a lei del libro di Gad Lerner e Laura Gnocchi “Noi partigiani”
(Feltrinelli2020).
Si laureò all’Università Cattolica del Sacro Cuore a 21 anni con il massimo dei voti e dopo la guerra si impegnò nella FUCI. Nel 1964, candidata con la DC, venne eletta prima donna nel Consiglio Provinciale di Bolzano, dove si era trasferita dopo il matrimonio con il medico trentino Nene Menapace (morto nel 2004),diventando assessora effettiva per affari sociali e sanità. Nei primi anni Sessanta divenne docente di Lingua italiana e metodica degli studi letterari all’Università Cattolica: l’incarico non le venne rinnovato nel 1968 a causa della pubblicazione del documento “Per una scelta marxista”. Dopo l’uscita in quello stesso anno dalla Dc, Menapace si avvicinò al Partito Comunista Italiano. Nel 1969 fu tra i fondatori del primo nucleo del manifesto, sul quale avrebbe scritto fino alla metà degli anni Ottanta. Nel 1973 fu tra le promotrici del movimento Cristiani per il Socialismo. Dal 2006 al 2008 fu senatrice di Rifondazione comunista.
«Scompare con Lidia Brisca Menapace una figura particolarmente intensa di intellettuale e dirigente politica espressione del dibattito autentico che ha attraversato il Novecento.
Staffetta partigiana in Val d’Ossola, brillante laureata presso l’Università Cattolica di Milano, dove sarà lettore di lingua italiana, dirigente della Democrazia Cristiana e vice presidente della Provincia di Bolzano, animatrice del movimento delle donne, tra i fondatori del Manifesto e, infine, senatore per Rifondazione comunista nella XV legislatura repubblicana, Lidia Menapace è stata fortemente impegnata sui temi della pace, con la Convenzione permanente delle donne contro tutte le guerre.
I valori che ha coltivato e ricercato nella sua vita – antifascismo, libertà, democrazia, pace, uguaglianza –
sono quelli fatti propri dalla Costituzione italiana e costituiscono un insegnamento per le giovani generazioni». (Sergio Mattarella Presidente della Repubblica).
“Dobbiamo uscire da questo virus e fare ripartire la politica”, aveva detto in un’intervista a Repubblica alla vigilia del 25 aprile. “Immagino a gruppi di persone che pensino a cambiare le cose dentro un grande movimento di cambiamento. Una vita politica in cui ciascuno vede cose che non funzionano e si impegni per trasformarle, in cui le cose sbagliate siano raddrizzate. Non però creando frammentazioni e tanti piccoli
partiti. Direi: dopo l'epidemia, ricominciamo dalla politica”. Io aggiungerei la politica quella vera, capace di distaccarsi dai battibecchi elettorali e di affrontare i problemi, alcuni dei quali non ancora risolti dopo 75 anni dalla Liberazione nazionale. Senza dimenticare che per perdere la guerra vincendola, fu necessario percorrere una via unitaria di condivisione, senza rinunciare al “dibattito autentico” , ma con la volontà comune di arrivare alla sintesi che è la Costituzione italiana.


MARGHERITA ZUCCHI
per il RAGGRUPPAMENTO DIVISIONI PATRIOTI “ALFREDO DI DIO” BUSTO ARSIZIO
con sezione MUSEO DELLA RESISTENZA “ALFREDO DI DIO” ORNAVASSO

VIRGINIO ALBE'

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Li chiamavano ‘comunistelli di sacrestia’. Erano giovani democristiani della corrente
più a sinistra della Democrazia Cristiana, ‘La Base’, e il loro referente sul territorio
era il senatore Giovanni Marcora. Virginio Albè, classe 1929, scomparso il 26
settembre era un basista ed è stato per tanti anni segretario della Sezione Bollini
della Dc di Legnano.

I funerali si sono svolti nella chiesa dei Santi Martiri il 29
settembre.

Albè, oltre all’impegno nella Dc, ed esponente di rilievo della Base
legnanese, era stato a lungo nel Comitato Comunale dello “scudocrociato” e
componente del CdA di Amga per 5 anni dal 1975 all'80.

Gianni Mainini

Mario Mauri: riflessioni su Statuto dei lavoratori

Ci sono stati in particolare due anniversari che, penso, ci hanno sollecitato alla rievocazione di fatti ai quali abbiamo partecipato, a suo tempo, con entusiasmo e baldanza.


Si tratta dello Statuto dei lavoratori, che divenne legge nel 1970, e della elezione della prima giunta regionale lombarda, presieduta da Piero Bassetti, nel luglio dello stesso anno.


Mi sembra che le due ricorrenze siano passate in tono minore e me ne sono chiesto il perché.


Per quanto riguarda lo Statuto dei lavoratori, incluso il fatidico articolo18, la celebrazione era un impegno della sinistra che ne ha fatto una bandiera di lotte politiche e di battaglie del mondo del lavoro.

Senonché a mettere un po' la sordina agli entusiasmi celebrativi è stato il ricordo che lo statuto dei lavoratori non fu affatto votato dalle sinistre: comunisti e socialproletari si astennero perché lo statuto dei lavoratori fu un prodotto del governo di centro sinistra presieduto dal democristiano Mariano Rumor, ministro del Lavoro, il democristiano Carlo Donat Cattin, sottosegretario al Lavoro il democristiano Leandro Rampa che fu tra l'altro l'estensore materiale dell'emendamento passato alla storia come articolo 18 sul reintegro nei posti di lavoro dei lavoratori licenziati illegittimamente.


