Centro Studi Marcora

Riflessioni sul PD di Enrico Farinone

Partito democratico. Una riflessione sul passato per poter guardare al futuro

L’elezione di Enrico Letta alla segreteria nazionale del Partito Democratico è una buona notizia. Per la sua caratura intellettuale e professionale, per la sua esperienza politica e, ancor più, per il suo tratto personale che molti di noi hanno nel tempo avuto modo di apprezzare.
Il modo migliore, più serio, per cercare di dargli una mano nel tentativo – complicato – di salvare e poi rilanciare il Pd non consiste né in una superficiale sottovalutazione dei problemi insiti nella terribile dichiarazione d’impotenza sottoscritta dall’ex segretario Zingaretti né in quel fastidioso coro unanime di peana rivolto al neosegretario, tanto più ipocrita quanto più espresso da personaggi poco credibili, alcuni impegnati sino al giorno prima in una estenuante guerriglia interna per bande e altri usi a blandire il leader di turno salvo poi passare con disinvoltura al successivo.
Il modo migliore, come sempre dovrebbe essere, ma come assolutamente è indispensabile nei momenti di svolta, decisivi per il proprio futuro, è quello di evidenziare i malfunzionamenti, gli errori, i problemi al fine di superarli per poter poi impostare la nuova fase. Certo, esporre in questo modo le questioni è un modo per affermare le proprie idee, la propria visione e così facendo si corre il rischio di venire sconfitti politicamente da chi ha altre idee, altre visioni: ma è esattamente questo il succo del confronto democratico, anche di quello interno ad un partito.
Il dibattito sull’identità – quello che purtroppo il Pd ha subito accantonato immaginando se ne potesse fare a meno temendo che un suo eventuale sviluppo ne avrebbe fatto saltare l’intero impianto, col risultato di trovarselo ancora lì, irrisolto a oltre 13 anni dalla propria fondazione – consente di comprendere se, avendo una visione di fondo comune, le differenze interne sono sulle “politiche” e quindi componibili attraverso positive mediazioni oppure di comprendere che la visione culturale e politica è troppo diversa fra le varie “anime” del partito e quindi di prenderne atto conseguentemente. Motivate così, anche le scissioni e le eventuali successive collaborazioni fra organizzazioni diverse aggregate in un comune “campo” politico hanno un significato, un senso politico. Esattamente il contrario, dunque, delle due scissioni che il Pd ha subìto in questi suoi pochi anni d’esistenza.
Per inciso, questa valutazione consente altresì di precisare qualcosa al riguardo dell’accusato numero uno dei problemi del Pd: il “correntismo”. Come se, rimosse le correnti, ogni difficoltà verrà meno. Non è così. In un partito largo e plurale come dev’essere il Partito democratico (altrimenti ne verrebbe meno la sua stessa ragion d’essere) una discreta differenziazione interna è fisiologica e pure necessaria. Quindi le “correnti”, io continuerei a chiamarle così, sono inevitabili. E anche utili, se organizzate in modo da essere momento di elaborazione politico-programmatica e di selezione qualitativa di dirigenza politica o di competenze tecniche che vengono poi convogliate nell’insieme del partito. Dove si opereranno le necessarie sintesi, le scelte ultime. In genere al riguardo si cita la Democrazia Cristiana. Ebbene, è esattamente questo che avveniva, producendo personale politico di elevato livello. Sino a quando il meccanismo si è inceppato e il tutto è degenerato. Il correntismo privo di idee e unicamente teso alla gestione del potere esploso negli anni ottanta ha condotto quel partito – unitamente ad altre questioni – alla sua fine. Ora, il punto è che nel Pd la fase creativa e propositiva delle correnti non c’è mai stata, e invece avrebbe dovuto esserci e sarebbe stata utilissima per affinare le coordinate del partito, per definire meglio quanto non si era potuto/voluto fare all’atto della sua nascita, per far fruttare al meglio il pluralismo delle idee, dei contributi, delle intelligenze. Tutto ciò naturalmente è possibile solo se quella “visione comune” di cui s’è detto esiste davvero. Ma questo lavoro aiuta a capire se essa c’è. E se c’è il pluralismo l’arricchisce e non la indebolisce affatto.
Ora, nel Pd c’è stato subito il correntismo, in luogo delle correnti di idee. Questo è il punto. Correntismo per dividersi i posti nelle liste bloccate per il Parlamento, ad esempio. E quando si è pensato di abolirlo, peraltro non riuscendovi, si è immaginata una soluzione leaderistica, verticistica totalmente altra rispetto all’impostazione plurale e territoriale che un partito come il Pd dovrebbe avere.
Le osservazioni che seguiranno vogliono pertanto offrire un contributo di chiarezza, verrebbe da dire “di verità” se non si rischiasse così affermando di voler evocare il neosegretario, in relazione ad alcuni aspetti di fondo che ineriscono, in particolare anche se non solo, il ruolo e lo spazio del cattolicesimo democratico e popolare nel Pd. Un tema che è stato ormai accantonato da molti fra gli stessi interessati, e che da altri è ritenuto fastidioso, superato, inutile ma che al contrario è – per lo meno a mio avviso – decisivo nella logica plurale che dovrebbe sorreggere il partito.
Anche partendo da qui, da questo tema forse per molti “scomodo” si può provare a svolgere qualche riflessione che aiuti a porci qualche domanda, a valutare con oggettività i problemi sorti e le contraddizioni emerse. Solo, io credo, un’analisi accurata e onesta intellettualmente di cosa è stato il Pd in questi anni può aiutarci a comprendere come aiutarlo, se possibile, a riprendersi dallo stato di crisi acuta nelle quale versa e a rilanciarsi. Il silenzio, il non voler vedere le cose, il rimanere nel solo ambito della politica amministrativa (fondamentale, peraltro, perché lì almeno si aiuta il prossimo davvero) senza però occuparsi anche della politica più complessiva (magari perché la si considera un orpello inutile, politologia) non aiutano nella ricerca di una ripresa e anzi sono la causa della deriva sbagliata presa ormai da troppo tempo.
Una riflessione dunque essenziale, e che quindi non va sviluppata con timidezza. Forse è tardi, ma la segreteria di Enrico Letta può far sperare che vi sia ancora un margine temporale e non solo. Quindi un po’ di ottimismo per il domani, però senza sconti su quello che è avvenuto sin qui. Del resto, è solo conoscendo il passato, e riflettendo su di esso, che si può interpretare il presente. Per immaginare il futuro. L’ignoranza di ciò che è avvenuto prima non è ammessa, per chi vuole costruire quello che avverrà dopo.
Bisogna inoltre aggiungere, in conclusione di questa premessa che in sé è già parte del ragionamento che voglio qui sviluppare, che vi sono momenti nei quali, anche in tempi ormai dominati dalla ossessione per l’immediatezza del pensiero governata dai social media, una riflessione “vecchio stile” non solo può rivelarsi utile ma addirittura indispensabile. Il periodo sospeso e alquanto angoscioso che stiamo tutti vivendo dovrebbe peraltro aiutare ciascuno di noi nell’esercizio auspicato. Per un attimo abbandoniamo dunque i social e il loro stile comunicativo – affermazione in tre righe più foto, risposta immediata e spesso non pensata – e immergiamoci con la necessaria calma dentro un problema, per riflettere intorno ad esso al solo fine di approfondire o sviluppare i nostri pensieri. Sapendo che, poi, una eventuale azione potrà originare da essi o prevalentemente da essi.
Il tema sul quale voglio invitare alla riflessione riguarda il futuro prossimo del Partito democratico e il ruolo che i cattolici democratici che ad esso hanno a suo tempo aderito possono (o al contrario non sono più in grado di) assumere. Questione che ormai interessa pochissimi ma che invece avrà un suo significativo rilievo nel rimodellamento della politica italiana che l’esito della pandemia e l’azione del governo Draghi io credo determineranno. Un po’ come accadde negli anni novanta dopo lo scandalo Tangentopoli.

