Centro Studi Marcora

Veltroni-Corriere sul caso Moro. Accuse gravi senza prove

 

9 Aprile 2021

Da oltre un anno il Corriere della sera riserva al caso Moro paginate su paginate con interviste che
portano la firma di Walter Veltroni. Nell’ultima della lunga serie, a Gennaro Acquaviva, capo della
segreteria politica di Craxi, ci è toccato di leggere che il leder socialista sarebbe stato “il sostituto-
prosecutore dell’opera di Moro”. Ogni commento è superfluo. Ma ciò che più sorprende è che
Veltroni, non un cronista qualsiasi, senza battere ciglio, persista nel veicolare la tesi dei socialisti
del tempo (Formica, Signorile, Martelli, Acquaviva): Moro poteva essere salvato, ma tutti, senza
eccezioni, lo volevano morto, perché tutti, si insiste, ai vertici della Dc e dello Stato sapevano che
fosse agibile un canale diretto con i terroristi che tenevano in ostaggio il leader Dc.
Non nascondo il mio disappunto non solo per il semplicismo e l’univocità della tesi, ma anche
perché nessuno ad essa reagisce come si conviene. Eppure ancora vivono alcuni testimoni e persino
attori-protagonisti di quella pagina drammatica. Davvero tutto era così chiaro e così semplice? Una
tale teoria non è infamante – faccio solo qualche nome – per Zaccagnini, Salvi, Galloni, Elia e molti
altri dirigenti Dc di quel tempo che non possono più replicare?
Personalmente non ho motivo per intestarmi difese d’ufficio. Al tempo del sequestro Moro ero
giovane e non facevo politica, ma partecipai con grande intensità emotiva a quel dramma: lavoravo
al fianco di Giuseppe Lazzati, costituente, rettore della Cattolica, sincero amico ed estimatore di
Moro, che tuttavia mai nutrì dubbi sulla linea della fermezza. Pur con una indicibile sofferenza. Ma
il punto non è questo. Si può pensarla diversamente. L’importante è non mistificare i fatti.
Voglio essere franco: mi hanno turbato e disturbato le interviste del Corriere ai socialisti che, in
forme più o meno aperte, hanno sostenuto che i vertici politici e istituzionali tutti – notare: targati
Dc –  fossero a conoscenza della possibilità di raggiungere i brigatisti che tenevano in ostaggio
Moro, solo che non vollero spendersi davvero per la sua liberazione. Scusate se è accusa da poco!
Una versione della quale non c’è prova. Semmai smentita da vari testimoni.
Tantomeno ho apprezzato che a mettere la firma in calce a quella inchiesta sia non un giornalista
qualsiasi, ma una persona come Veltroni che ha avuto alte responsabilità politico-istituzionali. La
domanda suscitata in me da quelle paginate è quale mai sia l’intento di Veltroni in quella che
sembra una campagna a tesi. Davvero non mi spiego. Forse quello di prendere le distanze dal
vecchio Pci e dalla sua linea della fermezza, nel solco dell’outing  veltroniano secondo il quale lui
non sarebbe mai stato comunista? Salvo poi (“ma anche”) proporsi come apologeta e “ragazzo” di
Berlinguer.

Non sarò io a negare le tante, troppe pagine oscure di quella tragedia nazionale. In particolare le
ombre rappresentate dall’inquinamento piduista del Viminale, le inefficienze e le omissioni degli
apparati di sicurezza. Anche io faccio fatica a credere che non vi siano stati condizionamenti e
interferenze esterne alle Br. Né compete a me, che non avevo responsabilità alcuna, difendere i
vertici Dc di allora – Zaccagnini e i suoi più stretti collaboratori – più o meno esplicitamente
accusati di inerzia se non di complicità. Ma trovo l’operazione grossolana, semplicistica (come se la
liberazione di Moro fosse cosa facile) e persino infamante per chi si assunse la grave responsabilità
di non scendere a patti con i terroristi. In nome di un’etica della responsabilità in capo a uomini
dello Stato che, noto, con il senno di poi e con una certa leggerezza, si tende a rappresentare come
un alibi pretestuoso e bugiardo.
A distanza di tanti anni e alla luce di ciò che è affiorato poi, si può anche rivedere qualche giudizio,