Di questi personaggi naturalmente nessuno ha parlato.

Frequenti invece le citazioni di Brodolini, ministro del Lavoro socialista che mancò purtroppo in largo anticipo rispetto al varo parlamentare dello Statuto; frequenti le citazioni di un discorso dello storico segretario generale della CGIL, Di Vittorio, che rivendicava l'obiettivo dello Statuto negli anni '50, ma omettendo che il valoroso sindacalista nel 1970 era già morto da circa quindici anni nella solitudine politica in cui lo aveva relegato il congresso comunista che condannò il suo rifiuto di condannare la rivoluzione ungherese del 1956.
Ho visto citato giustamente tra i sostenitori dello Statuto il socialista Gino Giugni, presidente di una commissione parlamentare e una sua polemica in proposito con Donat Cattin.

Il problema era che il ministro era cresciuto alla dura scuola del sindacalismo FIAT mentre Giugni veniva da seminari di studio negli Stati Uniti sull'associazionismo tra i lavoratori.


Morale: il 50° ha fatto giustizia di tanti luoghi comuni sui rapporti tra sinistra e reali interessi del mondo del lavoro. Ma qualcosa diremo anche sulla celebrazione del compleanno della Regione.

 

UN NUOVO SOGGETTO POLITICO D’ISPIRAZIONE CRISTIANA E POPOLARE?