L’analisi – in ogni caso qui ridotta all’essenziale, non esaustiva e meritevole di ulteriore sviluppo – vuole semplicemente suggerire alcuni spunti per una discussione ed una riflessione che possano svilupparsi durante l’anno in corso, e magari generare una qualche iniziativa. Il tentativo, inoltre, è di analizzare oggettivamente la situazione, cercando di non farsi coinvolgere da qualsivoglia sentimento di tifoseria. L’obiettivo non è ricevere qualche “like”, bensì stimolare qualche riflessione. E’ bene ribadirlo. Una riflessione rivolta – desidero sottolinearlo – in modo particolare, anche se non solo, ad alcuni: cattolici democratici e popolari che hanno aderito al Pd e in esso sono rimasti, che hanno aderito e poi se ne sono andati, che non hanno mai aderito in quanto non convinti ma non per questo non interessati. Sapendo – pure questo è meglio chiarirlo da subito – che un nuovo partito “dei cattolici” o “di ispirazione cristiana” non è oggi proponibile (e neppure auspicabile), e soprattutto non è realizzabile in una società fortissimamente laicizzata e in un contesto anche ecclesiale ormai profondamente mutato rispetto al passato, oltre che discretamente in crisi. Diverso invece è lo scenario politico, prossimo come detto ad un probabile rilevante cambiamento: ma questo potrà essere l’oggetto di un successivo momento di analisi se gli avvenimenti dei prossimi mesi ne determineranno la necessità. Rimaniamo dunque al tema qui proposto e prepariamoci ad affrontarlo per sommi gradi.
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Frutto della lunga incubazione avvenuta durante gli anni dell’Ulivo, il Pd nasce intorno a due principali assi portanti di natura politica e su un cardine di natura, per così dire, ideale.
Cominciamo da quest’ultimo, ovvero l’integrazione fra cultura e storia post-comunista e socialista e cultura e storia cattolico democratica e sociale in un Paese che lungo tutto il periodo della Guerra Fredda era stato ideologicamente e politicamente profondamente diviso a livello non solo di ceti intellettuali ma anche e soprattutto di opinione pubblica. Qui purtroppo le cose non sono andate bene. La questione merita molto spazio e molto approfondimento. Personalmente mi propongo di affrontarla meglio, in un prossimo futuro, a cominciare dal perché venne velocemente accantonato quel “Manifesto dei Valori” cui avevano lavorato Alfredo Reichlin e il prof. Mauro Ceruti: un documento certamente non perfetto che resta però il punto più alto di elaborazione concettuale sul fronte dell’integrazione culturale. Qui però mi devo limitare a rilevare che, a oltre dieci anni dalla sua fondazione, nel Pd la componente cattolico-democratica è marginale.
Di più. Non appena si fa cenno al punto immediatamente si è accusati di porre un tema ormai superato, che non c’è più. Ed è vero! Quello che però non si dice è che le regole d’ingaggio del nuovo partito (“il partito del XXI° secolo”) prevedevano proprio quella integrazione culturale che non c’è stata (e che forse era impossibile, un’illusione di stampo illuminista). E’ vero perché i “nativi” del Pd, diciamo press’a poco dai trentacinquenni in giù, non sono interessati all’argomento, hanno un’idea del Pd prevalentemente come partito dei “diritti”, non hanno – in larga misura – un taglio culturale “cattolico democratico/popolare”, si sentono “di sinistra” ancorché vagamente, senza voler andare sino in fondo nel contestualizzare questa affermazione. Ed è vero altresì perché la gran parte degli ex di origine Popolare hanno progressivamente perduto la volontà e finanche l’interesse nel cercare di far garantire pari dignità alla loro cultura politica all’interno del partito. A volte, per motivi di basso profilo. Spesso, per ragioni di stanchezza legate al procedere inesorabile del tempo e quindi dell’età anagrafica e anche ai troppi repentini mutamenti intervenuti in un arco temporale assai ristretto: dal 1994 al 2007, se ci pensiamo bene, dunque in soli 13 anni abbiamo assistito e ci siamo trovati attivamente coinvolti in una sequenza davvero ragguardevole, iniziata con la fine della DC, proseguita con la scissione dei Popolari, con la costituzione della Margherita e infine con quella del Pd. Molti che erano insieme, ancorché divisi in correnti, si sono trovati su fronti contrapposti nel bipolarismo della c.d. Seconda Repubblica.
Mentre dall’altra parte, espunta una piccola frangia dispersasi nelle mille sigle della Sinistra oggi genericamente definita “radicale”, il grosso del “corpaccione” militante e dell’intellighentzia dirigente (e funzionariale) è rimasto insieme, transitando dal PCI al PdS, ai DS e finalmente al Pd. Che è stato, nel loro intimo, il nuovo volto, il nuovo nome del loro vecchio partito. Cosa che non è stata invece, correttamente, per alcun Popolare. Potrei fare numerosi esempi. Mi limito qui a invitare ciascuno di noi a far mente locale e a pensare a quanti fra i nuovi “amici/compagni” di partito ha nel tempo sentito parlare del Pd davvero come un “nuovo” partito, con radici profonde, certo, e da non dimenticare ma, in ogni caso, “nuovo” e non prosecuzione delle precedenti formazioni politiche. Pochi, se ci pensiamo bene, senza voler ingannare noi stessi.
C’è a questo proposito una cartina di tornasole che io ricordo spesso anche perché fu un punto di mio personale dissenso, nel partito, insieme a non troppi altri: l’adesione del Pd al Partito Socialista Europeo (PSE). Qualcuno dirà: ma la diede Renzi! Certo, ma Renzi – avendo in mente un suo partito personale non era interessato a questioni di sostanza politica che egli riteneva non rilevanti – utilizzò quella decisione in termini strumentali (e un po’ anche illuso di una possibile novelle vague europea della quale lui era uno dei leader: ricordate la foto alla Festa dell’Unità in camicia bianca con gli altri giovani capi dei partiti socialisti?). Mentre quell’approdo era dato per scontato da dirigenti e militanti ex DS, e la mediazione cui era arrivato Franceschini durante la sua breve segreteria (la costituzione del Gruppo Socialisti & Democratici al Parlamento Europeo) era ritenuta un semplice passo nella direzione voluta, appunto l’entrata a pieno titolo nel PSE. Trincerandosi dietro alla necessità di far parte di un Gruppo al PE senza avere la possibilità di costituirne uno Democratico autonomo (a causa del Regolamento in vigore a Strasburgo, che richiede un numero minimo di deputati di un numero minimo di Paesi) si è rinunciato a qualsiasi ragionamento, a qualsiasi discussione, a qualsiasi valutazione altra. Così facendo, però, si è – nel fondo – scelta una parte e una solo delle due principali, (senza contare le altre minori ma non per questo meno importanti) che avevano definito il patto fondativo che aveva dato vita al partito. Non fu dunque una scelta di secondaria importanza, o un mero tatticismo utile a favorire il conseguimento di altri risultati (come probabilmente pensava Renzi).
Un ulteriore errore, sul piano in questo caso soprattutto simbolico, Renzi-segretario lo fece quando ridenominò “dell’Unità” le “Feste Democratiche”. Ne fece una questione di brand, uno noto e consolidato e l’altro no. Ma la politica non si può ridurre a campagna pubblicitaria, a prodotto da vendere, a immagine. Il cambio di denominazione della Festa – ai tempi ancora abbastanza diffusa sui territori – testimoniava invece visivamente l’avvento di un “nuovo” partito, che prendeva in eredità una tradizione importante e rispettata e la riformulava nella denominazione così come era accaduto al partito medesimo. Fra l’altro, quasi ovunque in Italia (a Roma, però, no) il cambio di nome era stato adottato, a volte con qualche difficoltà a volte meno. Il ritorno della “Festa dell’Unità” rimarcò la preminenza anche “culturale” oltre che simbolica della componente ex comunista nel nuovo partito. Che però, così, era assai meno “nuovo”.
Renzi pensava di incarnare lui medesimo la novità, corroborata da quella famosa “rottamazione” che era stata la sua parola-magica vincente all’insegna dell’accarezzamento di una vena antipolitica che stava rafforzandosi nel Paese come esito dell’accusa alla “casta” e delle difficoltà economiche e sociali generate dalla crisi finanziaria globale del 2007/2008. Ma un partito non può mai risolversi in una persona sola, per quanto valida ed efficace mediaticamente. A meno che si tratti di un “partito personale”, in questi casi però sempre destinato a non sopravvivere al tramonto politico del suo ideatore e frontman. Cosa che il Pd, non foss’altro per la solidità delle sue culture politiche fondative, non avrebbe mai potuto divenire.
E infatti così non fu, neppure quando (dopo la brillante vittoria alle elezioni europee del 2014) si iniziò a parlare del PdR, il “Partito di Renzi” come del possibile “partito della nazione”. La reductio ad unum della pluralità insita nel Pd non avrebbe mai potuto avverarsi se non nella gestione di quote-parte del potere, nella gestione delle direzioni-senza-dibattito reale nel partito, nella composizione di buona parte delle liste elettorali. Il rafforzamento del correntismo esasperato e unicamente teso a combattere per i posti piuttosto che per le idee fu anche una reazione all’identificazione del partito con una persona sola. Ma, attenzione: la sua radicalizzazione intervenne su una struttura correntizia già esistente che solo in parte e solo per un certo periodo di tempo aveva svolto la sua funzione più utile, quella di elaborazione politica, presto abbandonata per una più prosaica attività di lobbismo interno.
Il risultato di tutto ciò è che la confusione valoriale nel Pd è cresciuta a dismisura. E la componente culturale cattolico democratica è in esso oggi marginale, non solo minoritaria. Subito qualcuno interverrebbe alzando il sopracciglio per contestare questa affermazione, prontamente elencando i nomi di vertice, da Letta in giù, di ex Popolari che hanno ruoli importanti nel Pd e nelle istituzioni, a cominciare da quella più importante. Il tema è serio e richiede qualche puntualizzazione e nessuna semplificazione. Perché il punto non è tanto avere delle posizioni pro-tempore occupate da persone che provengono dal tuo stesso filone culturale. Il punto decisivo è quanto si incide sull’humus valoriale, e poi politico, di un partito. Ed è qui che la debolezza, spesso l’assenza, la carenza dei cattolici democratici si avverte nel Pd.
Un esempio: con ironia malcelata si è detto che il Pd è il “partito della ZTL”. Forte nei centri città, debole nelle periferie. Non è così in toto, naturalmente. Però un po’ sì. Un po’ tanto. Molti, troppi voti popolari lo hanno abbandonato. L’allontanamento del ceto medio e medio-basso è il frutto, in buona misura, di quella rincorsa a seguire idee e temi fissi di una certa sinistra snob attenta alle questioni post-materialiste non avendo certo bisogno di confrontarsi con la spesso dura realtà del vissuto quotidiano dei ceti meno abbienti i quali, con la crisi economica, si sono estesi ad ampie fasce del ceto medio. Il Pd si è concentrato sui diritti civili, ha lasciato in secondo piano i diritti sociali. Importanti i primi, ma fondamentali i secondi per la gran parte della popolazione. E in particolar modo per la fascia più periferica, più umile della società italiana. Qui sono mancati i cattolici democratici del Pd. Perché per l’attenzione al sociale che contraddistingue da sempre il cattolicesimo italiano essi avrebbero dovuto richiamare con energia (con tutta l’energia disponibile) la componente proveniente dalla sinistra a ricordarsi delle sue origini e a non farsi irretire dal salottismo di successo, dal larvato imborghesimento che conduce a voler “piacere alla gente che piace”. Ma c’è di più.
Ezio Mauro, già direttore de la Repubblica, possiede una qualità letteraria notevole che si articola attraverso una prosa sofisticata e affascinante senza nulla perdere quanto a chiarezza giornalistica e sostanza concettuale. Egli può ben essere preso a riferimento – in virtù appunto del suo elevato livello compositivo – di quella ormai infinita e pressoché univoca schiera di opinionisti, semplici commentatori o più fini intellettuali, che considerano il Pd (e probabilmente hanno sempre considerato) una semplice emanazione della secolare storia della Sinistra italiana. Quella avviata a Livorno giusto cento anni orsono. Un percorso durato oltre una dozzina di lustri sotto la gloriosa insegna del PCI e poi proseguito con due sigle minori, PdS e DS, sino ad approdare a quella attuale, appunto il Pd.


In uno dei suoi ultimi editoriali (la Repubblica, 8 marzo, “Il Pd e il suo labirinto”), alle prese con l’ennesima crisi di vertice di un partito sorto solo poco più di tredici anni fa, l’illustre giornalista per un breve momento ha un sussulto e si domanda se il Pd sia “l’esito finale di una lunga storia” o piuttosto “l’inizio di una nuova avventura”. Ma dopo aver convenuto che quel partito sorge con l’idea d’essere “punto di riferimento di storie diverse, dai cattolici democratici ai laici repubblicani” subito si premura di precisare che costoro “scelgono di accompagnare il cammino della Sinistra, ibridandola e arricchendola”. Una funzione ancillare, dunque. Di supporto, magari di qualità, ma pur sempre di mero sostegno ad una forza principale. Fra l’altro, e la cosa fa quasi sorridere se non fosse tremendamente seria, ponendo “vocazione europea” e “collocazione occidentale” quali coordinate essenziali del partito: ovvero la più nitida testimonianza di quanto storicamente avvenuto, e cioè il cambiamento strutturale di posizione politica e geopolitica effettuato proprio dalla Sinistra già comunista in seguito alla sconfitta del modello sovietico e in virtù delle buone ragioni di chi in Italia a quel modello si era opposto, optando con decisione per quello incarnato dalle democrazie occidentali. Ciò nondimeno Mauro non immagina “una neutralizzazione del carattere di sinistra del Pd a favore dell’indistinto democratico, bensì una declinazione libera e moderna di quell’identità”.
Questa riduzione di fatto del Pd da partito del Centrosinistra unito a partito della Sinistra tout court, erede di una tradizione che, almeno sotto il profilo della politica estera, è stata opposta a quella risultata storicamente vincente è un’operazione intellettuale che stravolge l’idea fondativa del Pd e che dunque è inaccettabile. Ed invece è ormai divenuta opinione comune, neppure più contestata da alcuno. Basta ascoltare un qualsiasi talk show televisivo, non c’è nemmeno bisogno di avventurarsi in letture più impegnative, in interviste pensose o quant’altro. E’ sufficiente ascoltare una qualunque domanda sul “futuro della Sinistra” fatta da un qualsiasi giornalista. Che tutto ciò sia accaduto, durante questi anni di vita del Partito democratico, nel silenzio quasi assoluto dei cattolici democratici (accusati anzi, nella loro veste di “ex democristiani”, d’essersi impadroniti di quasi tutte le leve di potere del partito) è francamente sconfortante.
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Quanto detto sin qui è importante, molto importante, rispetto al tema su quale sia l’anima del Partito democratico. La questione identitaria è basilare per una forza politica: quindi va ripresa con serietà. Non è tempo perso, come taluno dispregiativamente ritiene. Temo però non avverrà, ma in questo caso i suoi problemi di fondo il Pd non li risolverà. Vi sono comunque altri punti che in qualche modo erano stati posti fra gli aspetti fondamentali del partito; e allora, sempre al fine di immaginare un futuro possibile cercando di non ripetere errori compiuti nel passato, è bene riandare allo sviluppo storico dei principali fra essi: la “vocazione maggioritaria” e le “Primarie”. A seguire occorrerà far cenno ad un classico della politica, la questione delle alleanze: un terreno sul quale Enrico Letta si è avventurato subito, e con piena ragione in quanto la pretesa maggioritaria del Pd oggi è palesemente irrealizzabile e quindi, se la si vuole mantenere quale riferimento di fondo, la si deve interpretare e declinare in maniera completamente nuova. Ma come? Ricordare, sia pure per sommi capi, come è andata sin qui può aiutare a trovare una risposta.

 