si deve di sicuro sostenere che non lo Stato come tale, ma quel concreto Stato e chi lo rappresentava
pro tempore, rivelatisi così inadeguati, per trasparenza ed efficacia, non furono all’altezza del loro
compito e anche a pensare che forse l’esito avrebbe potuto essere diverso (anche se molti elementi
conducono a ritenere che quello intessuto dai rapitori fosse un finto negoziato e che dunque il
tragico epilogo fosse scritto). Ma da qui a concludere che tutti sapevano e tutti non vollero liberare
Moro ne corre.
Guido Bodrato, persona limpida e allora stretto collaboratore di Zaccagnini, ha chiarito sul punto
cruciale: del canale aperto con i rapitori rappresentato da Piperno e Pace non è vero che i vertici Dc
fossero  a conoscenza. Comunque non Zaccagnini e i suoi collaboratori. Lo erano esponenti
socialisti che oggi lo rivendicano come un merito e si spingono sino a imputare ad altri la colpa di
non essersene avvalsi. Per parte mia, all’opposto, non giudico affatto come un merito l’avere
intrattenuto relazioni tanto pericolose con soggetti immersi nell’acquario torbido nel quale
nuotavano i pesci del terrorismo. Costoro avrebbero dovuto cooperare allora, con trasparenza e
senza secondi fini, con le autorità per stanare i rapitori e non muovere ora ad altri accuse tanto
infamanti quanto indimostrate.
Tali comportamenti al limite della provocazione semmai mi confermano in una convinzione: che, a
fronte di chi – ve ne furono allora e ve ne sono oggi – sosteneva con limpida coscienza la linea della
trattativa (salvo una massima indeterminatezza circa le concrete concessioni cui accedere), vi
fossero altri che erano mossi da ragioni politiche non altrettanto innocenti. Diciamo non di natura
umanitaria. Per parte mia, non ho cambiato idea (ma, ripeto, si può avere opinione diversa): penso
che, allora, in concreto, non si dessero alternative alla linea della fermezza e che un cedimento
avrebbe travolto le istituzioni. Oltre che le due forze, Dc e Pci, architrave del sistema politico. Per
essere più schietto: le pesanti accuse e il polverone sollevato a tanta distanza di tempo dai vari
Formica e Signorile semmai mi confermano nell’opinione che al conclamato umanitarismo nel Psi,
dentro quella distretta, si associasse un calcolo politico mirato a profittarne per mettere in scacco i
due principali partiti schierati sulla linea della fermezza. In coerenza con la strategia craxiana decisa
a farsi largo con ogni mezzo tra Dc e Pci, rovesciando i rapporti di forza a sinistra. La circostanza
che siano trascorsi tanti anni non è una buona ragione perché ex politici e improvvisati giornalisti –
e chi malamente fa entrambe le parti in commedia – trattino una materia così incandescente con tale
disinvoltura.
 
Franco Monaco

Ezio Cartotto, si è spento il 26/3/2021

Carissimi

 

si è spento questa notte a Monza Ezio Cartotto.

 

Classe 1943 , è stato uno dei giovani rampanti del Movimento Giovanile ai tempi delle segreteria provinciale di Marcora negli anni 60 ,assieme ad altri giovani emergenti come Bertoja Mazzotta Frigerio e poi Giorgio La Pira Salvatore Donato Gianni Dincao.Dotato di una cultura filosofica umanistica notevole, capace oratore ed affabulatore ,era una delle promesse della Base.Direttore anche del Popolo Lombardo.

Purtroppo l’esperienza negativa del CIPES (la cooperativa edilizia impiantata con altri amici che ebbe una fine ingloriosa) gli tarpò le ali.

Ma lui rimase sempre legato alla politica, soprattutto in Brianza .Qui incontrò la Fininvest e divenne consulente di Berlusconi collaborando insieme a Dell’Utri alla fondazione di Forza Italia,di cui scrisse parte del programma.