Avevo sottoscritto il “Manifesto Zamagni” (che ipotizza la creazione di un “soggetto politico ‘nuovo’ d’ispirazione cristiana e popolare”) un po’ affrettatamente, senza averlo cioè debitamente approfondito. E per questo mi scuso. L’ho “studiato” in questi giorni nella tranquillità della località montana che sto frequentando, leggendo anche le tante, diverse opinioni che sul tema sono state espresse. E sono arrivato alla conclusione (o quasi) che l’idea, oggi, di un “partito cattolico”, pur aperto a credenti e non, non mi convince. Certo, io condivido in partenza una visione personalista dell’economia, della società, e dello Stato -uno Stato in ogni caso radicato nella prospettiva europea, e nel quale la “cosa pubblica” funzioni al meglio-, la piena valorizzazione delle formazioni sociali e dei corpi intermedi (come si conviene a un ben inteso principio di sussidiarietà), la difesa della persona, della sua dignità in tutti gli stadi di vita, e della famiglia. Però ho perplessità non da poco, ribadisco, ad utilizzare oggi, in politica, il termine “cattolico” legato a un partito. Tanto più considerando quanto sta giusto accadendo nel “mondo cattolico” negli ultimi anni. In particolare, dal momento dell’arrivo di papa Francesco. Oggi, lo sappiamo, la Chiesa sta vivendo un momento assai difficile, e Colui che dovrebbe essere il simbolo della sua unità è sotto un attacco fortissimo, anche, o forse soprattutto, all’interno. Vale a dire persino da una pur assolutamente minoritaria parte della gerarchia. Troppo facile, naturalmente, partire dalla vicenda dell’ex nunzio apostolico negli Usa, mons. Carlo Maria Viganò, “nemico” di Bergoglio e “amico” di Donald Trump, il “figlio della luce", cui monsignore ha dedicato la nota “lettera aperta” del 6 giugno, dopo aver sottoscritto, insieme, tra l’altro, a tre cardinali e otto vescovi, un appello contro il “Nuovo ordine mondiale”. Interessante leggere allora anche solo un pezzo di detta lettera: “…da una parte vi sono quanti, pur con mille difetti e debolezze, sono animati dal desiderio di compiere il bene, essere onesti, costituire una famiglia, impegnarsi nel lavoro, dare prosperità alla Patria, soccorrere i bisognosi, nell’obbedienza alla Legge di Dio, il Regno dei cieli. Dall’altra si trovano coloro che servono se stessi, non hanno principi morali, vogliono demolire la famiglia e la Nazione, fomentare le divisioni intestine e le guerre, accumulare il potere e il denaro: per costoro l’illusione fallace di un benessere temporale rivelerà –se non si ravvedono- la tremenda sorte che li aspetta, lontano da Dio, nella dannazione eterna. Nella società, Signor Presidente, convivono queste due realtà contrapposte, eterne nemiche come eternamente nemici sono Dio e Satana”. "Per la prima volta, gli Stati Uniti hanno in Lei un Presidente che difende coraggiosamente il diritto alla vita, che non si vergogna di denunciare le persecuzioni dei cristiani nel mondo, che parla di Gesù Cristo e del diritto dei cittadini alla libertà di culto….”.
Donald santo subito, dunque!
Va segnalato in proposito che l’ex nunzio è noto per essersi scagliato da tempo contro il Concilio Vaticano II, da lui definito come un “focolaio di eresie”, che deve essere lasciato cadere in toto, dimenticato. L’intero Concilio ha da essere cestinato, a suo dire, mentre taluni suoi amici si limitano invece a chiedere, bontà loro, che vangano “corretti” singoli errori di dottrina contenuti nei documenti conciliari.
Ecco, pertanto, il punto: questo papa è sotto attacco perché, ringraziando Iddio, ci sta dando quotidiane lezioni di che cosa significhi essere “cristiani” oggi, nella società “post-moderna”. Si rifà, così, alle definizioni “pastorali”, e non solo, dell’ultimo Concilio, definizioni che hanno provocato anche un ripensamento della concezione intellettualistica, manualistica, “scolastica”, della teologia. Promuovendo così una nuova teologia che, coniugando “trascendenza” e “immanenza”, tenga conto della “storia” e del suo evolversi, pur senza dimenticare affatto, naturalmente, il “fondamento” del cristianesimo stesso. Una teologia, nella debita misura, finalmente anche “antropologica”, pertanto.
Il problema è che questa posizione di Francesco, che finisce con avere inevitabilmente qualche significativo riflesso sulla stessa politica, è invisa non soltanto a Viganò & C., ma anche a consistenti gruppi di cristiano/cattolici conservatori, integralisti, reazionari. Negli Usa, ma non solo. Gruppi che riscuotono infatti simpatie anche altrove, Italia compresa, se non soprattutto. Negli ambienti salviniani in particolare, guarda caso. Così, Francesco è stato ripetutamente fischiato, il 18 maggio dello scorso anno, in piazza Duomo, a Milano, non appena il “devoto” ras della Lega (quello del rosario e del Vangelo sbandierati nei comizi) lo ha nominato. Ma il problema è anche che, da noi, dicono gli esperti, quel partito è tuttora il più votato dai “praticanti” cattolici, quelli che vanno a Messa tutte le domeniche.
Orbene: è evidente che il sottoscritto non vuole avere nulla, ma proprio nulla, a che spartire, sul piano dei valori cristiani da tradurre in politica, con detti ambienti. Perché in politica (nella DC, nel PPI, nella Margherita, nel PD) io mi sono sempre definito “cattolico” sì, ma anche, insieme, “democratico”, non scindendo mai i due termini. Certo, la Dc si definiva partito “di centro”, ma da De Gasperi e da Moro il “centro” non è mai stato considerato come un’idea statica, immobile nella sua fissità, bensì come un’idea in continuo movimento. In realtà, un centro che ha voluto sempre guardare verso le istanze della sinistra. Anche in ragione di ciò, e proprio in conseguenza della mia visione del mondo, della mia concezione antropologica, della mia cultura politica, io mi trovo più a mio agio (pur non senza qualche problema) in un partito dichiaratamente di “centrosinistra”, non di centro. Consapevole e memore che i partiti che ho frequentato sinora nella mia pur lunga esperienza politica hanno contribuito, insieme ad “altri”, alla tenuta democratica del Paese, a provare a realizzare un’economia mista, una società meno crudele di altre sul welfare, un ancoraggio istituzionale fortemente europeo. “Insieme ad altri”, dicevo. Sarà anche in ragione di ciò che, prescindendo dalla questione diciamo tecnica della legge elettorale più opportuna, io non disdegno la prospettiva del “bipolarismo”, oggi. Non parlo, dunque, di “bipartitismo” modello anglosassone, che, di fatto, mortifica la tradizione pluralista. E non mi piacciono neppure leaderismo e presidenzialismo, che deprezzano il pluralismo sociale e istituzionale. Ma considero che, pur consapevoli delle forzature del modello ipermaggioritario, non dobbiamo esorcizzare, come ha ben scritto qualche amico, i problemi e i costi delle stagioni precedenti, nelle quali elementi di consociativismo hanno concorso a propiziare l’impennata del debito pubblico e diffuse pratiche consociative.
Tutto ciò detto, sull’intera questione, avendoci, come detto, riflettuto, sto registrando con una certa simpatia i pensieri sul tema apparsi sulla rivista “Appunti” (organo dell’associazione “Città dell’uomo”, fondata da Giuseppe Lazzati), a firma, rispettivamente, di Franco Monaco e Filippo Pizzolato. Assai perplessi entrambi sul partito cattolico di centro, o come lo si voglia chiamare (ma “meglio pensare a un ambito circolare, più che centrista, capace di raccogliere suggestioni programmatiche utili a tutta la popolazione, senza distinzioni oltre a quelle che derivano dai valori consolidati della civiltà”, ha scritto un aderente all’iniziativa). Di Monaco, il quale ha tra l’altro citato la famosa frase di Martinazzoli per cui “la differenza tra moderazione e moderatismo è uguale alla differenza tra castità e impotenza”, apprezzo in particolare questo pezzo: (….nella situazione data) …“occorrono scelte di valore e ricette che sanno di radicalità, non di centro moderato". Chi ha provato nel passato a interpretare il centro moderato non ha brillato per qualità, quantità e persino durata. Il profondo disagio materiale e spirituale che affligge la società concorre a premiare le proposte radicali, non quelle moderate di centro… Il problema non è quello di una nuova offerta politica ma della razionalizzazione di un sistema politico già troppo frammentato. Serve semmai una rigenerazione dei partiti attuali”. “Occorre concorrere a organizzare un fronte largo e unitario che positivamente rappresenti un’alternativa politica all’egemonia manifesta e insidiosa di una destra illiberale, nazionalista e sovranista. Non ci possiamo permettere posizioni ambiguamente terziste”.