Cito Bettini, l’ideologo del Pd zingarettiano che però interpretava un ruolo analogo (che credo nessuno gli abbia mai assegnato, né allora né ora) ai tempi della sua nascita, che in diverse interviste (qui, a la Stampa, 27 dicembre 2020) ha giudicato ormai superata la vocazione maggioritaria: “fu una ispirazione generosa, appassionata, allora realistica. Veltroni la interpretò in modo straordinario. Fu tra gli ultimi aneliti di una politica civile, fondata su una visione e su una proposta. Intimamente antipopulista. E’ durata poco, per le precoci dimissioni del segretario. Pretendere che il Pd rilanci questa ambizione oggi sarebbe presuntuoso e arrogante. Ci isolerebbe, come è accaduto nelle ultime elezioni politiche, nelle quali parte del nostro popolo si è riparato sotto altre bandiere; persino quelle di destra. Il proporzionale, al contrario, potrebbe favorire maggiormente il radicamento di ogni forza democratica e la pazienza e l’umiltà unitaria verso gli altri”.
Questa non è una valutazione da poco, in quanto azzera una delle motivazioni di base della scelta di dar vita al Pd. Al punto che oggi Letta la accantona, ma per farlo deve, inevitabilmente, rilanciare il maggioritario e provare a rinverdire l’Ulivo, ovviamente aggiornato, riveduto e corretto. Ma ci arriveremo. Ora ripercorriamo per un momento il cammino avviato a suo tempo, oggi stroncato da Bettini. L’incontro fra le culture politiche popolari che avevano caratterizzato la Prima Repubblica era la ragione per così dire “ideale” del Pd. Lo sviluppo in partito dell’alleanza dell’Ulivo era quella “organizzativa”. La vocazione maggioritaria era la derivazione diciamo “motivazionale” dell’impianto elettorale maggioritario e non più proporzionale e ancor più dell’assunto bipolare, per cui lo scontro tra due fronti – centrodestra e centrosinistra – e tra due leader – Berlusconi e Prodi – avrebbe dovuto riformularsi, all’americana, tra due partiti, Forza Italia o una sua eventuale nuova denominazione, che infatti arriverà, e appunto Partito democratico. Poiché le cose però non sono mai così semplici, lo stesso Veltroni fu il primo a “correggere” l’assunto di partenza facendo un’alleanza elettorale con i Radicali e con il partito personale dell’ex magistrato Antonio Di Pietro (una scelta che in Parlamento creò solo problemi al Pd senza risultare utile ai fini della vittoria elettorale). Il risultato ottenuto nelle elezioni del 2008 fu molto buono, superiore al 30% ma assai lontano dal 51%. Esso fu determinante per lo sviluppo, rapido, degli eventi successivi: il colpo d’ala della bellissima e imponente manifestazione al Circo Massimo, l’attacco durissimo alla guida veltroniana condotto da quasi tutto il gruppo dirigente ex comunista guidato da D’Alema, il cui giudizio tranchant sull’idea stessa del Pd venne espresso nella direzione nazionale (“l’amalgama non riuscito”), le sconfitte elettorali in due regioni, l’arrendevolezza del segretario sfociata nelle sue improvvide e intempestive dimissioni.
Il tutto in un contesto generale di incipiente crisi finanziaria e poi economica, essa pure probabilmente una delle ragioni del fallimento dell’ambizioso progetto dem: perché il partito – occorre riconoscerlo – era sorto anche sull’onda di un ottimistico programma liberal – il discorso del Lingotto ne fu la celebrazione – che spingeva molto su un’idea di società nella quale prevaleva l’idea del “consumatore” rispetto a quella del “cittadino” (un approccio che era già stato della rutelliana Margherita che gli ex Popolari avevano fatto proprio o, tranne eccezioni, non avevano comunque contestato) in un tardo blairismo che la crisi innescata dai mutui subprime americani avrebbe travolto. Così che a nemmeno due anni dalla sua nascita il Pd aveva visto essere poste in dubbio tutte le ragioni che l’avevano determinata: quella “ideale” seppellita da D’Alema, quella “organizzativa” abbattuta dalla dichiarazione di sconfitta insita nelle dimissioni del segretario; quella “motivazionale” determinata dal raggiungimento di una percentuale elettorale largamente insufficiente per giustificarla (alle elezioni europee del 2009 Franceschini, segretario di transizione, fu bravo ad evitare la debacle da alcuni prevista, prendendo però circa dieci punti percentuali in meno rispetto all’anno precedente). Il terreno era dunque pronto per il ritorno della “Ditta”, e così fu con la vittoria di Bersani alle primarie contro lo stesso Franceschini.
Il Pd originario, probabilmente a questo punto velleitario, non c’era già più. Rutelli lo aveva intuito per primo e se ne andò immaginando di poter lucrare sulla disillusione di molti. Ma così non fu, perché il “momento-Margherita” si era concluso. Franceschini e Marini decisero nel giro di neppure un anno di accordarsi con Bersani e D’Alema: scelta di legittima realpolitik che avrebbe garantito qualche buona rendita di potere ma che impedì agli ex Popolari qualsiasi iniziativa volta a contrastare la torsione di 180° che la guida bersaniana fece fare al partito: lo spostamento verso una sinistra tradizionale anch’essa, come il suo opposto socialdemocratico, superata dai tempi; il rafforzamento del partito dei funzionari-politici secondo lo schema del PCI (burocrati cresciuti nelle stanze del partito in luogo di persone cresciute professionalmente nella società esterna alla politica e quindi maggiormente avvertite di quello che in essa si muove e cresce); il collateralismo con una CGIL incapace di comprendere il divario crescente fra lavoratori tutelati e lavoratori non tutelati; e, progressivamente, una qual certa tentazione – questa invece era una novità – ad accarezzare quella vena populista e antipolitica che si stava sviluppando sull’onda del “vaffa” grillino e della criminalizzazione della “casta” politica condotta dai principali gruppi editoriali: non comprendendo che così facendo si dava ragione ai contestatori, mentre si sarebbe dovuto procedere a riforme radicali, certamente, ma ribadendo l’importanza della politica, dei partiti, delle istituzioni della democrazia rappresentativa.
Scelte che saranno alla base della mancata vittoria del 2013. Della quale bisogna dire due cose. La prima è che essa fu pure il risultato del consenso che Bersani fu costretto – dal Presidente Napolitano in primis – a dare al governo Monti: non esistono controprove ma si deve ammettere che eventuali elezioni anticipate nella primavera 2012 non è detto che il Pd non le avrebbe vinte (anche se certo non stravinte). La seconda è che esse furono l’occasione per decimare la rappresentanza ex Popolare nei gruppi parlamentari. L’esito nel medio periodo della scelta – da me mai approvata e anzi contestata – di accordarsi con chi parlava del Pd come della “Ditta”, il simbolismo per dire che, di fatto, il Pd era la prosecuzione naturale del vecchio filone PCI-PdS-DS. Un errore fatale.
L’apparire sulla scena del ciclone Matteo Renzi, dopo l’umiliazione patita via streaming da Bersani nell’abortito tentativo di dialogo coi 5 Stelle e in contemporanea con il fallimentare tentativo di eleggere alla Presidenza della Repubblica prima Marini e poi Prodi, avrebbe forse potuto riportare il Pd sulla strada originaria se il sindaco di Firenze lo avesse voluto. Determinazione, energia, dialettica e capacità di tattica politica non difettavano. Con furbizia lisciava il pelo all’antipolitica imperniata sulla dura contestazione alla casta dei politici con il suo vocabolo-mantra, “rottamazione”. La provenienza dal mondo ex Popolare e la sua militanza rutelliana nella Margherita ne testimoniavano una non subordinazione alla Ditta dimostrata con forza alle Primarie per la sindacatura, nelle quali aveva abbattuto nella sua roccaforte la burocrazia locale ovvero l’apparato ex comunista. L’assalto alla segreteria si rivelò assai facile solo un anno dopo il precedente tentativo (ma in quel caso le Primarie erano state per la candidatura alla premiership e quindi fu logica la vittoria in esse di Bersani, segretario del partito principale della coalizione di centro-sinistra) ma invece di dedicarsi alla ridefinizione e alla riorganizzazione del partito Renzi decise di puntare da subito a quello che era il suo vero e unico obiettivo: Palazzo Chigi.
Uomo ambizioso e spregiudicato Renzi per forma mentis è una persona che vuole gestire il potere. Uomo d’azione, più che di pensiero. Di tattica più che di strategia. Di tempi immediati, non di orizzonti. Così per lui il partito è uno strumento nelle mani del leader il quale, in ossequio alle principali democrazie occidentali così come ad ogni autocrazia non occidentale, deve essere il capo del governo nonché l’unico conducàtor del partito medesimo. Dopo il Pd-Ditta ecco dunque il Pd-PdR, ulteriore stravolgimento dell’idea fondativa.
La vocazione maggioritaria in salsa renziana era dunque intesa in senso individualistico, incentrata sul profilo del leader. Unico e assoluto. Sul piano nazionale e internazionale. Mentre invece a livello locale si lasciavano andare le cose un po’ per conto loro: un sostegno al “capo” tanto non sarebbe mancato, posto che ovviamente la maggioranza del ceto politico preferisce stare con chi è vincente, e lo straordinario risultato elettorale alle europee del 2014 (in larga misura drogato da fattori che qui però non posso analizzare) era lì a dimostrare “chi” era il vincente.
Questa presunzione di potere quasi assoluto nel partito, declinata poi in maniera differente a seconda della personalità del leader di turno, deriva dall’altro elemento fondante del Pd, cui abbiamo già fatto cenno: le Primarie, ovvero l’elezione diretta del Segretario Nazionale (e per un certo periodo anche di quelli regionali) tramite una votazione popolare aperta a chiunque aderisca ad un manifesto alquanto generico di supporto alle idee del partito finanziando l’iniziativa con un modestissimo obolo. L’idea ai tempi rispecchiava – volendola giudicare benevolmente – l’apertura estrema alla società, ai cittadini tutti: cosa, di più, se non addirittura l’elezione del proprio leader posta nella disponibilità degli elettori, e non dei semplici iscritti? Volendo invece essere un po’ meno ottimisti, e soprattutto meno ingenui, essa era un tentativo di incamerare nella dinamica di partito un po’ di antipolitica senza subirne troppi guai. Intendiamoci: l’idea ha fruttato – nelle prime esperienze – bene, coinvolgendo effettivamente due-tre milioni di persone che hanno fatto la fila ai gazebo, versato il contributo, votato un candidato. Insomma, che hanno partecipato. Non si è trattato, dunque, di un’idea peregrina, a cominciare dal suo evocativo messaggio partecipativo. Quel successo di immagine, però, nascondeva alcuni problemi assai rilevanti che nel tempo si sono evidenziati indebolendo così, oltre che lo stesso partito, anche lo strumento in sé, talché le ultime edizioni (la seconda elezione di Renzi e poi quella di Zingaretti) hanno registrato un sensibile calo di partecipazione.
Le Primarie hanno incentrato tutto sul candidato. Si è sempre votato un nome, mai un preciso impegno programmatico. Certo, i programmi c’erano, i volantini pure e così i post sui social da quando questi ultimi sono arrivati. Ma la vera competizione è stata sempre e solo sui nomi. Sul nome del candidato e nemmeno su una sua eventuale squadra a supporto. E poi, competizione? Quale competizione? Non c’è stata una Primaria che una nella quale non si sapesse in partenza chi sarebbe stato il vincitore, e per di più con un margine netto. Sfido chiunque a dimostrare il contrario. Le candidature di Bindi e Letta in contrapposizione a Veltroni furono un modo per crearsi una nicchia nel partito, spaccando così fin da subito gli ex Popolari come da tradizione: Franceschini e Marini, e molti altri, sostennero il vincitore, che venne votato da tutti gli ex DS (anche da quanti lo fecero solo in ossequio agli ordini ricevuti, pronti a mollarlo alla prima occasione utile). Lo scontro Bersani-Franceschini divise per un breve periodo ex DS ed ex Margherita ma in un modo assai soft, essendo scontato il risultato finale. Le Primarie Bersani-Renzi-Tabacci erano per la guida del centro-sinistra, non per quella del partito. Vengono ricordate per l’ottima performance renziana, ma pure in questo caso la vittoria del segretario del Pd era scontata. Quelle successive alla caduta di Bersani furono vinte nettamente da Renzi contro Cuperlo e Civati col concorso di larga fetta della base ex diessina, ammaliata dalla brillante oratoria del sindaco di Firenze, suggestionata da quel poco o tanto di sentimento anticasta penetrato pure in essa ed elevato a slogan col mantra della “rottamazione” e del conseguente ricambio generazionale, delusa e stanca dalle ripetute sconfitte elettorali. Primarie più interessanti, queste, e infatti generarono un cambiamento notevole nel partito. Ma pure queste dal risultato scontato. E in ogni caso le ultime di un certo rilievo. Quelle della rielezione di Renzi dopo la sconfitta referendaria, contro Martina (un’opposizione peraltro non solo garbata dovuta ai modi gentili della persona ma anche assai pallida nei confronti del suo ex Presidente del Consiglio che lo aveva fatto Ministro) e Orlando (erede non particolarmente carismatico della tradizione di sinistra) furono assolutamente inutili, poco vissute e vinte dal segretario uscente senza alcuna difficoltà. Furono anche la dimostrazione evidente che lo strumento non appassionava più. Infine le ultime: una competizione anche in questo caso alquanto stanca e moscia vinta senza patemi da Zingaretti in un partito tramortito dalla severa sconfitta subìta alle elezioni politiche del 2018.
Le Primarie hanno svalutato l’appartenenza, dimostrata attraverso il tesseramento, al partito. Intendiamoci: il partito di quadri-militanti, spesso col tempo rinchiusosi al proprio interno espungendo chiunque volesse conquistarlo, dall’esterno, dalla società, non esiste più da tempo. E i vari tentativi ideati per rinnovarlo e aggiornarlo (circoli tematici, sezioni presso ambienti lavorativi, assemblee degli esterni e quant’altro) non hanno mai – in qualunque formazione politica – funzionato. Quindi il problema della mancata rappresentazione sociale (che invece nei vecchi partiti popolari del secolo scorso c’era, eccome se c’era) è reale. Ma non è stato risolto dalle Primarie. Che al tempo stesso hanno indebolito e, diciamolo pure, un po’ anche immalinconito il socio, il tesserato, colui il quale vuole dare qualcosa di più al partito: certo, qui si parla del tesserato vero, non di quello meramente nominativo (un ulteriore problema ereditato dal passato). Anche se ormai acciaccata e probabilmente destinata ad essere superata, la tessera ha perso, con le Primarie, molto del suo residuo valore. E infatti il tesseramento si è definitivamente ridotto ad essere uno stanco rito più o meno annuale condotto con sempre minor entusiasmo da affaticati segretari di sezione.
Ma soprattutto le Primarie hanno contribuito in modo decisivo, io credo, ad annullare qualsiasi ricerca di senso, di identità al Pd. Riducendo il tutto ad una conta, e per di più effimera in quanto dal risultato scontato. E la questione non è secondaria, perché come si è visto quello che col tempo è mancato al Pd è un suo perché, una risposta convincente alla domanda “cosa propone il Pd”, in virtù di “quali idee di fondo”, di “quale idea di società”. Non avendo risposte precise a quelle domande, il Pd è stato progressivamente abbandonato da quei tanti italiani che pure in esso agli inizi avevano riposto una speranza, riducendone il consenso a poco più della stretta cerchia dei vecchi elettori della sinistra dc (e neppure tutti) e del PCI-PdS (e neppure tutti). Oltre a un po’ di giovani, ma non troppi.
***
Le alleanze sono importanti. Sono un tratto distintivo non solo di una politica, bensì pure della propria identità. Salvo in periodi di straordinaria emergenza, quando occorre superare i recinti tradizionali nell’interesse nazionale. Questo è uno di quei momenti. Non durerà per sempre, fortunatamente. Altrimenti sarebbe un gran guaio. Allora parlando di alleanze bisogna proiettare lo sguardo un po’ in avanti. Diciamo al 2022 o magari, proviamo, all’autunno di quest’anno. Posto che col 20% attribuito al Pd dai sondaggi (ma foss’anche il 25%) non è immaginabile conseguire una maggioranza parlamentare. Posto che l’attuale conformazione di quello che viene chiamato “centrodestra”, ma che in realtà da qualche anno è ormai un “destracentro” se non una destra tout court, è sondata intorno al 45-50% come può il Pd cercare di individuare un’alleanza che lo renda competitivo per la vittoria?
Il primo elemento sul quale ragionare è la legge elettorale. Da esso non si può prescindere. E qui c’è subito un problema. Perché al momento nessuno sa con quale legge elettorale si voterà alle prossime politiche. Questa, per inciso, è una delle anomalie italiane che va assolutamente superata. Non è possibile continuare a cambiare le regole del gioco in funzione della maggioranza parlamentare del momento. E’ quello che è accaduto negli ultimi vent’anni.