 

Di carattere estroverso e aperto, di cultura umanistica notevole e appassionato cultore di libri e di storia, intellettuale senza molto senso pratico, ha continuato la sua passione ed il suo interesse per la politica e l’impegno sociale scrivendo libri e riviste: tra gli altri Brianza e DC e tra gli ultimi Gli Occhiali di Machiavelli. Ma la sua vivacità si era spenta dopo la perdita della moglie pochi anni fa. Ultimamente malaticcio era un po’ ritornato al primo amore avvicinandosi agli ambienti della ex DC e della Base

per la quale si era infervorato al punto di ipotizzare iniziative importanti.

 

Se ne va una figura un po’ controversa ed eclettica, ma pur sempre un democristiano e un basista.

Lo ricordiamo e lo rimpiangiamo.

 

Gianni Mainini

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PD, MONDO CATTOLICO, LETTA . DI VINCENZO ORTOLINA _ 21 marzo 2021

Le indubbie difficoltà del Pd hanno scatenato le reazioni dei suoi avversari, che hanno parlato a suo riguardo, non pochi con compiacimento, di crisi “definitiva”, di fallimento del relativo progetto, eccetera.
All’interno dello stesso partito, e comunque nell’area ad esso non ostile, si sono levate del resto più voci per dire che bisogna ridefinire l’identità dei “democratici”, ripensare quali debbano essere la sua “anima”, i suoi “valori”, i suoi “ideali”.

Sarà perché da “vecchietto” mi sono dato agli studi teologici, io ho ormai maturato l’opinione che non è bene enfatizzare in maniera eccessiva il “valore” e il ruolo dei partiti, ai quali non è dunque il caso di domandare soluzioni “palingenetiche”. Ci si deve, “accontentare”, ragionevolmente, di meno. Ed è in ragione di ciò che io, che politicamente parlando tengo un poco a definirmi “cattolico-democratico”, sono
rimasto e resto nel Partito democratico, ritenendo che, nonostante i suoi affanni, esso non è affatto morto, e neppure moribondo.

E’ bastata del resto la scelta di Enrico Letta (da me stesso auspicata, nel mio piccolo) a nuovo segretario nazionale per creare qualche preoccupazione nei citati avversari (o comunque antipatizzanti) e suscitare invece nel partito e nei simpatizzanti un pizzico di ottimismo. Tra i critici, da tempo, verso il Pd e i cattolici che lo frequentano, mi pare si possano classificare anche i propugnatori del
“nuovo soggetto politico d’ispirazione cristiana e popolare”, aperto a “credenti e non credenti”.

La nuova formazione politica (battezzata col nome di “Insieme”) che s’ispira all’ormai noto “manifesto” Zamagni, abitualmente presentato, inevitabilmente con un pizzico di compiacimento, come “l’economista del Papa”.
Detti amici (tali restano, per me) sono da tempo piuttosto scettici nei confronti di una formazione politica, il Pd, appunto, nella quale l’amalgama tra “post-comunisti e post-democristiani” non sarebbe riuscito, a loro avviso.


Eppure, rileggendo il citato manifesto, sui “principi” enunciati: “adesione alla Costituzione, al pensiero sociale della Chiesa, alle Dichiarazioni sui Diritti dell’uomo” a me pare che i “catto-piddini” (perdonatemi il termine) non possano non convenire. Il voler, poi, “trasformare la politica e le istituzioni, avviare politiche solidali, impegnarsi per la creazione di nuove relazioni istituzionali, rafforzare le istituzioni europee, puntare alla Pace e al disarmo…”, risulta un obiettivo del tutto condivisibile anche …da questa parte.

Dove sta, allora, il problema? Eviterò, qui, di insistere nel ribadire la mia opinione che definire, oggi, un partito, “cristiano”, o comunque ispirato cristianamente , è un pizzico rischioso, stante il disagio che la chiesa sta vivendo nel registrare certi attacchi a Papa Francesco da parte di ambienti cattolici, diciamo, “integralisti” (quelli che stanno con i Viganó e i Bannon contro Bergoglio, per intenderci). Segnalo soltanto il problema che “Insieme” vuole presentarsi come una sorta di nuova Dc, cioè quale nuovo partito “di centro” (un centro che peraltro starebbe affollandosi non poco).