Pizzolato, per parte sua, è perplesso sull’idea di fare dei cattolici i “baluardi della tenuta del sistema”, a guardia di un ordine di cui in teoria continuano a contestare le ingiustizie, un’oasi roccaforte dell’esistente, votata a una moderazione che immediatamente viene scambiata per conservazione, una forza di stabilizzazione posta al centro. E ricorda che il posizionamento politico dei cattolici è sempre stato plurale, nonostante le forzature e le convenzioni storiche. “Oggi è perfino inafferrabile e indefinibile”, questo posizionamento. “Una volta, il cattolicesimo era la base della cultura popolare e dettava le scansioni della vita e gli orizzonti del sociale”, ma oggi non è più così. Con riferimento, poi, allo slogan dell’ipotizzato nuovo partito: “Antagonisti alla destra, alternativi alla sinistra” (una definizione che tenta a mio avviso con difficoltà di non mettere sullo stesso piano il tipo di diffidenza verso i due gruppi), Pizzolato obietta, ed io condivido, che non si può paragonare il Partito democratico alla destra di oggi, autoritaria e rozza. E segnala altresì che non si possono rigettare tutti i partiti, alla cui storia i cattolici hanno ampiamente contribuito. Il rischio, conclude, è quello di uno svuotamento delle componenti più ragionevoli dei due poli, contribuendo, di fatto, a una più marcata polarizzazione del Paese.
Avviandomi a concludere, mi permetto di esternare la mia convinzione che una delle ragioni (pur non espressamente dichiarata pur se, in fondo, comprensibile) dell’avversione dei fautori del nuovo partito al Pd abbia a che fare in qualche misura con la questione dei cosiddetti (una volta) “valori non negoziabili”, ben noti ai cattolici praticanti. Irrita cioè, a me pare di poter dire, il “laicismo” di una parte dei piddini, la cui rappresentante “simbolica” può essere individuata in Monica Cirinnà (ci capiamo). Sul tema, da anzianetto, oso allora fare le seguenti considerazioni: ho vissuto i tempi dei referendum del 1974 sul divorzio e di quello sull’aborto del 1981. Io, allora giovane militante dc “al fronte”, votai (ovviamente?) contro entrambi gli istituti, impegnandomi anche di persona nell’agone, diciamo, elettorale. E fui sorpreso, come buona parte dei cattolici, credo, dall’esito di dette consultazioni: nella “cattolicissima” Italia di allora, con una Chiesa ancora, diciamo, forte nella società, e il partito “d’ispirazione cristiana” con grandi posizioni di potere, il divorzio fu approvato da circa il 60% dei votanti, e, sette anni più tardi, l’aborto (argomento ovviamente ben più delicato e problematico che non il divorzio) ottenne il favore di ben il 70% dei partecipanti. Il fatto è che è la “secolarizzazione” (non tutta, certo, da disprezzare, anzi!) era avanzata già allora, e la gerarchia cattolica, e gli esponenti di peso della DC (come dimenticare le battaglie di Amintore Fanfani?) non se n’erano sufficientemente accorti. Dopo, sono arrivate le “unioni civili”, anche per le coppie omosessuali (io, che resto peraltro consapevole che le persone vanno comunque sempre rispettate, m’infastidisco un poco quando dette unioni vengono paragonate tout-court, di fatto, ai “matrimoni”). Oggi impazza la questione del “gender”, così che la differenza tra uomo e donna, ritenuta una volta un dato essenziale e imprescindibile della natura umana, è posta in discussione dalla più recente cultura sessuale. Ora c’e in ballo la proposta di legge sull’omotransfobia, che taluni temono diventi un bavaglio alla libertà d’espressione e di opinione e apra la strada a pericolose derive liberticide. E intanto le famiglie si sfasciano, i matrimoni durano poco, e non si fanno figli, è il …”refrain”. Oggi, ancora, grazie anche a internet (strumento straordinariamente positivo se si è in grado di dominarlo e di non farsi Invece plagiare), abbonda Tra l’altro la pornografia, anche nell’orribile versione pedopornografica, veicolata facilmente, appunto, attraverso gli Jphones, gli Jpad, eccetera, con le possibili conseguenze che sappiamo sui ragazzi. Sui telefonini, negli ultimi anni, c’è anche l’esplosione delle icone per i “siti di incontri”, per single e non. E la “qualità” di molti programmi TV è quella che sappiamo. In proposito non possiamo dimenticare il ruolo delle televisioni di Silvio, le prime a “sfruttare” il momento della “liberalizzazione” del sistema televisivo e a “guastare” il clima. Un Berlusconi che certi buoni centristi cattolici definivano “cattolico non comunista" (inviso, conseguentemente, ai “cattocomunisti”!).
Mia impressione è che per certi cattolici, che magari auspicano un’illusorio ed impossibile ritorno al passato, questo “marciume” (scusate il termine “moralista”) è attribuibile in gran parte alla responsabilità dei… “comunisti” (o ex), del ’68 e dei post sessantottini, dei radical-chic di sinistra, e via discorrendo. Gente che vota prevalentemente “a sinistra”, dunque, e pertanto anche il Pd. Ecco un’altra ragione, oltre alle altre più squisitamente politiche, per ritenersi, ci allora, ci dicono, “alternativi” alla sinistra. Io, invece, ho quest’opinione: i “comunisti” (passati e presenti) c’entrano poco. E non lo dico soltanto perché, avendo fatto (provenendo da una famiglia “proletaria”) il sindaco DC per anni, decenni orsono, con i “comunisti” all’opposizione, io ho sempre registrato che su non pochi valori, diciamo, cattolici” non c’erano grandi differenze tra democristiani e “compagni” di allora.
Mia convinzione, semmai, è che la situazione attuale, in Italia e nel mondo occidentale in genere, è figlia della cultura che via via negli ultimi decenni è stata inoculata in particolare dai “media” e da certi “poteri” sempre alla ricerca dell’obiettivo di “far soldi”. Comunque, e tanti. Gli adoratori del dio-denaro. Stiamo poi registrando anche i disordini, lo squilibrio e i gravi danni causati dal predominio incontrollato della finanza sull’economia reale. C’è bisogno allora, senza scomodare certo Karl Marx, di un fase di profondo ripensamento del “sistema” che abbiamo costruito, caratterizzato tra l’altro da un iperconsumismo in ogni campo. Un sistema che ha oltretutto aggravato non poco le differenze sociali: i ricchi lo sono diventati di più, e così i poveri. Un ripensamento che ci consenta di riparare almeno in parte i guasti sopra accennati. E, in questa impegnativa operazione, i cattolici, perlomeno quelli sufficientemente sensibili, possono riavere, certo, un ruolo significativo, pur militando magari in raggruppamenti politici diversi.
Tornando all’immediato, io confermo in ogni caso, per parte mia che, pur con le perplessità accennate, non mi trovo particolarmente a disagio nel PD, e non intendo cambiare. Anche perché sono convinto sia alla fine “giusto”, per uno come me, stare nell’area complessiva del centrosinistra (ma non ho più spazio, qui, per parlare anche del rapporto del centrosinistra con la “sinistra” tout court), i cui valori sono in buona parte alternativi, come ho accennato, a quelli del centrodestra, e come tali sono riconoscibili nella lotta alle diseguaglianze, alla povertà, per la giustizia, per la libertà e la dignità delle persone, immigrati compresi, per la sussidiarietà, per il lavoro, per il welfare. Una posizione, in ogni caso, che certo non impedisce ai cattolici di questa parte, ribadisco, di accordarsi, su singoli punti (ne ho giusto citati taluni, in questa mia), con quelli dell’altro fronte.
Per concludere (finalmente) davvero, segnalo che faccio allora mia la domanda che già si sono posti altri amici: può l’area del centrosinistra, con tutti i limiti e le contraddizioni che la caratterizzano, evolvere fino al punto da unificare, pur nelle specifiche diversità, questa grande area, nella convinzione che tutto ciò non solo è un valore in sé ma anche la condizione per vincere la destra e per governare?
Un’ultimissima frecciatina, in quanto tale inevitabilmente maliziosa: io sono consapevole di aver l’obbligo di rispettare comunque anche quei leader di destra e dintorni, locali e mondiali (i riferimenti non sono casuali) che hanno la tendenza, discutibile, di mostrarsi in pubblico da “devoti”. Rispettarli sì, sperando peró di non scoprire che si tratta di “cultori” della filosofia che va sotto il nome di...”vizi privati, pubbliche virtù”.