Bisognerà – a larghissima maggioranza – decidere se avere una legge elettorale maggioritaria (quanto, con quali correttivi sarà poi definito con la scrittura della norma) o al contrario proporzionale (anche qui, con gli opportuni correttivi quali ad esempio una soglia minima, da definire in corso di scrittura della legge). E, una volta approvata a grande maggioranza, non toccarla più per molto tempo. Come è nelle altre democrazie. Compito difficile, ma indispensabile.
In linea teorica il periodo del governo Draghi dovrebbe essere utilizzato dal Parlamento soprattutto a questo fine. C’è purtroppo, però, da dubitarne in quanto le tattiche sono preferite alle strategie dall’attuale classe dirigente politica, palesemente di livello inferiore alla media che un Paese rilevante come l’Italia meriterebbe.
E così torniamo al punto di partenza. La situazione attuale. La legge esistente, il c.d. “Rosatellum”, con la quale si è votato nel 2018, è di impianto maggioritario (non è qui il caso di entrare nei dettagli). Durante l’anno del governo Conte 2 era parsa avanzare nell’opinione dei partiti l’idea di tornare a un proporzionale dotato di qualche correttivo. E’ ovvio, e facilmente comprensibile, che con la legge in vigore le alleanze necessariamente devono ruotare interno a schieramenti formati da pochi, principali, partiti (come poi essi definiscano le liste, includendo anche rappresentanti di altre, minori, formazioni politiche è affar loro). Invece, con un eventuale proporzionale le alleanze si farebbero fra più partiti, piccoli, piccolissimi, medi, e probabilmente ad elezioni avvenute e non prima. Ora, al di là delle preferenze (non è questo il tema di questo scritto, in questo momento) il problema non è di poco conto: sin quando non si saprà con certezza con quale legge si voterà nessun partito sarà sicuro al 100% di cosa poi effettivamente farà. Questa è la verità.
***
Per concludere. Obiettivo dichiarato di Letta è vincere le prossime elezioni politiche alla testa di una coalizione guidata dal Partito democratico. Un partito e una coalizione aventi i giovani e le donne quali principali punti di riferimento e fonte d’ispirazione. Mi permetto di dire che non basta.
Occorrono almeno tre altre condizioni. La prima, come detto, è una legge elettorale di stampo maggioritario diversa da quella attualmente in vigore. E questo il segretario del Pd lo sa bene, tanto è vero che sta sondando il terreno per capire quante possibilità reali vi siano per un sistema a doppio turno con soglia al 3%, con vincitore al primo solo col superamento del 40% dei votanti (attenzione, non degli aventi diritto: quindi è un’asticella alta) e con ballottaggio fra le due coalizioni (o partiti) meglio piazzate al primo turno. Il premio al vincitore sarebbe il 55% dei seggi parlamentari, così da non consentirgli di eleggersi da solo il Capo dello Stato o di cambiare la Costituzione. Come si intuisce, non sarà facile “trovare la quadra” con tutti gli altri partiti.
Inoltre occorre, davvero, un programma che con rara intensità e discreta precisione proponga agli italiani uno sviluppo economico compatibile con una più equa ripartizione sociale della crescita, con una effettiva sostenibilità ambientale, con una gestione efficiente di uno Stato sociale da rinvigorire, ammodernandolo e rilanciandolo. Anche questo credo sia ben presente a Letta. Si tratta però di saperlo definire e poi declinare in un testo comprensibile ma non eccessivamente stilizzato, in quanto non esistono slogan sufficienti a spiegare come uscire da una situazione complessa. Perché la situazione, terminata la pandemia, si presenterà – con un debito pubblico esorbitante e un tasso di occupazione alquanto diminuito – per quello che già oggi è: molto difficile.


Ciò che conterà di più, però, ed è la terza condizione, sarà quella che oggi al Pd manca, o comunque non si vede per nulla: una tensione ideale per migliorare il vivere sociale. Non la si può costruire a tavolino. O c’è o non c’è. E se c’è lo si percepisce, anche da come i componenti del partito interagiscono fra loro e nei rapporti con gli altri: si capisce che fanno parte con convinzione di un’unica squadra impegnata per il bene collettivo. Questa tensione si genera perché si hanno dei valori comuni dai quali derivano obiettivi comuni. Tali da generare fiducia e speranza.
Solo così si potrà essere credibili in quell’esercizio di “prossimità” alla vita di tutti i giorni della gente comune che Enrico Letta vede giustamente come la cifra principale del proprio partito. Volendo osare, si potrebbe citare il “vivere con il popolo e per il popolo” di Jacques Maritain. Ma forse è troppo. Basterebbe, più modestamente, saper infondere negli altri la sensazione che si crede davvero in quello che si sta facendo, perché è parte del proprio modo di intendere la vita. Sarà possibile? Difficile a dirsi. Ma proprio questa è la prova decisiva. Per tutti.
Inclusi quei cattolici democratici che vogliono credere ancora nell’autenticità del progetto politico immaginato a suo tempo. La loro, la nostra, è una cultura che può offrire ancora molto ad una società che sta scoprendo, durante questi lunghi mesi così tristi e bui, quanto il valore della solidarietà diffusa possa migliorare la condizione esistenziale di ciascuno. Bisogna però avere la voglia, la determinazione per renderla, questa cultura così ricca e attuale, presente e non negletta nel Partito democratico. A livello di base, innanzitutto.
Il presente scritto vuole essere semplicemente, attraverso la pur sommaria riflessione su alcuni errori compiuti nel passato, uno stimolo per provare a ritrovare quella necessaria determinazione.

 


Enrico Farinone
Arcore, 7 aprile 2021

 

SANDRO CANTU'

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Carissimi

È con vero dispiacere che deve parteciparvi l’annuncio della scomparsa ieri di Sandro Cantù, amico sincero,democristiano e basista integerrimo, figura esemplare del mondo cattolico vimercatese.

Classe 1942,da tempo sofferente per piccoli disturbi,non ha superato le ultimi crisi.,anche per il covid.

E’ stato segretario di zona di Vimercate, assessore ad Agrate suo paese di residenza,presidente del Consorzio Est milanese per la raccolta rifiuti e segretario provinciale della Margherita della neonata provincia di Monza.

Ha saputo gestire con capacità lo sviluppo politico della zona, tanto che i due leaders della Base , Marcora e poi Granelli ,si sono sempre candidati nel collegio di Vimercate ;zona che ha fornito al partito personaggi eccellenti ,basti citare tra gli altri Maria Luisa Cassamagnago europarlamentare Ezio Riva presidente della provincia e Vittorio Arrigoni consigliere. Purtroppo abbiamo perso da non molto sia Arrigoni che Airaghi,gli altri due pilastri del Vimercatese.

Ci siamo frequentati spesso a convegni e riunioni del gruppo ,ma in particolare ho apprezzato la sua disponibilità quando in occasione della stesura del libro LA BASE NEL MILANESE gli avevo chiesto di vergare il capitolo sul Vimercatese.

Il titolo fu ,con orgoglio, e non poteva essere altro, Vimercatese ,un feudo basista. Dopo aver citato tutti i politici locali,sindaci,amministratori ,amici impegnati concludeva :dalla base bisogna ripartire per chiarire il senso dell’appartenenza politica ,alla base bisogna ritornare interrogando la coscienza perché quella appartenenza diventi azione. I basisti hanno contribuito, sia pure coi limiti delle loro azioni ,ad un pezzo del storia della loro zona (e del paese aggiungo).

 

Gianni Mainini

Parlo di un amico molto simpatico, oltre che bravo e efficiente nella iniziativa politica. Ho condiviso con lui la militanza (palazzo Clerici, via Nirone, via Mercato, teatri comunali e saloni parrocchiali) non una personale amicizia, ma la condivisione di entusiasmi, emozioni, arrabbiature. Gestiva con modestia e allegria una posizione che allora nel partito e nella corrente era di tutto riguardo. Nella nostra memoria Vimercate era legata a nomi come Merzagora, Marcora, Granelli: uno dei collegi "sicuri", che contavano. Cantù, in qualche modo faceva parte della leggenda come segretario, mi par di ricordare, di quella zona, ma senza spocchia (e ti regalava anche generosamente un bel sorriso).Vimercate a ogni scadenza elettorale veniva agli onori della cronaca per l'importanza del suo elettorato, dei suo voto, dei suoi eletti. E nessuno pensava, dopo lo scrutinio dei voti, gli evviva, la bicchierata che tra l'una e l'altra elezione c'erano di mezzo anni di lavoro, di impegno, di passione, di serate con la sezione da tenere aperta, la gente di cui interpretare attese, desideri, pretese, mugugni, l'accordo da trovare tra correnti, interessi, situazioni sociali diverse, i liberali che angosciavano i borghesi con la paura dei bolscevichi e i comunisti che raccontavano balle sui paradisi sovietici. Cantù è stato , per anni un pezzo di questo lavoro, uno di quelli che tra una legislatura e l'altra, tra un successo elettorale e l'altro hanno tenuto in piedi la baracca. E quanto non fosse facile e scontato lo si sarebbe visto di lì a qualche anno quando per motivi che venivano da lontano tutto cambiò in pochi mesi. Onore al merito, caro amico, e riposa in pace.

Mario Mauri

 

Veltroni-Corriere sul caso Moro. Accuse gravi senza prove

 

9 Aprile 2021

Da oltre un anno il Corriere della sera riserva al caso Moro paginate su paginate con interviste che
portano la firma di Walter Veltroni. Nell’ultima della lunga serie, a Gennaro Acquaviva, capo della
segreteria politica di Craxi, ci è toccato di leggere che il leder socialista sarebbe stato “il sostituto-
prosecutore dell’opera di Moro”. Ogni commento è superfluo. Ma ciò che più sorprende è che
Veltroni, non un cronista qualsiasi, senza battere ciglio, persista nel veicolare la tesi dei socialisti
del tempo (Formica, Signorile, Martelli, Acquaviva): Moro poteva essere salvato, ma tutti, senza
eccezioni, lo volevano morto, perché tutti, si insiste, ai vertici della Dc e dello Stato sapevano che
fosse agibile un canale diretto con i terroristi che tenevano in ostaggio il leader Dc.
Non nascondo il mio disappunto non solo per il semplicismo e l’univocità della tesi, ma anche
perché nessuno ad essa reagisce come si conviene. Eppure ancora vivono alcuni testimoni e persino
attori-protagonisti di quella pagina drammatica. Davvero tutto era così chiaro e così semplice? Una
tale teoria non è infamante – faccio solo qualche nome – per Zaccagnini, Salvi, Galloni, Elia e molti
altri dirigenti Dc di quel tempo che non possono più replicare?
Personalmente non ho motivo per intestarmi difese d’ufficio. Al tempo del sequestro Moro ero
giovane e non facevo politica, ma partecipai con grande intensità emotiva a quel dramma: lavoravo
al fianco di Giuseppe Lazzati, costituente, rettore della Cattolica, sincero amico ed estimatore di
Moro, che tuttavia mai nutrì dubbi sulla linea della fermezza. Pur con una indicibile sofferenza. Ma
il punto non è questo. Si può pensarla diversamente. L’importante è non mistificare i fatti.
Voglio essere franco: mi hanno turbato e disturbato le interviste del Corriere ai socialisti che, in
forme più o meno aperte, hanno sostenuto che i vertici politici e istituzionali tutti – notare: targati
Dc –  fossero a conoscenza della possibilità di raggiungere i brigatisti che tenevano in ostaggio
Moro, solo che non vollero spendersi davvero per la sua liberazione. Scusate se è accusa da poco!
Una versione della quale non c’è prova. Semmai smentita da vari testimoni.
Tantomeno ho apprezzato che a mettere la firma in calce a quella inchiesta sia non un giornalista
qualsiasi, ma una persona come Veltroni che ha avuto alte responsabilità politico-istituzionali. La
domanda suscitata in me da quelle paginate è quale mai sia l’intento di Veltroni in quella che
sembra una campagna a tesi. Davvero non mi spiego. Forse quello di prendere le distanze dal
vecchio Pci e dalla sua linea della fermezza, nel solco dell’outing  veltroniano secondo il quale lui
non sarebbe mai stato comunista? Salvo poi (“ma anche”) proporsi come apologeta e “ragazzo” di
Berlinguer.