Al riguardo, l’opinione di quanti, come il sottoscritto, simpatizzano per il Pd da cattolici, è stata ben espressa dall’amico Franco Monaco, il quale scrive che semmai “servono scelte di valore e ricette che sanno di radicalità, non di centro moderato”. E che “… il problema non è quello di una nuova offerta politica, ma della razionalizzazione di un sistema politico già troppo frammentato”.

Il nuovo partito si dichiara anche, e più precisamente, “antagonista alla destra e alternativo alla sinistra”,mettendo così sostanzialmente sullo stesso piano il Pd e la destra di oggi, autoritaria, opportunista (sto pensando all’inopinata “conversione europeista” di Salvini) e rozza. Così facendo, i “nostri” rischiano tra l’altro di contribuire a svuotare i due poli, centrodestra e centrosinistra, dalle loro componenti più
ragionevoli. E poi, ancora, in qualche misura, conseguentemente: la nuova formazione politica punta a un sistema elettorale proporzionale (pur “con le dovute soglie”, certo), con l’obiettivo, dicono, di ridare viva voce e piena rappresentatività a tutti i settori vitali della società (senza far nascere anche “corporativismi” elettorali?). La più parte dei “catto-dem” ritiene invece più funzionale un sistema sostanzialmente
“maggioritario”, pur se, diciamo, …moderato. Alla “Mattarellum”, per intenderci.

Il manifesto Zamagni segnala altresì, giustamente, che il nostro tempo è connotato da fenomeni di portata epocale quali quelli della nuova globalizzazione, della “quarta” rivoluzione industriale, dell’aumento sistematico delle diseguaglianze sociali, degli straordinari flussi migratori, delle questioni ambientali e climatiche. E sostiene con forza la necessità di rafforzare le istituzioni europee e internazionali, ma anche di puntare alla “Pace” e al disarmo. Temi, questi, sui quali un’equidistanza tra la destra -una destra sovranista e che detesta gli immigrati- e la sinistra, è quantomeno discutibile. Nel centrosinistra, invece, la sensibilità su questi temi non è diversa da quella di “Insieme”. Quanto, infine, all’accenno alla più volte citata “dottrina sociale” della chiesa, pare inevitabile segnalare che le espressioni recenti più significative e…attuali di tale dottrina sono le note encicliche di Francesco: “Laudato Sì” e “Fratelli tutti”, cui sarebbe da aggiungere il documento sulla “Fratellanza umana”, firmato insieme dallo stesso Papa e dal grande Imam di Al-Azhar nel 2019 ad Abu Dhabi. Siamo in proposito sicuri che detti documenti piacciano in egual misura a destra e a sinistra? Il documento in argomento segnala infine la forte caduta, anche nel nostro Paese (soprattutto?), dei valori etici, nelle sfere sia del privato sia del pubblico, e considera che “le passioni ideali della solidarietà e della ‘tensione civica’ sono state sostituite dagli egoismi sociali e dall’individualismo libertario”. Un individualismo che, secondo l’opinione prevalente dei cattolici-conservatori, sarebbe prevalso anche, senon soprattutto, “a sinistra”, ai tempi del ’68 in particolare. E che avrebbe via via prodotto guasti anche sul piano “morale”. Attribuire però la caduta dei “valori” ai comunisti o post tali, ai sessantottini, ai radical-chic di sinistra, e compagnia cantante, fa sorridere, suvvia. Fermo restando, infatti, che la “secolarizzazione” (non tutta, certo, da buttare, anzi!) ha via via portato, in presenza di una chiesa non debitamente preparata, sul tema, a ridefinire “diritti” (penso al divorzio e all’aborto…) fenomeni sino a prima considerati deprecabili, la risposta è che a produrre l’individualismo esasperato, l’egoismo, l’edonismo, il consumismo che deprechiamo, eccetera, ha contribuito in modo determinante la “cultura”(?) imposta in particolaredalle tv “liberalizzate”, quelle di Silvio in primis. E anche un certo modo di gestire il sistema capitalistico, idisordini e gli squilibri del predominio incontrollato della finanza sull’economia reale, eccetera, eccetera.