VINCENZO ORTOLINA

15 luglio 2020

Arrigoni

undefinedCarissimi

la serie dei ”commiati” continua .Ci ha lasciato mercoledi 24 giugno dopo una sofferta malattia anche Vittorio Arrigoni ,classe 1943, basista, storico esponente della Democrazia Cristiana prima, del Partito popolare e del Partito democratico poi. Più volte assessore comunale a Vimercate, ex consigliere provinciale di Milano. Promotore del sistema bibliotecario del Vimercatese ,che sul suo modello hanno poi adottato quasi tutte le biblioteche milanesi. Aveva fatto politica fin da giovanissimo :me lo rivedo alle riunioni di via Mercato, ai convegni della Base e della DC , alle celebrazioni a Vimercate delle varie ricorrenze in memoria di Marcora e Granelli. Un altro amico che ci mancherà a lungo.

Gianni Mainini

 

Lo ricorda cosi Enrico Farinone:

Un altro grande amico ci ha lasciati. Un altro grande amico mi ha lasciato. Un amico, per me, che è sempre rimasto tale: nei momenti più lieti e in quelli più difficili.

Vittorio Arrigoni non era solo un eccellente amministratore innamorato della sua città, di Vimercate e di Velasca, non è stato solo un consigliere provinciale; egli è stato soprattutto una persona gentile, garbata, intelligente alla quale interessava il bene della cosa pubblica e pensava si potesse conseguire attraverso un uso competente e appassionato della Politica.

 

Lui e Osvaldo Ornaghi sono stati per me il punto di riferimento a Vimercate e zona da sempre, ben prima che andassi ad abitare nella vicina Arcore. Avevamo la stessa scuola politica, una grande scuola politica, quella della corrente DC della Sinistra di Base che proprio a Vimercate eleggeva i senatori Marcora e poi Granelli, uomini che hanno onorato la Politica e il Parlamento in maniera straordinaria. Non ci risultava dunque difficile avere uno sguardo comune sulle vicende della politica, locali e nazionali.

 

L'ultima volta che ho incontrato Vittorio, prima del lockdown, pochi giorni prima di Natale a casa sua abbiamo fatto una bella e lunga chiacchierata. Interessante e amicale, come sempre. La porterò sempre nel mio cuore.

Caro Vittorio, non ti dimenticherò. E grazie per l'amicizia e l'aiuto che mai mi hai fatto mancare. Riposa, Vittorio, nella pace del Signore.