Non sarò io a negare le tante, troppe pagine oscure di quella tragedia nazionale. In particolare le
ombre rappresentate dall’inquinamento piduista del Viminale, le inefficienze e le omissioni degli
apparati di sicurezza. Anche io faccio fatica a credere che non vi siano stati condizionamenti e
interferenze esterne alle Br. Né compete a me, che non avevo responsabilità alcuna, difendere i
vertici Dc di allora – Zaccagnini e i suoi più stretti collaboratori – più o meno esplicitamente
accusati di inerzia se non di complicità. Ma trovo l’operazione grossolana, semplicistica (come se la
liberazione di Moro fosse cosa facile) e persino infamante per chi si assunse la grave responsabilità
di non scendere a patti con i terroristi. In nome di un’etica della responsabilità in capo a uomini
dello Stato che, noto, con il senno di poi e con una certa leggerezza, si tende a rappresentare come
un alibi pretestuoso e bugiardo.
A distanza di tanti anni e alla luce di ciò che è affiorato poi, si può anche rivedere qualche giudizio,

si deve di sicuro sostenere che non lo Stato come tale, ma quel concreto Stato e chi lo rappresentava
pro tempore, rivelatisi così inadeguati, per trasparenza ed efficacia, non furono all’altezza del loro
compito e anche a pensare che forse l’esito avrebbe potuto essere diverso (anche se molti elementi
conducono a ritenere che quello intessuto dai rapitori fosse un finto negoziato e che dunque il
tragico epilogo fosse scritto). Ma da qui a concludere che tutti sapevano e tutti non vollero liberare
Moro ne corre.
Guido Bodrato, persona limpida e allora stretto collaboratore di Zaccagnini, ha chiarito sul punto
cruciale: del canale aperto con i rapitori rappresentato da Piperno e Pace non è vero che i vertici Dc
fossero  a conoscenza. Comunque non Zaccagnini e i suoi collaboratori. Lo erano esponenti
socialisti che oggi lo rivendicano come un merito e si spingono sino a imputare ad altri la colpa di
non essersene avvalsi. Per parte mia, all’opposto, non giudico affatto come un merito l’avere
intrattenuto relazioni tanto pericolose con soggetti immersi nell’acquario torbido nel quale
nuotavano i pesci del terrorismo. Costoro avrebbero dovuto cooperare allora, con trasparenza e
senza secondi fini, con le autorità per stanare i rapitori e non muovere ora ad altri accuse tanto
infamanti quanto indimostrate.
Tali comportamenti al limite della provocazione semmai mi confermano in una convinzione: che, a
fronte di chi – ve ne furono allora e ve ne sono oggi – sosteneva con limpida coscienza la linea della
trattativa (salvo una massima indeterminatezza circa le concrete concessioni cui accedere), vi
fossero altri che erano mossi da ragioni politiche non altrettanto innocenti. Diciamo non di natura
umanitaria. Per parte mia, non ho cambiato idea (ma, ripeto, si può avere opinione diversa): penso
che, allora, in concreto, non si dessero alternative alla linea della fermezza e che un cedimento
avrebbe travolto le istituzioni. Oltre che le due forze, Dc e Pci, architrave del sistema politico. Per
essere più schietto: le pesanti accuse e il polverone sollevato a tanta distanza di tempo dai vari
Formica e Signorile semmai mi confermano nell’opinione che al conclamato umanitarismo nel Psi,
dentro quella distretta, si associasse un calcolo politico mirato a profittarne per mettere in scacco i
due principali partiti schierati sulla linea della fermezza. In coerenza con la strategia craxiana decisa
a farsi largo con ogni mezzo tra Dc e Pci, rovesciando i rapporti di forza a sinistra. La circostanza
che siano trascorsi tanti anni non è una buona ragione perché ex politici e improvvisati giornalisti –
e chi malamente fa entrambe le parti in commedia – trattino una materia così incandescente con tale
disinvoltura.
 
Franco Monaco

Ezio Cartotto, si è spento il 26/3/2021

Carissimi

 

si è spento questa notte a Monza Ezio Cartotto.

 

Classe 1943 , è stato uno dei giovani rampanti del Movimento Giovanile ai tempi delle segreteria provinciale di Marcora negli anni 60 ,assieme ad altri giovani emergenti come Bertoja Mazzotta Frigerio e poi Giorgio La Pira Salvatore Donato Gianni Dincao.Dotato di una cultura filosofica umanistica notevole, capace oratore ed affabulatore ,era una delle promesse della Base.Direttore anche del Popolo Lombardo.

Purtroppo l’esperienza negativa del CIPES (la cooperativa edilizia impiantata con altri amici che ebbe una fine ingloriosa) gli tarpò le ali.

Ma lui rimase sempre legato alla politica, soprattutto in Brianza .Qui incontrò la Fininvest e divenne consulente di Berlusconi collaborando insieme a Dell’Utri alla fondazione di Forza Italia,di cui scrisse parte del programma.

 

Di carattere estroverso e aperto, di cultura umanistica notevole e appassionato cultore di libri e di storia, intellettuale senza molto senso pratico, ha continuato la sua passione ed il suo interesse per la politica e l’impegno sociale scrivendo libri e riviste: tra gli altri Brianza e DC e tra gli ultimi Gli Occhiali di Machiavelli. Ma la sua vivacità si era spenta dopo la perdita della moglie pochi anni fa. Ultimamente malaticcio era un po’ ritornato al primo amore avvicinandosi agli ambienti della ex DC e della Base

per la quale si era infervorato al punto di ipotizzare iniziative importanti.

 

Se ne va una figura un po’ controversa ed eclettica, ma pur sempre un democristiano e un basista.

Lo ricordiamo e lo rimpiangiamo.

 

Gianni Mainini

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PD, MONDO CATTOLICO, LETTA . DI VINCENZO ORTOLINA _ 21 marzo 2021

Le indubbie difficoltà del Pd hanno scatenato le reazioni dei suoi avversari, che hanno parlato a suo riguardo, non pochi con compiacimento, di crisi “definitiva”, di fallimento del relativo progetto, eccetera.
All’interno dello stesso partito, e comunque nell’area ad esso non ostile, si sono levate del resto più voci per dire che bisogna ridefinire l’identità dei “democratici”, ripensare quali debbano essere la sua “anima”, i suoi “valori”, i suoi “ideali”.

Sarà perché da “vecchietto” mi sono dato agli studi teologici, io ho ormai maturato l’opinione che non è bene enfatizzare in maniera eccessiva il “valore” e il ruolo dei partiti, ai quali non è dunque il caso di domandare soluzioni “palingenetiche”. Ci si deve, “accontentare”, ragionevolmente, di meno. Ed è in ragione di ciò che io, che politicamente parlando tengo un poco a definirmi “cattolico-democratico”, sono
rimasto e resto nel Partito democratico, ritenendo che, nonostante i suoi affanni, esso non è affatto morto, e neppure moribondo.

E’ bastata del resto la scelta di Enrico Letta (da me stesso auspicata, nel mio piccolo) a nuovo segretario nazionale per creare qualche preoccupazione nei citati avversari (o comunque antipatizzanti) e suscitare invece nel partito e nei simpatizzanti un pizzico di ottimismo. Tra i critici, da tempo, verso il Pd e i cattolici che lo frequentano, mi pare si possano classificare anche i propugnatori del
“nuovo soggetto politico d’ispirazione cristiana e popolare”, aperto a “credenti e non credenti”.

La nuova formazione politica (battezzata col nome di “Insieme”) che s’ispira all’ormai noto “manifesto” Zamagni, abitualmente presentato, inevitabilmente con un pizzico di compiacimento, come “l’economista del Papa”.
Detti amici (tali restano, per me) sono da tempo piuttosto scettici nei confronti di una formazione politica, il Pd, appunto, nella quale l’amalgama tra “post-comunisti e post-democristiani” non sarebbe riuscito, a loro avviso.


Eppure, rileggendo il citato manifesto, sui “principi” enunciati: “adesione alla Costituzione, al pensiero sociale della Chiesa, alle Dichiarazioni sui Diritti dell’uomo” a me pare che i “catto-piddini” (perdonatemi il termine) non possano non convenire. Il voler, poi, “trasformare la politica e le istituzioni, avviare politiche solidali, impegnarsi per la creazione di nuove relazioni istituzionali, rafforzare le istituzioni europee, puntare alla Pace e al disarmo…”, risulta un obiettivo del tutto condivisibile anche …da questa parte.

Dove sta, allora, il problema? Eviterò, qui, di insistere nel ribadire la mia opinione che definire, oggi, un partito, “cristiano”, o comunque ispirato cristianamente , è un pizzico rischioso, stante il disagio che la chiesa sta vivendo nel registrare certi attacchi a Papa Francesco da parte di ambienti cattolici, diciamo, “integralisti” (quelli che stanno con i Viganó e i Bannon contro Bergoglio, per intenderci). Segnalo soltanto il problema che “Insieme” vuole presentarsi come una sorta di nuova Dc, cioè quale nuovo partito “di centro” (un centro che peraltro starebbe affollandosi non poco).

Al riguardo, l’opinione di quanti, come il sottoscritto, simpatizzano per il Pd da cattolici, è stata ben espressa dall’amico Franco Monaco, il quale scrive che semmai “servono scelte di valore e ricette che sanno di radicalità, non di centro moderato”. E che “… il problema non è quello di una nuova offerta politica, ma della razionalizzazione di un sistema politico già troppo frammentato”.

Il nuovo partito si dichiara anche, e più precisamente, “antagonista alla destra e alternativo alla sinistra”,mettendo così sostanzialmente sullo stesso piano il Pd e la destra di oggi, autoritaria, opportunista (sto pensando all’inopinata “conversione europeista” di Salvini) e rozza. Così facendo, i “nostri” rischiano tra l’altro di contribuire a svuotare i due poli, centrodestra e centrosinistra, dalle loro componenti più
ragionevoli. E poi, ancora, in qualche misura, conseguentemente: la nuova formazione politica punta a un sistema elettorale proporzionale (pur “con le dovute soglie”, certo), con l’obiettivo, dicono, di ridare viva voce e piena rappresentatività a tutti i settori vitali della società (senza far nascere anche “corporativismi” elettorali?). La più parte dei “catto-dem” ritiene invece più funzionale un sistema sostanzialmente
“maggioritario”, pur se, diciamo, …moderato. Alla “Mattarellum”, per intenderci.

Il manifesto Zamagni segnala altresì, giustamente, che il nostro tempo è connotato da fenomeni di portata epocale quali quelli della nuova globalizzazione, della “quarta” rivoluzione industriale, dell’aumento sistematico delle diseguaglianze sociali, degli straordinari flussi migratori, delle questioni ambientali e climatiche. E sostiene con forza la necessità di rafforzare le istituzioni europee e internazionali, ma anche di puntare alla “Pace” e al disarmo. Temi, questi, sui quali un’equidistanza tra la destra -una destra sovranista e che detesta gli immigrati- e la sinistra, è quantomeno discutibile. Nel centrosinistra, invece, la sensibilità su questi temi non è diversa da quella di “Insieme”. Quanto, infine, all’accenno alla più volte citata “dottrina sociale” della chiesa, pare inevitabile segnalare che le espressioni recenti più significative e…attuali di tale dottrina sono le note encicliche di Francesco: “Laudato Sì” e “Fratelli tutti”, cui sarebbe da aggiungere il documento sulla “Fratellanza umana”, firmato insieme dallo stesso Papa e dal grande Imam di Al-Azhar nel 2019 ad Abu Dhabi. Siamo in proposito sicuri che detti documenti piacciano in egual misura a destra e a sinistra? Il documento in argomento segnala infine la forte caduta, anche nel nostro Paese (soprattutto?), dei valori etici, nelle sfere sia del privato sia del pubblico, e considera che “le passioni ideali della solidarietà e della ‘tensione civica’ sono state sostituite dagli egoismi sociali e dall’individualismo libertario”. Un individualismo che, secondo l’opinione prevalente dei cattolici-conservatori, sarebbe prevalso anche, senon soprattutto, “a sinistra”, ai tempi del ’68 in particolare. E che avrebbe via via prodotto guasti anche sul piano “morale”. Attribuire però la caduta dei “valori” ai comunisti o post tali, ai sessantottini, ai radical-chic di sinistra, e compagnia cantante, fa sorridere, suvvia. Fermo restando, infatti, che la “secolarizzazione” (non tutta, certo, da buttare, anzi!) ha via via portato, in presenza di una chiesa non debitamente preparata, sul tema, a ridefinire “diritti” (penso al divorzio e all’aborto…) fenomeni sino a prima considerati deprecabili, la risposta è che a produrre l’individualismo esasperato, l’egoismo, l’edonismo, il consumismo che deprechiamo, eccetera, ha contribuito in modo determinante la “cultura”(?) imposta in particolaredalle tv “liberalizzate”, quelle di Silvio in primis. E anche un certo modo di gestire il sistema capitalistico, idisordini e gli squilibri del predominio incontrollato della finanza sull’economia reale, eccetera, eccetera.