Per chiudere, io sono allora tra quanti ritengono che oggi, in Italia, la collocazione più “naturale” per i “cattolici democratici” sia in un partito di ”centrosinistra”. Dico centrosinistra, non “centro-sinistra”, immaginando che ci capiamo, in proposito. Un partito che sia capace di contribuire a “ricomporre” l’area più complessiva del centrosinistra e della sinistra non massimalista, i cui valori non possono che essere
sostanzialmente alternativi a quelli del centrodestra, e che come tali sono riconoscibili nella lotta alle diseguaglianze, alla povertà, alla lotta per la giustizia, per la libertà e la dignità delle persone, immigrati compresi, per la sussidiarietà, per il lavoro, per il welfare. Temi, guarda caso, in buona parte elencati nello stesso manifesto di “Insieme”.

E ben venga, a questo punto, l’Enrico Letta quale “nuovo segretario” del PD, la cui nomina ha creato subito qualche preoccupazione nei partiti della destra (e il cui intervento di insediamento è piaciuto poco in taluni ambienti del “nuovo partito di ispirazione cristiana”, dove ci “si aspettava… molto di più”). Un Letta, comunque, che non soltanto punta a costruire un Pd nuovo, o comunque “revisionato”, ma vuole anche (ri)condurlo a vincere... .Un Partito che vuole trovare un suo ruolo persino più rilevante in quanto perno di coalizioni rientranti in un perimetro largo di centrosinistra, come detto. Letta, se non ho capito male, ha anche espresso la sua preferenza, quanto alla legge elettorale, per il “Mattarellum”, magari con qualche ritocco migliorativo. Gradisce, cioè, la legge che spinge appunto alla formazione di coalizioni e incoraggia una competizione giustamente bipolare. In tale coalizione, il M5s “rigenerato” da Conte (un’operazione, questa, in ogni caso utile al Paese), diverrebbe un alleato quasi naturale del Pd, senza affatto offuscarlo giusto grazie alla presenza e al ruolo di Letta. Un “nuovo” centrosinistra, dunque (ricomprendente ovviamente anche LeU), che risulterebbe in grado di contrapporsi con una debita forza (pur se non può essere ovviamente questa la sua sola “mission”) alla destra di Salvini e Meloni, destra che, nonostante il Salvini europeista pro tempore, si ricompatterà inevitabilmente o quasi, in vista delle elezioni, ricuperando assai probabilmente, nella più complessiva coalizione di centrodestra, lo …spompato Berlusconi. Certo, in proposito si tratterà, però, di capire anche quale partita vorranno giocare Renzi e i “centristi” alla Calenda e +Europa. Ma anche, credo, gli amici di “Insieme”.

Vincenzo Dittrich ci ha lasciato

undefinedBuongiorno carissimi,

Mi spiace comunicarvi che il giorno 5 di marzo ci ha lasciato Vincenzo Dittrich.

Avvocato milanese,anche se di origini austriache, classe 1934 , Vincenzo è stato uno dei giovani rampanti della Base e della DC milanese ai tempi gloriosi delle segreterie Marcora e Ferrari , membro della direzione provinciale con Calcaterra,Cartotto,Borruso, Rivolta,Giovenzana,Garavaglia .. ….

Aveva avuto incarichi ,anche data la sua professione ,in vari consigli di amministrazione dopo essere stato nei suoi primi passi in diversi consigli del gruppo ENI.

Si era poi posto in un atteggiamento critico verso la corrente, fino a distaccarsene completamente ( ma anche dalla politica attiva in generale) pur continuando ad intervenire su vari temi sociali alla radio e su riviste specializzate .

Il motivo principale era stato un dissidio al XVII congresso provinciale del 74 quando la Base designò Frigerio come segretario successivo a Camillo Ferrari ,a cui lui era contrario , come scelta alternativa alla sua ; lui non ebbe successo ( ma purtroppo ebbe ragione).