 

LIVIO TAMBERI

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Livio Tamberi , classe 1939, toscano di Pontedera ,laureatosi in Economia alla Bocconi, iscritto alla DC ,inizia a lavorare al comune di Nerviano e poi in Regione come dirigente Finlombarda e si occupa di energia.
Sposato, padre di quattro figli, respira politica fin da subito: la moglie è sorella della senatrice poi europarlamentare Paola Svevo.
Fervente basista partecipa alle riunioni di via Mercato e ai convegni del gruppo, con quel tocco un po’ polemico tipico dei toscani. Diventa segretario di zona di Rho e nel 1994 al congresso provinciale di Sesto S. Giovanni viene eletto segretario. Sarà l’ultimo segretario DC ed il primo segretario PPI milanese dal 1995.In questa veste organizza un traumatico trasloco dalla storica sede di Via Nirone ai nuovi più angusti uffici di Via Edolo (e l’odissea continuerà con l’ennesimo trasloco in via Leopardi e poi in piazza Luigi di Savoia).
Viene eletto nel 1995 presidente della provincia di Milano al comando di una coalizione di centro sinistra, fino al 1999, quando gli subentrerà Ombretta Colli.
Ha accompagnato l’esperienza del Premio Marcora con la presenza alle edizioni milanesi e soprattutto l’edizione svedese a Sundsvall del settembre 1998, organizzata insieme all’altro compianto amico Umberto Re, suo segretario in provincia.
Non molto entusiasta del passaggio dalla Margherita al PD, vi si era iscritto con un atteggiamento distaccato.
Ultimamente aveva avuto problemi si salute e subito interventi chirurgici, perdendo un po’ della sua verve venata da un velo di rassegnazione. Così si è spento silenziosamente tra l’8 e il 9 marzo 2020.
Ha servito le istituzioni e la politica con onestà, capacità e competenza e ha contribuito a far grande la storia della Base.

 

Iosa Antonio

undefinedCaro Antonio,

ti ricordo sempre con affetto, per la storia comune che ci ha legato a esperienze indimenticabili come quelle con Marcora, Granelli, Calcaterra e tutta la Base, nonché per la tua testimonianza di vero resistente di fronte al vile agguato delle brigate rosse e sorattutto peril grande impegno culturale e sociale che hai profuso in zone difficile con centro Perini.

Ricordo ancora il tuo intervento al convegno di Belgirate del settembre 2013 in occasione della celegrazione del 60° della fondazione della Base.
Con te se ne va un pezzo importante della nostra storia e non finiremo di rimpiangerti e ricordarti.


Gianni Mainini

Presidente Centro Studi Marcora

Giuseppina Marcora ci ha lasciato

Salutiamo Giuseppina Marcora che ci ha lasciato domenica.
Aveva compiuto i 100 anni lo scorso 23 febbraio e in autunno il Comune di Legnano dove risiedeva gli aveva conferito un riconoscimento per il coraggio e l'altruismo durante la lotta partigiana.
Nata a Inveruno nel 1920, come molti ragazzi della sua epoca, cominciò prestissimo a lavorare in una azienda del capoluogo lombardo. Con l’ascesa del regime fascista sentì il dovere e la necessità di reagire attivamente, forte di quei
valori di Libertà e Democrazia che la sua famiglia le aveva trasmesso. L’aria che si respira in casa è quella della libertà, contraria alla oppressione del regime. Anche perché il fratello Giovanni(Albertino) è uno dei primi giovani della schiera di Don Albeni , coadiutore a Cuggiono, che spinge a scegliere la montagna per opporsi al fascismo.
A mezzo del fratello e nell’ambiente resistenziale incontra molti partigiani: Bruno Bossi, Gianangelo Mauri ,Peppino Miriani,Angelo e Pinetto Spezia . E più avanti, quando nel dicembre 44 viene costituto il Raggruppamento Di Dio, il futuro comandante Rino Pachetti. Oltre che con Don Albeni è in contatto con Don Piero Bonfanti,coadiutore ad Inveruno.

Marcora andrà in montagna all’inizio in Val Grande, su indicazione di Nino Chiovini, valligiano che risiedeva a Cuggiono,e da lì in Val Toce e nell’Ossola. Diventerà vice di Eugenio Cefis(Alberto) e costituirà il Raggruppamento Divisioni Patrioti Alfredo Di Dio ; politicamente sarà leader della DC e della Base,ministro e sindaco .
Giuseppina assieme ad Antonietta Chiovini (sorella di Nino) diviene subito un suo sostegno, importante legame con la Resistenza al monte

Non esita, nonostante la giovane età, a mettere in pericolo ripetutamente la sua vita per portare informazioni, giornali, dispacci, armi e viveri.
Numerosi sono gli episodi da lei più volte narrati, in cui fu fermata e riuscì solo per poco a evitare il peggio.
Ha ricevuto – per la sua attività di partigiana – significativi riconoscimenti: la qualifica di “partigiano combattente” da parte dell’Esercito Italiano, la medaglia d’argento da parte
della Federazione Italiana Volontari della Libertà (2012), il certificato di patriota del Comandante Supremo Alleato maresciallo Alexander, riconoscimenti da parte del Servizio Informazioni Militari Nord Italia e dell’Esercito americano.
Come altre donne ebbe nella lotta di Liberazione un ruolo fondamentale, che è sempre doveroso ricordare con riconoscenza.
Per questi meriti il Comune di Inveruno ed il Centro Studi Marcora gli avevano riconosciuto fin dal 1995 una importante benemerenza civica.
Insieme al fratello Albertino è sempre stata iscritta al Raggruppamento Divisioni Patrioti Alfredo Di Dio ed anche all'ANPI di Legnano.
Concludiamo citando un ammonimento che spesso Giuseppina ha voluto rivolgere ai giovani ai quali ha portato la sua testimonianza, ma che tutti noi dovremmo sempre tenere
presente:
"Ci siamo impegnati e abbiamo rischiato molto, perché l’Italia fosse un Paese libero. Le giovani generazioni ricordino".