Per chiudere, io sono allora tra quanti ritengono che oggi, in Italia, la collocazione più “naturale” per i “cattolici democratici” sia in un partito di ”centrosinistra”. Dico centrosinistra, non “centro-sinistra”, immaginando che ci capiamo, in proposito. Un partito che sia capace di contribuire a “ricomporre” l’area più complessiva del centrosinistra e della sinistra non massimalista, i cui valori non possono che essere
sostanzialmente alternativi a quelli del centrodestra, e che come tali sono riconoscibili nella lotta alle diseguaglianze, alla povertà, alla lotta per la giustizia, per la libertà e la dignità delle persone, immigrati compresi, per la sussidiarietà, per il lavoro, per il welfare. Temi, guarda caso, in buona parte elencati nello stesso manifesto di “Insieme”.

E ben venga, a questo punto, l’Enrico Letta quale “nuovo segretario” del PD, la cui nomina ha creato subito qualche preoccupazione nei partiti della destra (e il cui intervento di insediamento è piaciuto poco in taluni ambienti del “nuovo partito di ispirazione cristiana”, dove ci “si aspettava… molto di più”). Un Letta, comunque, che non soltanto punta a costruire un Pd nuovo, o comunque “revisionato”, ma vuole anche (ri)condurlo a vincere... .Un Partito che vuole trovare un suo ruolo persino più rilevante in quanto perno di coalizioni rientranti in un perimetro largo di centrosinistra, come detto. Letta, se non ho capito male, ha anche espresso la sua preferenza, quanto alla legge elettorale, per il “Mattarellum”, magari con qualche ritocco migliorativo. Gradisce, cioè, la legge che spinge appunto alla formazione di coalizioni e incoraggia una competizione giustamente bipolare. In tale coalizione, il M5s “rigenerato” da Conte (un’operazione, questa, in ogni caso utile al Paese), diverrebbe un alleato quasi naturale del Pd, senza affatto offuscarlo giusto grazie alla presenza e al ruolo di Letta. Un “nuovo” centrosinistra, dunque (ricomprendente ovviamente anche LeU), che risulterebbe in grado di contrapporsi con una debita forza (pur se non può essere ovviamente questa la sua sola “mission”) alla destra di Salvini e Meloni, destra che, nonostante il Salvini europeista pro tempore, si ricompatterà inevitabilmente o quasi, in vista delle elezioni, ricuperando assai probabilmente, nella più complessiva coalizione di centrodestra, lo …spompato Berlusconi. Certo, in proposito si tratterà, però, di capire anche quale partita vorranno giocare Renzi e i “centristi” alla Calenda e +Europa. Ma anche, credo, gli amici di “Insieme”.

Vincenzo Dittrich ci ha lasciato

undefinedBuongiorno carissimi,

Mi spiace comunicarvi che il giorno 5 di marzo ci ha lasciato Vincenzo Dittrich.

Avvocato milanese,anche se di origini austriache, classe 1934 , Vincenzo è stato uno dei giovani rampanti della Base e della DC milanese ai tempi gloriosi delle segreterie Marcora e Ferrari , membro della direzione provinciale con Calcaterra,Cartotto,Borruso, Rivolta,Giovenzana,Garavaglia .. ….

Aveva avuto incarichi ,anche data la sua professione ,in vari consigli di amministrazione dopo essere stato nei suoi primi passi in diversi consigli del gruppo ENI.

Si era poi posto in un atteggiamento critico verso la corrente, fino a distaccarsene completamente ( ma anche dalla politica attiva in generale) pur continuando ad intervenire su vari temi sociali alla radio e su riviste specializzate .

Il motivo principale era stato un dissidio al XVII congresso provinciale del 74 quando la Base designò Frigerio come segretario successivo a Camillo Ferrari ,a cui lui era contrario , come scelta alternativa alla sua ; lui non ebbe successo ( ma purtroppo ebbe ragione).

Dal 1978 per un decennio è stato direttore di Radio HInterland, promossa a Binasco dall’allora segretario Pietro Leitner con la collaborazione di Luigi Granelli ,data la sua posizione di direttore del Popolo Lombardo; era stato anche vicepresidente dell’IACP e altre cariche minori.

Ricordo il suo intervento nel maggio 2012 all’Ambrosianeum alla presentazione del libro di Mariachiara Mattesini “La Base ,un laboratorio di idee per la Democrazia Cristiana” quando affermava :” se vogliamo prendere lo spunto per l’avvenire non è più tanto interessante la storiografia delle origini ,ma è più importante capire le ragioni di quello che è accaduto fino alla fine della DC. Avevamo uomini alla guida del partito e del governo: per quali ragioni il partito è crollato ,non ha avuto uno sforzo di difesa e di resistenza?”

Il suo atteggiamento critico si era consolidato, assieme al distacco sempre crescente dalla politica.

Ha continuato a fare il professionista nel suo studio di via Santa Croce ,nel cuore della Milano popolare di S .Eustorgio –Porta ticinese fino alla fine :è un altro amico che ha lasciato il segno nelle vicende della DC e della Base.

Lo ricordiamo con nostalgia.

Gianni Mainini

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DITTRICH

DI MAURO MAURI

La morte di Vincenzo Dittrich rattrista sia perché se ne è andato uno con cui hai condiviso idee e partecipazione poiltica negli anni delle speranze e degli entusiasmi, delle solidarietà e degli scontri, sia perché il ricordo della persona con cui si è vissuto tutto questo è legato, come ci ha ricordato Mainini, più alle delusioni che ai successi delle nostre battaglie politiche. Dittrich, per quel che so, ha avuto una bella vita privata e professionale, ricca di soddisfazioni, era "un bel fioeu", parlava bene, sosteneva con energia le sue idee, anche se la "grinta" polemica si scioglieva spesso in un accattivante sorriso. La sua bravura di uomo di legge lo aveva anche fatto entrare in "giri" interessanti del potere pubblico aziendale (mi ricordo della sua partecipazione a importanti consigli di amministrazione). Eppure a un certo punto se ne andò, non lo trovammo più nei nostri incontri. Maturò individualmente quel distacco dalla politica che di lì a qualche anno sarebbe diventato esperienza subita o scelta da tutto il gruppo della sinistra di cui aveva fatto parte. Un'esperienza di cui gli elettori presero ben presto atto rivolgendo altrove il loro voto. E se vogliamo ricordare Dittrich in modo non convenzionale, omogeneo alla franchezza un po' ruvida dei suoi comportamenti politici che non sempre molti di noi hanno condiviso, pur rispettandoli, ci viene da chiederci: che cosa non ha funzionato nel nostro modo di affrontare i problemi del partito in cui militavamo, della società in cui operavamo, nello Stato in cui facevamo politica se i motivi di divisione hanno finito per prevalere su quelli della unità verso cui, per di più, ci spingevano legami di amicizia personale? E una prima risposta mi sembra venire dal fatto che le responsabilità istituzionali che molti di noi hanno assunto, per tante ragioni di opportunità o di necessità non sono sempre state accompagnate dalla realizzazione dei progetti e degli ideali che ci avevano spinto all'impegno politico. Il momento della concretezza si è rivelato spesso in contraddizione con quello delle scelte ideali. Nei vari ruoli dirigenti o gregari che abbiamo assunto siamo spesso riusciti a gestire bene l'esistente ma non a cambiare le cose nel modo che avevamo progettato. E nello spazio vuoto tra il come eravamo e il come avremmo voluto essere si sono infilate incomprensioni e divisioni. Che ne dici, Vincenzo? Forse è per questo che a un certo punto abbiamo smesso di far cose assieme. Ad ogni modo quel tanto o poco che abbiamo fatto è sufficiente ad avere di te un bellissimo ricordo.

Mario Mauri

 

Emilio Ardo

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Carissimi

Mi dispiace interrompere la speranza di un nuovo anno più sereno di quello trascorso con la notizia della scomparsa proprio all’affacciarsi del 2021 dall’amico Emilio Ardo.

Nato a Legnano il 23 marzo 1944 , Emilio aveva la politica nel sangue. Ha sempre operato con grande alacrità sia nel locale che in tutta la zona nelle file della DC e della Base.

Aderì prontamente alla Base nel periodo ‘ 60-70 dopo aver partecipato ad un convegno di gruppo a Boario insieme a molti giovani emergenti nel periodo ’60 -70 ,quale Patrizia Toia, Mariella Marazzini, Maria Rosaria Rotondi.

Infatti è stato segretario di sezione ,segretario di zona di Legnano, consigliere comunale ed assessore ai Lavori Pubblici nella giunta Potestio.

Tra i promotori del Centro Studi Puecher fondato a Legnano nel 1973 con presidente Pietro Sasinini ex partigiano amico di Marcora per vent’anni punto di riferimento dei cattolici democratici dell ‘Alto Milanese.

Sulla vicende e gli uomini della DC e la Base della zona di Legnano aveva scritto un esauriente memoria pubblicata nel libro La Base nel Milanese.

Personaggio pubblico, è stato anche gran priore della contrada San Magno con cui vinse il Palio per tre edizioni consecutive.

Professionalmente operante nel settore del credito, era stato direttore di varie filiali bancarie di zona (salvo una parentesi nel Trentino) ed aveva terminato la carriera come direttore della BCC di Busto Garolfo e Buguggiate.

Da pensionato amava soggiornare nella casa vicino a Ravenna dove si era anche creato delle nuove amicizie

 

 

Lo ricordo immancabile colla sua testa precocemente grigia ma ben curata , col suo fare amichevole ed il vocione suadente quanto critico alle riunioni del sabato pomeriggio in via Mercato e nelle varie celebrazioni basiste e marcoriane.

Caro Emilio un caro addio.

E’ il momento della Repubblica presidenziale?