Dal 1978 per un decennio è stato direttore di Radio HInterland, promossa a Binasco dall’allora segretario Pietro Leitner con la collaborazione di Luigi Granelli ,data la sua posizione di direttore del Popolo Lombardo; era stato anche vicepresidente dell’IACP e altre cariche minori.

Ricordo il suo intervento nel maggio 2012 all’Ambrosianeum alla presentazione del libro di Mariachiara Mattesini “La Base ,un laboratorio di idee per la Democrazia Cristiana” quando affermava :” se vogliamo prendere lo spunto per l’avvenire non è più tanto interessante la storiografia delle origini ,ma è più importante capire le ragioni di quello che è accaduto fino alla fine della DC. Avevamo uomini alla guida del partito e del governo: per quali ragioni il partito è crollato ,non ha avuto uno sforzo di difesa e di resistenza?”

Il suo atteggiamento critico si era consolidato, assieme al distacco sempre crescente dalla politica.

Ha continuato a fare il professionista nel suo studio di via Santa Croce ,nel cuore della Milano popolare di S .Eustorgio –Porta ticinese fino alla fine :è un altro amico che ha lasciato il segno nelle vicende della DC e della Base.

Lo ricordiamo con nostalgia.

Gianni Mainini

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DITTRICH

DI MAURO MAURI

La morte di Vincenzo Dittrich rattrista sia perché se ne è andato uno con cui hai condiviso idee e partecipazione poiltica negli anni delle speranze e degli entusiasmi, delle solidarietà e degli scontri, sia perché il ricordo della persona con cui si è vissuto tutto questo è legato, come ci ha ricordato Mainini, più alle delusioni che ai successi delle nostre battaglie politiche. Dittrich, per quel che so, ha avuto una bella vita privata e professionale, ricca di soddisfazioni, era "un bel fioeu", parlava bene, sosteneva con energia le sue idee, anche se la "grinta" polemica si scioglieva spesso in un accattivante sorriso. La sua bravura di uomo di legge lo aveva anche fatto entrare in "giri" interessanti del potere pubblico aziendale (mi ricordo della sua partecipazione a importanti consigli di amministrazione). Eppure a un certo punto se ne andò, non lo trovammo più nei nostri incontri. Maturò individualmente quel distacco dalla politica che di lì a qualche anno sarebbe diventato esperienza subita o scelta da tutto il gruppo della sinistra di cui aveva fatto parte. Un'esperienza di cui gli elettori presero ben presto atto rivolgendo altrove il loro voto. E se vogliamo ricordare Dittrich in modo non convenzionale, omogeneo alla franchezza un po' ruvida dei suoi comportamenti politici che non sempre molti di noi hanno condiviso, pur rispettandoli, ci viene da chiederci: che cosa non ha funzionato nel nostro modo di affrontare i problemi del partito in cui militavamo, della società in cui operavamo, nello Stato in cui facevamo politica se i motivi di divisione hanno finito per prevalere su quelli della unità verso cui, per di più, ci spingevano legami di amicizia personale? E una prima risposta mi sembra venire dal fatto che le responsabilità istituzionali che molti di noi hanno assunto, per tante ragioni di opportunità o di necessità non sono sempre state accompagnate dalla realizzazione dei progetti e degli ideali che ci avevano spinto all'impegno politico. Il momento della concretezza si è rivelato spesso in contraddizione con quello delle scelte ideali. Nei vari ruoli dirigenti o gregari che abbiamo assunto siamo spesso riusciti a gestire bene l'esistente ma non a cambiare le cose nel modo che avevamo progettato. E nello spazio vuoto tra il come eravamo e il come avremmo voluto essere si sono infilate incomprensioni e divisioni. Che ne dici, Vincenzo? Forse è per questo che a un certo punto abbiamo smesso di far cose assieme. Ad ogni modo quel tanto o poco che abbiamo fatto è sufficiente ad avere di te un bellissimo ricordo.