Ricordiamola nelle nostre preghiere e conserviamo la ricchezza dei suoi insegnamenti insieme all’affetto e alla memoria.

 

Gianni Mainini

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Giorgio Ferrario

Carissimi

un altro amico ci ha lasciato lo scorso venerdì di Pasqua :Giorgio Ferrario.

Militante democristiano e basista fin dagli anni giovanili all’inizio degli anni ’60 è stato attivo nella sezione e nella zona di Rho (e mi viene in mente un ‘ altra bella figura scomparsa ,Roberto Pravettoni).

Di carattere gioviale ed espansivo lo ricordo negli anni 93-95 quando accettò di fare il presidente dell’associazione Rosabianca ,creata dopo il tracollo della DC nel passaggio da Via Edolo a Via Leopardi ,per intrattenere i rapporti esterni e fare da filtro verso le pretese dei terzi .

E’ stato lui a salvare il patrimonio documentale della DC provinciale dopo i vari trasferimenti di sede, ricoverando il materiale presso alcune stanze della Fondazione Perini tra Rho e la Poglianasca. Il poco che è rimasto è diventato parte del più vasto patrimonio del Centro Studi Marcora.

Lo incontravo tutti le estati a Bratto località turistica della bergamasca che lui frequentava , in occasione della messa in suffragio di Luigi Granelli ,qui sepolto.Una occasione per stare insieme con molti amici :Roberto Pravettoni,Pirola, Calcaterra, Tedeschi, Mauri; Ortolina ..

Ci mancherà il suo ottimismo, la sua serenità, la sua simpatia, la sua amicizia.

Gianni Mainini

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Perdita di un altro testimone della nostra storia: Livio Tamberi.

Cari amici

dobbiamo registrare la perdita di un altro testimone della nostra storia, Livio Tamberi.

Livio, classe 1939, è morte nella notte tra sabato e domenica all’età di 80 anni.

Toscano di Pontedera, laureatosi in Economia alla Bocconi, iscritto alla DC inizia a lavorare al comune di Nerviano e poi in Regione come dirigente Finlombarda e si occupa di energia.

Sposato, padre di quattro figli, respira politica fin da subito: la moglie è sorella della senatrice poi europarlamentare Paola Svevo.

Fervente basista partecipa alle riunioni di via Mercato e ai convegni del gruppo, con quel tocco un po’ polemico tipico dei toscani .Diventa segretario di zona di Rho e nel 1994 al congresso provinciale di Sesto S. Giovanni viene eletto segretario. Sarà l’ultimo segretario DC ed il primo segretario PPI milanese dal 1995.In questa veste organizza un traumatico trasloco dalla storica sede di Via Nirone ai nuovi più angusti uffici di Via Edolo ( e l’odissea continuerà con l’ennesimo trasloco in via Leopardi e poi in piazza Luigi di Savoia).

Viene eletto nel 1995 presidente della provincia di Milano al comando di una coalizione di centro sinistra, fino al 1999 ,quando gli subentrerà Ombretta Colli.

Ha accompagnato l’esperienza del Premio Marcora con la presenza alle edizioni milanesi e soprattutto lo ricordo nelle edizione svedese a Sundsvall del settembre 1998,organizzata insieme all’altro compianto amico Umberto Re, suo segretario in provincia(nelle foto mentre consegna i premi in settembre a Sundsvall ed in provincia a Milano nell’ottobre dello stesso anno).

Aveva aderito al PD ma con distacco.

Ultimamente aveva avuto problemi si salute e subito interventi ,perdendo un po’ della sua verve venata da un velo di rassegnazione.

Noi però lo ricordiamo come un amico che ha servito le istituzioni e la politica con onesta capacità e competenza e ha contribuito a far grande la storia della Base .

Addio Livio.

 

Gianni Mainini

 

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27/02/2020 è morto Giovanni Villa

Carissimi,
Ieri e morto un altro nostro amico della D.C. e della Base: Giovanni Villa.
Giovanni è stato un protagonista importante nella vita politica e sociale del suo paese, Agrate Brianza, del Vimercatese e della provincia di Milano .E’ stato per tanto tempo leader sindacale della CISL alla Star, Sindaco di Agrate dal 1975 al 1987; presidente della USSL di Vimercate.
Di assoluto rilievo è stato anche il suo ruolo nel campo dell’edilizia economico popolare.
E’ stato infatti membro del Consiglio direttivo del CIMEP ma, soprattutto, è stato presidente della cooperativa Achille Grandi che, grazie a lui, ha permesso a centinaia di famiglie di poter avere la casa a costi molto inferiori a quelli del mercato.
Uno di quei personaggi che facevano discendere dalle idee della Base una pratica politica concreta e popolare.
Ricordiamolo con affetto.
Gianni Mainini

il 23 febbraio Giuseppina Marcora compie 100 anni

Domani 23 febbraio Giuseppina Marcora compie 100 anni.Facciamo tanti cari auguri. Fulgido esempio di resistente per i suoi meriti di staffetta partigiana ha ottenuto innumerevoli riconoscimenti sia dal comando militare alleato generale Alexander che dal CLN e dalla FIVL. Testimone vivente dei valori della Resistenza vissuta e combattuta accanto al fratello Albertino partigiano sindaco ministro. Orgogliosi della sua appartenenza al Raggruppamento Di Dio la salutiamo pubblicando un attestato di riconoscimento del presidente Ciampi e alcune foto del 95 per il conferimento della cittadinanza onoraria di Inveruno durante il Premio Marcora. Ed anche con Pachetti e don Bonfanti .