                                                                         Bozza del 14 dicembre 2010
                                                                   E’ il momento della Repubblica presidenziale?
                                                          Una proposta “provocatoria” contro la disunità d’Italia
                                                                         Regioni forti, Stato debole
Sul Corriere della Sera dello scorso 11 novembre 2020 Ernesto Galli della Loggia nell’editoriale I localismi frenano le scelte ha messo in evidenza i difetti ed i problemi sollevati dall’attribuzione di vasti poteri alle regioni, particolarmente evidenti nella gestione dell’emergenza sanitaria.
L’Autore imputa alla riforma del Titolo Quinto della Costituzione voluta dal centrosinistra nel 2001 la responsabilità principale. Nell’originaria previsione dell’art. 117 le regioni avevano competenza concorrente con lo Stato per l’assistenza sanitaria e ospedaliera, con la riforma del 2001 la competenza regionale si è estesa a ricomprendere la più vasta e comprensiva tutela della salute.
Va tuttavia ricordato che la riforma del 2001 ha consolidato, più che innovato, sul piano costituzionale, la tendenza alla riunificazione dell’intera materia sanitaria che la legislazione ordinaria aveva già anticipato, consentendo alle regioni di regolare tutti gli aspetti che, direttamente o indirettamente, mirano alla tutela del bene salute (D. Morana, La tutela della salute fra competenze statali e regionali: indirizzi della giurisprudenza costituzionale e nuovi sviluppi normativi, in Osservatorio costituzionale, n. 1/2018, p.2), e, comunque, come ha fatto notare il Prof De Siervo su La Stampa del 17 novembre, il Governo godeva allora e gode oggi di ampie competenze, anche straordinarie, in materia di emergenza sanitaria, secondo l’art. 117, comma 1, lett. q), Cost.
Non va comunque sottaciuto che con la riforma le regioni hanno accresciuto nel complesso i loro poteri, sia in ordine alle materie di disciplina concorrente stato – regione – si pensi, ad esempio, all’urbanistica diventata il più ampio “governo del territorio” – sia in ordine a tutte le materie residue come i servizi sociali che non sono comprese né nell’elenco di quelle su cui lo Stato le esercita in via esclusiva né in quello delle materie concorrenti, e che appartengono alla competenza regionale pressoché esclusiva. Oltretutto l’art. 116 della Costituzione riconosce alle regioni la possibilità di aumentare i loro poteri, il cosiddetto regionalismo differenziato, per il quale in Veneto e in Lombardia sono stati celebrati a favore due referendum consultivi e altrettanto si sono espressi i consigli regionali dell’Emilia Romagna, del Piemonte e della Liguria.
Elezione diretta del presidente della regione e aumento delle competenze, hanno fatto delle regioni un sistema di contropoteri istituzionali e politici forte.
Al contrario, nella cosiddetta Prima Repubblica, è l’opinione di Galli della Loggia, il tessuto connettivo forte della nazione era il sistema di partiti strutturati dal centro alla periferia con una classe dirigente omogenea, autorevole e rappresentativa del corpo elettorale, perciò il conflitto era, o attenuato come nel rapporto con le regioni “rosse”, o inesistente come nel rapporto con le regioni governate dal centrosinistra, mentre nella fase attuale della Seconda o Terza Repubblica l’assenza di partiti connettivi della società ha favorito l’emergere di leadership locali che trattano con il centro e con i rispettivi partiti di appartenenza come potenze autonome che possono prescindere dal partito di appartenenza (si pensi al caso dell’Emilia Romagna dove il candidato Presidente non ha voluto accanto a sé neppure il segretario del suo partito), o che addirittura ne umiliano la rappresentanza (si pensi nel Veneto alla Lista del leghista Zaia che ha distrutto elettoralmente quella della Lega).
I leader regionali si configurano come potentati feudali che negoziano con il centro il loro potere. Questa struttura dell’organizzazione del potere porta con sé inevitabilmente i germi della conflittualità, anche in caso di emergenza, ed ha esaltato ed esasperato il fenomeno del localismo.
                                            Partiti senza identità. Corpi intermedi sociali rivendicativi e spaesati
Il tema della debolezza, per non dire dell’evanescenza dei partiti di oggi - ed in genere del mondo sindacale e associativo complessivamente impreparato a fronteggiare la globalizzazione e incline ad assumere atteggiamenti rivendicativi -, della loro incapacità o difficoltà di interpretare i segni tempi e di guardare lungo in una prospettiva che traguardi l’eccezionalità del momento e che dia indicazioni per il dopo (illuminate in questo senso è l’articolo di Romano Prodi su il Messaggero, La battaglia anacronistica dei dipendenti pubblici), è certamente fondato ed è una delle cause della debolezza del sistema politico – istituzionale.
Galli della Loggia in altro articolo (Quando il potere (centrale) è debole, Corsera, 12 dicembre 2020) affronta ma non sviluppa l’esame di un'altra causa della debolezza del sistema della forza del localismo dovuto alla diversa legittimazione delle forme di governo centrale e locale.
La forma di governo regionale è sostanzialmente presidenziale, espressione del voto popolare diretto e munito di una legittimazione forte, a fronte della quale, la forma di governo parlamentare nazionale, imperniata sul voto di fiducia e quindi sulla legittimazione popolare mediata dalle assemblee rappresentative, appare debole e poco rappresentativa dell’effettiva volontà del corpo elettorale.
Eppure il governo parlamentare altrove in Europa (Regno Unito, Germania) conserva autorevolezza e capacità decisionale, pur dovendosi confrontare con la autonomie locali, in virtù di un sistema partitico forte.
Al contrario in Italia la scarsa qualità del sistema dei partiti genera un quadro politico fragile e connotato dall’assenza di una visione per il futuro del paese.
La fragilità e la mancanza di orientamenti comuni di fondo si riverbera sugli equilibri politici, sui loro contenuti, quindi in ultima istanza sull’autorevolezza e capacità decisionale del governo, che la probabile prossima legge elettorale proporzionale andrà ad aggravare.
Alla scarsa autorevolezza del governo espressione dei partiti di oggi va anche aggiunta la storica dipendenza dello Stato, in quanto apparato organizzativo, dalla legittimazione dei partiti. Lo Stato repubblicano ha trovato la sua (ri)legittimazione attraverso i partiti antifascisti e da questi è stato per così dire colonizzato, o meglio, ricolonizzato, dopo il ventennio fascista che aveva inteso identificare il regime nello Stato (De Felice, Lo Stato totalitario, in Storia d’Italia del XX secolo, Vol. 11, Roma 2007, p.10).
Fintanto che i partiti sono riusciti ad essere effettiva cinghia di trasmissione della società nello Stato e sin tanto che la società ha trovato in essi la forma della rappresentanza politica, attraverso classi dirigenti e leader di livello, l‘asse società – Stato – Governo ha retto, benché non vada dimenticato che il patto società – Stato si è per decenni largamente alimentato e retto con l’espansione della spesa pubblica ed è entrato in crisi sia per il venire meno del fattore esterno della Guerra fredda, che ha imposto un quadro politico a schema obbligato: Dc e alleati al governo, PCI all’opposizione, sia per quello interno della rottura dell’equilibrio ceto medio – spesa sociale - partiti rappresentato dalla indisponibilità del primo a continuare a partecipare al patto sobbarcandosi un carico fiscale importante non più compensato da vantaggi e ritorni in termini di servizi e di rendite di posizione.
Il paradosso dell’attuale situazione è che i leader regionali vengono da quel mondo politico, ma sono riusciti a non essere più di quel mondo. Questa trasfigurazione e stata resa possibile dalla loro elezione diretta che li ha resi autonomi, per non dire anche indipendenti, dal mondo politico che li ha originariamente espressi (non è un caso che tutti i presidenti di regione eletti a settembre abbiano avuto liste civiche con il loro nome).
Il sistema politico, ha avvertito il Professor Panebianco sul Corriere della sera del 29 novembre scorso, va evolvendo verso una situazione paradossale, dove in periferia, a causa dell’elezione diretta di sindaci e presidenti si perpetua la contrapposizione bipolare destra – sinistra, mentre al centro la prossima e probabile legge elettorale proporzionale tenderà a sfumare questo schema, favorendo nel tempo il desiderio e la necessità di un centro ora sguarnito tanto sul lato di destra con il dissolversi di Forza Italia, quanto sulla sinistra con il fallimento del PD come partito di centrosinistra.
Tuttavia, quali che siano state e siano le cause della decadenza del sistema politico, il fatto è che, allo stato, abbiamo un sistema delle autonomie con governi resi forti della legittimazione diretta del voto popolare e un governo centrale debole espressione ed emanazione di quella decadenza politica.
                                                                    Un presidente con poteri di governo
La forma istituzionale di governo non è dunque una variabile indipendente del gioco e degli equilibri politici. L’attuale situazione dei rapporti di forza politico – istituzionali, l’emergere prepotente del localismo non controbilanciato ad un’efficiente azione degli apparati statali, richiedono il ripensamento della forma di governo parlamentare della Repubblica ed il passaggio ad un modello di legittimazione diretta del corpo elettorale degli organi di vertice dello Stato, che potrebbe ispirarsi a quello semipresidenziale con Il Presidente della Repubblica eletto a suffragio universale che nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questi, nomina gli altri membri del governo, e che presiede il Consiglio dei ministri.
Seguendo lo schema della Repubblica francese, si avrebbe una forma duale Presidente – Governo, espressione della fiducia del Parlamento, ma in grado di riassumere nella legittimazione diretta del Presidente la forza del significato dell’unità nazionale come appartenenza ad unica comunità.
Nell’attuale quadro ordinamentale il Presidente della Repubblica è garante dell’unita nazionale, rappresenta la nazione, avendo una posizione di terzietà rispetto a tutti i poteri non è direttamente coinvolto nel loro esercizio, ma svolge ugualmente uno ruolo di indirizzo/ammonimento (si pensi alla lettera – indirizzo al Parlamento del Presidente Mattarella sui cosiddetti decreti Sicurezza) e, talvolta, di supplenza e surroga del sistema politico (si ricordi il caso dei cosiddetti “governi del Presidente” di cui il Governo Monti è stato l’esempio più evidente).
Si può osservare che, tuttavia, l’elezione indiretta del Presidente della Repubblica oggi vigente non è di per sé elemento che ne diminuisce il ruolo politico – istituzionale né, attraverso le “esternazioni presidenziali atipiche” (messaggi radiotelevisi, interviste, lettere, discorsi), viene meno la sua possibilità e capacità di mettersi in contatto diretto con il corpo elettorale e con la nazione, svolgendo un ruolo essenziale di raccordo tra popolo e istituzioni, specie in momenti di crisi politica o di sfiducia verso le istituzioni stesse.
La figura e il ruolo del Presidente della Repubblica sono più che mai centrali e determinanti per la definizione degli equilibri politici. Tra i moventi costitutivi dell’attuale Governo vi è stato quello non certo secondario di avere come traguardo l’elezione del Capo dello Stato con una maggioranza non di destra e tuttavia la maggioranza attuale non potrà non coinvolgere anche la destra, se non altro perché controlla il 46% dei grandi elettori presidenziali e perché PD e 5Stelle non sono in grado per varie ragioni di esprimere un’alleanza di prospettiva.
Quel che qui si propone, pur nella consapevolezza che la regola istituzionale non è di per sé in assoluto lo strumento risolutivo dei problemi politici, è un modo diverso di reinterpretare la sovranità popolare che si esercita nei limiti e nelle forme della Costituzione (art. 1) e di riportare lo scettro dell’indirizzo al titolare di questa sovranità che, secondo il dettato e lo spirito dell’art. 49 Cost., sono “Tutti i cittadini”, i quali “hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Dove il titolare dell’indirizzo è il cittadino ed il partito lo strumento, non esaustivo, ma certamente preponderante nell’ambito di una Repubblica parlamentare.
L’esperienza dell’elezione diretta di sindaci e presidenti di regione ha dimostrato che è possibile un governo dualistico: sindaco/presidente – assemblea rappresentativa in grado di dare eguale legittimazione ai due organi: uno che rappresenta l’ente e presiede la giunta, l’altro che rappresenta le diverse posizioni politiche.
Il livello di disunità che ha raggiunto il nostro paese e la cronica contestazione dei poteri locali (forti) verso quello centrale (debole), anche quando ha gli strumenti per esercitare i suoi poteri in via straordinaria (vedi l’attuale emergenza sanitaria), rendono chiaro come è il sistema politico ad essere entrato nel suo complesso in un loop dal quale autonomamente non è in grado di uscire, né un’eventuale futura vittoria del centrodestra a livello nazionale riuscirà ad eliminare i fattori di debolezza e contraddizione interna, né ad eliminare la conflittualità centro – periferia, che forse verrebbe attenuata con le regioni visto che in maggioranza sono governate dal centrodestra.
La crisi di sistema è strutturale e deriva dalla mutazione genetica dei partiti – idee a partiti padronali, o personali, e comunque leaderistici, come la parabola discendente dei 5 Stelle dimostra in modo del tutto evidente: senza un leader forte di riferimento il movimento va in corto circuito, non essendo sufficiente il ricorso al debole armamentario ideologico per costruire una politica e una rappresentanza durevoli nel tempo.
Se mai si arrivasse all’elezione diretta del Capo dello Stato, inevitabilmente si dovrebbe pensare anche ad un contestuale e adeguato sistema di contrappesi attraverso una legge elettorale che consegni un Parlamento e un Governo espressione del voto della maggioranza degli elettori, che bilanci la forza del Presidente.
L’altro contrappeso dovrebbe essere costituito da una radicale profonda riforma dell’apparato burocratico – amministrativo, appesantito da un numero diabolico di adempimenti dovuti a leggi e norme orami costantemente malfatte e confuse.
La riforma della Pubblica amministrazione richiede che alla qualità delle norme si associ la qualità e l’indipendenza dei funzionari, ma richiede anche una classe politica professionalmente preparata che capisca che, fatta la legge, occorre verificarne la sua attuazione e la sua idoneità allo scopo per il quale è stata approvata.
In un Paese come è il nostro, fragile come comunità nazionale, impoverito economicamente dalla crisi e dalla pandemia, con un apparato istituzionale e burocratico deboli, alla ricerca di soluzioni facili, la suggestione di affidarsi un uomo dell Provvidenza, ad un uomo del fare che riduce la democrazia in cambio di sicurezza e rapidità decisionale, potrebbe rivelarsi dannosa se non pericolosa per il nostro sistema delle libertà (la Polonia e l’Ungheria di oggi non sono poi così lontane).
Concludendo questa provocazione, il localismo che disunisce la nazione non si supera con il recupero di poteri dalle regioni verso il centro (sebbene il riparto di competenza attuali necessiti in ogni caso di una sua rivisitazione e razionalizzazione, a meno di non lasciare tutto il peso delle definizione delle competenze alla sola Corte Costituzionale, e quindi all’accettazione di una conflittualità permanente Stato – regioni), ma con il recupero al centro di una diversa espressione della sovranità popolare mediante un Presidente eletto dai cittadini che sia, in quanto garante dell’unità del paese, anche titolare di poteri di governo.
Il tema non è quindi quello di un governo che sia espressione diretta della maggioranza elettorale, ma di una rilegittimazione della Repubblica come progetto dell’unità della nazione.
A 75 anni dalla caduta del Fascismo non sembra troppo presto scrollarsi di dosso la sindrome dell’uomo forte al comando, ma di affrontare laicamente il tema della razionalizzazione del potere e dell’efficacia dell’azione decisionale in regime democratico.


Alberto Fossati

 

Gli Auguri di Natale Mario Mauri

Auguri agli amici del Circolo Marcora.          Milano 7 dicembre 2020

Quest'anno il Buon Natale è ovviamente accompagnato dalla speranza di venir fuori presto da questa storia della epidemia che, tuttavia,
insieme ai tanti danni che ci ha procurato, ha anche avuto - per noi ottanta/novantenni - una specie di effetto "ringiovanente", nel senso
che ci ha fatto fare una esperienza nuova rispetto al frequente ritornello "le abbiamo viste tutte". Questa è stata una novità che abbiamo condiviso come tale con quelli più giovani di noi.
Indietro negli anni ci hanno riportato quest'anno, anche due solenni anniversari: il cinquantesimo compleanno dello statuto dei lavoratori
e delle Regioni, due riforme che, ognuno di noi nei ruoli diversi di gregari o dirigenti, di elettori o eletti e comunque di partecipanti a
complessi e infuocati dibattiti, abbiamo costruito nel paese.