Mario Mauri

 

Emilio Ardo

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Carissimi

Mi dispiace interrompere la speranza di un nuovo anno più sereno di quello trascorso con la notizia della scomparsa proprio all’affacciarsi del 2021 dall’amico Emilio Ardo.

Nato a Legnano il 23 marzo 1944 , Emilio aveva la politica nel sangue. Ha sempre operato con grande alacrità sia nel locale che in tutta la zona nelle file della DC e della Base.

Aderì prontamente alla Base nel periodo ‘ 60-70 dopo aver partecipato ad un convegno di gruppo a Boario insieme a molti giovani emergenti nel periodo ’60 -70 ,quale Patrizia Toia, Mariella Marazzini, Maria Rosaria Rotondi.

Infatti è stato segretario di sezione ,segretario di zona di Legnano, consigliere comunale ed assessore ai Lavori Pubblici nella giunta Potestio.

Tra i promotori del Centro Studi Puecher fondato a Legnano nel 1973 con presidente Pietro Sasinini ex partigiano amico di Marcora per vent’anni punto di riferimento dei cattolici democratici dell ‘Alto Milanese.

Sulla vicende e gli uomini della DC e la Base della zona di Legnano aveva scritto un esauriente memoria pubblicata nel libro La Base nel Milanese.

Personaggio pubblico, è stato anche gran priore della contrada San Magno con cui vinse il Palio per tre edizioni consecutive.

Professionalmente operante nel settore del credito, era stato direttore di varie filiali bancarie di zona (salvo una parentesi nel Trentino) ed aveva terminato la carriera come direttore della BCC di Busto Garolfo e Buguggiate.

Da pensionato amava soggiornare nella casa vicino a Ravenna dove si era anche creato delle nuove amicizie

 

 

Lo ricordo immancabile colla sua testa precocemente grigia ma ben curata , col suo fare amichevole ed il vocione suadente quanto critico alle riunioni del sabato pomeriggio in via Mercato e nelle varie celebrazioni basiste e marcoriane.

Caro Emilio un caro addio.

E’ il momento della Repubblica presidenziale?