La storia di Giuseppina più che con la penna è scritta con la vita è se mai il tempo cancellerà la memoria delle sue azioni rimarrà comunque l’impronta del suo passaggio.

Auguri Giuseppina da parte mia del Centro Studi Marcora e del Raggruppamento Di Dio.

Gianni Mainini

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CONVEGNO DI COMMEMORAZIONE DEL 20° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI LUIGI GRANELLI

CRONACA DEL CONVEGNO DEL 30.11.2019


I CATTOLICI DEMOCRATICI OGGI NELL’EREDITA’ di LUIGI GRANELLI


La bellissima e accogliente sala dell’orologio al primo piano di Palazzo Marino comincia a riempirsi di gente ben prima dell’inizio della cerimonia.
Alle 10,15 quando inizia il convegno per la celebrazione del 20° anniversario della morte di luigi Granelli il locale è stracolmo : 55 persone a sedere ,almeno il doppio in piedi.
Palazzo Marino è stato scelto perché Granelli esordisce come consigliere comunale e capogruppo DC dal 1965 al 1969 e quindi il luogo del suo primo esordio come rappresentante in consessi istituzionali.
Sono presenti tra gli altri
Roberto Mazzotta, Bruno Tabacci ,Piero Bassetti, Gilberto Bonalumi , Patrizia Toia ,Mariapia Garavaglia, Giuseppe Torchio ,Enrico Farinone, Emanuela Bajo, Nadir Tedeschi ,Arturo Bodini, Cesare Grampa, Alberto Fossati, Alberto Marini , Colombo Ambrogio, Mario Bassani ,Tiziano Garbo, Vittorio Arrigoni, Sandro Cantù , Vincenzo Ortolina, Mario Villa , Gianni Dincao ,Michele Pellegrino, Antonio Ballarin, Fausto Benzi, Franco Franzoni, ,Mario Mauri, Sergio Cazzaniga, Francesco Rivolta , Luciano Corradini , Alberto Varisco, Nerina Agazzi , Gianni Locatelli ,Remo Scherini, Luca,Barbara e Simone Marcora ,Giorgio Ferrario ,Paolo Rossetti, Lino Pogliaghi, Ernesto Cattaneo, Paolo Razzano , Vinicio Peluffo ,Giampiero Lecchi ,Alberto Mattioli, Giovanni Bottari , Cesare Grampa ,Adriana, Andrea e Rita Granelli ,Luisa e Alessandro Calcaterra ,Bandino Calcaterra, Carlo Calcaterra ,Francesco e Giacomo Gatti, Renato Ferrario, Fausto Binaghi ,Benito e Giuseppe Stinà, Fabrizio Carrera, Enzo Balboni ,Romy Gambirasio, Sara Bettinelli.


Relatori: Mainini ,Mattesini ,Scavuzzo, Castagnetti, Rognoni ( e Bassetti).


Gianni Mainini introduce il tema dell’incontro, spiegando il motivo della scelta del tema relativa alla presenza dei cattolici popolari nella società come eredità dell’insegnamento messaggio e della storia politica di Granelli.

In apertura legge il testo di un messaggio dell’arcivescovo di Milano mons. Mario Delpini che afferma che il dovere della memoria è anche un esercizio di politica: “sono valori validi e necessari ancora oggi l’onestà, la lucidità, il garbo ,la passione e la concentrazione con cui Luigi visse la sua testimonianza politica”
Chiara Mattesini ha ripercorso le tappe dell’impegno di Granelli in consiglio comunale ,essendo studiosa e cultrice della storia della Base e avendo anche pubblicato un fascicolo su Granelli in comune a Milano.
La vicesindaco Anna Scavuzzo, partendo dalla sua esperienza nel mondo dello scoutismo e del volontariato , ha voluto rimarcare l’importanza di motivare i giovani all’impegno politico.
Ha riferito sul ruolo di Granelli, definito plasticamente “la voce” e il suo ruolo all’interno della Base , Filippo Coppola, neolaureato con una tesi “La corrente di Base nel Milanese”.
Quindi la proiezione del filmato “l’ultimo discorso” a cura di Francesco e Giacomo Gatti, che ripercorre l’intervento di Luigi al congresso di Rimini del settembre 1999 ,quando si dimise dal Partito Popolare, inframmezzato con interventi e considerazioni di Chiarante ,De Rosa, Calcaterra, Capuani, Rognoni .
Pierluigi Castagnetti, eletto segretario del PPI nello stesso congresso, ha sottolineato con grande pathos l’eredità di Granelli in una politica che ha smarrito il senso del servizio, dell’impegno, dello studio e della coerenza di testimonianza e di vita.
Virginio Rognoni ha delineato quali potranno essere gli impegni futuri ,se non vogliono essere solo testimonianza, dei cattolici in politica prendendo ad esempio il percorso di Granelli sia nel partito, nella Base e nelle Istituzioni.
Piero Bassetti in chiusura ha fatto presente che Luigi ha avuto il coraggio di essere spesso controcorrente, isolato ,quasi un perdente agli occhi della maggioranza del partito per portare avanti le proprie idee .

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