Dello Statuto, noi che facevamo parte della sinistra democristiana, possiamo dire con soddisfazione che è diventato una bandiera di tutta
la sinistra (i comunisti non lo votarono in Parlamento, noi sì); delle Regioni dobbiamo dire che le volevamo come riforma in senso
autonomistico dello Stato e le abbiamo avute come articolazione periferica dello Stato centralista. Una riforma a metà, una mezza delusione.

Segnalo in proposito un bel libro nuovo del leader autonomista di quegli anni. Piero Bassetti, "Oltre lo specchio di Alice" editore Guerini e associati.
Infine il ricordo di una nostra intelligente, colta e simpatica amica dei tempi dello "Stato democratico": Lidia Menapace, che ci lasciato
qualche giorno fa. Negli anni 60 del secolo scorso veniva nella sede di via Cosimo del Fante a portarci i suoi articoli per la rivista. Ricordo in
particolare una serie di interventi sul vocabolario della politica che farò di tutto riproporre agli amici in qualche modo: ci portava per
mano a scoprire come la cultura cattolica avesse una casa politica nel campo della difesa e della promozione degli ideali di democrazia e di
libertà al di là di ogni polveroso dogmatismo.


Auguri e a presto


Mario Mauri

Lidia Menapace ricordata da Margherita Zucchi

7.12.2020. Lidia Menapace è morta…. Rosso Malpelo e le novelle di Giovanni Verga, anno accademico 1966/67, noi studentesse in Università Cattolica a Milano portavamo il grembiule nero e la nostra professoressa di lingua italiana ci spiegava l’uso del linguaggio nel verismo, gli elementi di rottura con le correnti letterarie precedenti... Erano così belle le sue lezioni, che si poteva lasciare a terra il peso dello studio e librarsi con le ali del puro piacere dell’ascolto e della lettura, attraverso una chiave d’accesso di rara evidenza e spirito critico.


“Una donna minuta, ironica per vocazione e anticonformista nel profondo, nella vita pubblica e in quella privata, nelle idee e nello stile di vita. Una femminista che amava il movimento delle donne, cocciutamente intransigente nell’uso del linguaggio, capace di spiegare con semplicità e grande cultura quanto danno potesse fare l’uso sbagliato delle parole, specialmente nelle questioni di genere.” (da Il Manifesto del 03.12.2020) All’ Università c’era sempre una gran folla alle sue lezioni tenute nell’aula ad emiciclo, tra le più spaziose della Cattolica: erano lezioni interessanti, avvincenti, chiare e dirette, potremmo dire: senza peli sulla lingua! Stava maturando la rivolta studentesca della primavera del ’68 e lei ne fu protagonista insieme con gli studenti…. Non dimentichiamo che in Italia il vero atto di nascita del movimento di protesta avvenne a Milano il 17 novembre 1967 nell’ateneo fondato da padre Gemelli: un’occupazione senza precedenti, dopo la quale fu espulso Mario Capanna quale organizzatore.
Ai tempi dell’Università non si studiava la Resistenza, per lo meno non era nel piano di studi, qualche rara tesi di laurea con il prof. Gianfranco Bianchi, solo ne sentivo vagamente dire qualcosa in casa, si parlava soprattutto della guerra, del terrore… mia madre era stata messa al muro dai tedeschi durante un rastrellamento… terrorizzata dagli spari, non sopportava più neppure i tuoni dei temporali: - Speriamo che voi giovani non dobbiate mai vedere la guerra, mai vivere nel terrore! - e questa era la conclusione: -
Parliamo d’altro!-, solo che i miei nonni nel 1941 avevano dovuto lasciare precipitosamente l’Algeria perché, in quanto Italiani, erano considerati nemici della Francia, avendo l’Italia fascista dichiarato guerra alla Francia. E in terra d’Africa avevano abbandonato ciò che si erano guadagnati da emigranti, col sudore della fronte… difficile per loro parlare d’altro.
Lei invece, Lidia Brisca, la guerra l’aveva fatta davvero, giovanissima, e ne era stata talmente segnata che, quando a 90 anni veniva intervistata e le chiedevano quale definizione avrebbe dato di sé stessa, rispondeva: - Partigiana! -.
Sì, era la staffetta “Bruna” della formazione Remo Rabellotti di Novara, parte del Raggruppamento Divisioni Patrioti Alfredo Di Dio, e si muoveva tra la città natale e la Val d’Ossola; era giovanissima e si distingueva per la sua attività instancabile, in anni vissuti sotto i bombardamenti, aveva accettato di fare la staffetta in bicicletta pur con il terrore di poter incontrare i nazisti o i fascisti lungo la strada. I messaggi viaggiavano sulle sue gambe e nella sua testa: niente messaggi scritti, tutto doveva essere memorizzato e trasmesso a
voce per evitare che durante i controlli ai posti di blocco venisse scoperta.
“Don Gek [Don Girolamo Giacomini] seguiva quello che facevo, spesso forse non condividendo le mie scelte, ma senza pregiudizi. Proprio la profondità delle sue convinzioni gli consentiva una estrema libertà di approccio con le persone.
È importante riuscire a fare memoria di persone come don Giacomini. Abbiamo paura della perdita della memoria sul piano personale, molto meno sul piano collettivo. Non ci si preoccupa se un popolo perde la memoria, se non è più in grado di rifarsi ad esperienze passate per poter affrontare il presente e progettare il futuro (scuole, partiti e chiese sono diventati muti). Si vive in una eterna infanzia, senza mai pervenire all'età adulta... Quando don Gek accettò di farmi entrare in contatto con la resistenza organizzata, dichiarai che non avrei portato armi (la resistenza è stata un movimento armato non militare, e c'era grande libertà anche nel fare obiezione di coscienza all'uso delle armi). Ero favorevole ai sabotaggi e allora trasportavo l'esplosivo, ero favorevole alla formazione di una coscienza antifascista e allora distribuivo la stampa clandestina...” (dalla relazione di Lidia Menapace Verbania Pallanza, 17 aprile 1999, in “Leggere la  Resistenza, dalle formazioni autonome alla cittadinanza consapevole”, di prossima pubblicazione info@museopartigiano.it ).
Nonostante l’obiezione di coscienza all’uso delle armi, Lidia venne congedata come sottotenente con il riconoscimento di “partigiano combattente”, al maschile ovviamente, da qui il suo rifiuto e il suo antimilitarismo, pur essendo la prima a sostenere che le donne nella Resistenza non furono solo staffette come lei, rimasta “partigiana” per tutta la vita. Con quel titolo rifiutò anche il compenso monetario: "non ho fatto la guerra come militare e ciò che ho fatto non è monetizzabile". Tuttavia “Se non ci fossero state le donne non ci sarebbe stata la Resistenza, punto e basta”, ricordava Lidia Menapace nel capitolo dedicato a lei del libro di Gad Lerner e Laura Gnocchi “Noi partigiani”
(Feltrinelli2020).
Si laureò all’Università Cattolica del Sacro Cuore a 21 anni con il massimo dei voti e dopo la guerra si impegnò nella FUCI. Nel 1964, candidata con la DC, venne eletta prima donna nel Consiglio Provinciale di Bolzano, dove si era trasferita dopo il matrimonio con il medico trentino Nene Menapace (morto nel 2004),diventando assessora effettiva per affari sociali e sanità. Nei primi anni Sessanta divenne docente di Lingua italiana e metodica degli studi letterari all’Università Cattolica: l’incarico non le venne rinnovato nel 1968 a causa della pubblicazione del documento “Per una scelta marxista”. Dopo l’uscita in quello stesso anno dalla Dc, Menapace si avvicinò al Partito Comunista Italiano. Nel 1969 fu tra i fondatori del primo nucleo del manifesto, sul quale avrebbe scritto fino alla metà degli anni Ottanta. Nel 1973 fu tra le promotrici del movimento Cristiani per il Socialismo. Dal 2006 al 2008 fu senatrice di Rifondazione comunista.
«Scompare con Lidia Brisca Menapace una figura particolarmente intensa di intellettuale e dirigente politica espressione del dibattito autentico che ha attraversato il Novecento.
Staffetta partigiana in Val d’Ossola, brillante laureata presso l’Università Cattolica di Milano, dove sarà lettore di lingua italiana, dirigente della Democrazia Cristiana e vice presidente della Provincia di Bolzano, animatrice del movimento delle donne, tra i fondatori del Manifesto e, infine, senatore per Rifondazione comunista nella XV legislatura repubblicana, Lidia Menapace è stata fortemente impegnata sui temi della pace, con la Convenzione permanente delle donne contro tutte le guerre.
I valori che ha coltivato e ricercato nella sua vita – antifascismo, libertà, democrazia, pace, uguaglianza –
sono quelli fatti propri dalla Costituzione italiana e costituiscono un insegnamento per le giovani generazioni». (Sergio Mattarella Presidente della Repubblica).
“Dobbiamo uscire da questo virus e fare ripartire la politica”, aveva detto in un’intervista a Repubblica alla vigilia del 25 aprile. “Immagino a gruppi di persone che pensino a cambiare le cose dentro un grande movimento di cambiamento. Una vita politica in cui ciascuno vede cose che non funzionano e si impegni per trasformarle, in cui le cose sbagliate siano raddrizzate. Non però creando frammentazioni e tanti piccoli
partiti. Direi: dopo l'epidemia, ricominciamo dalla politica”. Io aggiungerei la politica quella vera, capace di distaccarsi dai battibecchi elettorali e di affrontare i problemi, alcuni dei quali non ancora risolti dopo 75 anni dalla Liberazione nazionale. Senza dimenticare che per perdere la guerra vincendola, fu necessario percorrere una via unitaria di condivisione, senza rinunciare al “dibattito autentico” , ma con la volontà comune di arrivare alla sintesi che è la Costituzione italiana.


MARGHERITA ZUCCHI
per il RAGGRUPPAMENTO DIVISIONI PATRIOTI “ALFREDO DI DIO” BUSTO ARSIZIO
con sezione MUSEO DELLA RESISTENZA “ALFREDO DI DIO” ORNAVASSO

VIRGINIO ALBE'

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Li chiamavano ‘comunistelli di sacrestia’. Erano giovani democristiani della corrente
più a sinistra della Democrazia Cristiana, ‘La Base’, e il loro referente sul territorio
era il senatore Giovanni Marcora. Virginio Albè, classe 1929, scomparso il 26
settembre era un basista ed è stato per tanti anni segretario della Sezione Bollini
della Dc di Legnano.

I funerali si sono svolti nella chiesa dei Santi Martiri il 29
settembre.

Albè, oltre all’impegno nella Dc, ed esponente di rilievo della Base
legnanese, era stato a lungo nel Comitato Comunale dello “scudocrociato” e
componente del CdA di Amga per 5 anni dal 1975 all'80.

Gianni Mainini

Mario Mauri: riflessioni su Statuto dei lavoratori

Ci sono stati in particolare due anniversari che, penso, ci hanno sollecitato alla rievocazione di fatti ai quali abbiamo partecipato, a suo tempo, con entusiasmo e baldanza.


Si tratta dello Statuto dei lavoratori, che divenne legge nel 1970, e della elezione della prima giunta regionale lombarda, presieduta da Piero Bassetti, nel luglio dello stesso anno.


Mi sembra che le due ricorrenze siano passate in tono minore e me ne sono chiesto il perché.


Per quanto riguarda lo Statuto dei lavoratori, incluso il fatidico articolo18, la celebrazione era un impegno della sinistra che ne ha fatto una bandiera di lotte politiche e di battaglie del mondo del lavoro.

Senonché a mettere un po' la sordina agli entusiasmi celebrativi è stato il ricordo che lo statuto dei lavoratori non fu affatto votato dalle sinistre: comunisti e socialproletari si astennero perché lo statuto dei lavoratori fu un prodotto del governo di centro sinistra presieduto dal democristiano Mariano Rumor, ministro del Lavoro, il democristiano Carlo Donat Cattin, sottosegretario al Lavoro il democristiano Leandro Rampa che fu tra l'altro l'estensore materiale dell'emendamento passato alla storia come articolo 18 sul reintegro nei posti di lavoro dei lavoratori licenziati illegittimamente.


Di questi personaggi naturalmente nessuno ha parlato.

Frequenti invece le citazioni di Brodolini, ministro del Lavoro socialista che mancò purtroppo in largo anticipo rispetto al varo parlamentare dello Statuto; frequenti le citazioni di un discorso dello storico segretario generale della CGIL, Di Vittorio, che rivendicava l'obiettivo dello Statuto negli anni '50, ma omettendo che il valoroso sindacalista nel 1970 era già morto da circa quindici anni nella solitudine politica in cui lo aveva relegato il congresso comunista che condannò il suo rifiuto di condannare la rivoluzione ungherese del 1956.
Ho visto citato giustamente tra i sostenitori dello Statuto il socialista Gino Giugni, presidente di una commissione parlamentare e una sua polemica in proposito con Donat Cattin.

Il problema era che il ministro era cresciuto alla dura scuola del sindacalismo FIAT mentre Giugni veniva da seminari di studio negli Stati Uniti sull'associazionismo tra i lavoratori.


Morale: il 50° ha fatto giustizia di tanti luoghi comuni sui rapporti tra sinistra e reali interessi del mondo del lavoro. Ma qualcosa diremo anche sulla celebrazione del compleanno della Regione.

 

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