                                                                         Bozza del 14 dicembre 2010
                                                                   E’ il momento della Repubblica presidenziale?
                                                          Una proposta “provocatoria” contro la disunità d’Italia
                                                                         Regioni forti, Stato debole
Sul Corriere della Sera dello scorso 11 novembre 2020 Ernesto Galli della Loggia nell’editoriale I localismi frenano le scelte ha messo in evidenza i difetti ed i problemi sollevati dall’attribuzione di vasti poteri alle regioni, particolarmente evidenti nella gestione dell’emergenza sanitaria.
L’Autore imputa alla riforma del Titolo Quinto della Costituzione voluta dal centrosinistra nel 2001 la responsabilità principale. Nell’originaria previsione dell’art. 117 le regioni avevano competenza concorrente con lo Stato per l’assistenza sanitaria e ospedaliera, con la riforma del 2001 la competenza regionale si è estesa a ricomprendere la più vasta e comprensiva tutela della salute.
Va tuttavia ricordato che la riforma del 2001 ha consolidato, più che innovato, sul piano costituzionale, la tendenza alla riunificazione dell’intera materia sanitaria che la legislazione ordinaria aveva già anticipato, consentendo alle regioni di regolare tutti gli aspetti che, direttamente o indirettamente, mirano alla tutela del bene salute (D. Morana, La tutela della salute fra competenze statali e regionali: indirizzi della giurisprudenza costituzionale e nuovi sviluppi normativi, in Osservatorio costituzionale, n. 1/2018, p.2), e, comunque, come ha fatto notare il Prof De Siervo su La Stampa del 17 novembre, il Governo godeva allora e gode oggi di ampie competenze, anche straordinarie, in materia di emergenza sanitaria, secondo l’art. 117, comma 1, lett. q), Cost.
Non va comunque sottaciuto che con la riforma le regioni hanno accresciuto nel complesso i loro poteri, sia in ordine alle materie di disciplina concorrente stato – regione – si pensi, ad esempio, all’urbanistica diventata il più ampio “governo del territorio” – sia in ordine a tutte le materie residue come i servizi sociali che non sono comprese né nell’elenco di quelle su cui lo Stato le esercita in via esclusiva né in quello delle materie concorrenti, e che appartengono alla competenza regionale pressoché esclusiva. Oltretutto l’art. 116 della Costituzione riconosce alle regioni la possibilità di aumentare i loro poteri, il cosiddetto regionalismo differenziato, per il quale in Veneto e in Lombardia sono stati celebrati a favore due referendum consultivi e altrettanto si sono espressi i consigli regionali dell’Emilia Romagna, del Piemonte e della Liguria.
Elezione diretta del presidente della regione e aumento delle competenze, hanno fatto delle regioni un sistema di contropoteri istituzionali e politici forte.
Al contrario, nella cosiddetta Prima Repubblica, è l’opinione di Galli della Loggia, il tessuto connettivo forte della nazione era il sistema di partiti strutturati dal centro alla periferia con una classe dirigente omogenea, autorevole e rappresentativa del corpo elettorale, perciò il conflitto era, o attenuato come nel rapporto con le regioni “rosse”, o inesistente come nel rapporto con le regioni governate dal centrosinistra, mentre nella fase attuale della Seconda o Terza Repubblica l’assenza di partiti connettivi della società ha favorito l’emergere di leadership locali che trattano con il centro e con i rispettivi partiti di appartenenza come potenze autonome che possono prescindere dal partito di appartenenza (si pensi al caso dell’Emilia Romagna dove il candidato Presidente non ha voluto accanto a sé neppure il segretario del suo partito), o che addirittura ne umiliano la rappresentanza (si pensi nel Veneto alla Lista del leghista Zaia che ha distrutto elettoralmente quella della Lega).
I leader regionali si configurano come potentati feudali che negoziano con il centro il loro potere. Questa struttura dell’organizzazione del potere porta con sé inevitabilmente i germi della conflittualità, anche in caso di emergenza, ed ha esaltato ed esasperato il fenomeno del localismo.
                                            Partiti senza identità. Corpi intermedi sociali rivendicativi e spaesati
Il tema della debolezza, per non dire dell’evanescenza dei partiti di oggi - ed in genere del mondo sindacale e associativo complessivamente impreparato a fronteggiare la globalizzazione e incline ad assumere atteggiamenti rivendicativi -, della loro incapacità o difficoltà di interpretare i segni tempi e di guardare lungo in una prospettiva che traguardi l’eccezionalità del momento e che dia indicazioni per il dopo (illuminate in questo senso è l’articolo di Romano Prodi su il Messaggero, La battaglia anacronistica dei dipendenti pubblici), è certamente fondato ed è una delle cause della debolezza del sistema politico – istituzionale.
Galli della Loggia in altro articolo (Quando il potere (centrale) è debole, Corsera, 12 dicembre 2020) affronta ma non sviluppa l’esame di un'altra causa della debolezza del sistema della forza del localismo dovuto alla diversa legittimazione delle forme di governo centrale e locale.
La forma di governo regionale è sostanzialmente presidenziale, espressione del voto popolare diretto e munito di una legittimazione forte, a fronte della quale, la forma di governo parlamentare nazionale, imperniata sul voto di fiducia e quindi sulla legittimazione popolare mediata dalle assemblee rappresentative, appare debole e poco rappresentativa dell’effettiva volontà del corpo elettorale.
Eppure il governo parlamentare altrove in Europa (Regno Unito, Germania) conserva autorevolezza e capacità decisionale, pur dovendosi confrontare con la autonomie locali, in virtù di un sistema partitico forte.
Al contrario in Italia la scarsa qualità del sistema dei partiti genera un quadro politico fragile e connotato dall’assenza di una visione per il futuro del paese.
La fragilità e la mancanza di orientamenti comuni di fondo si riverbera sugli equilibri politici, sui loro contenuti, quindi in ultima istanza sull’autorevolezza e capacità decisionale del governo, che la probabile prossima legge elettorale proporzionale andrà ad aggravare.
Alla scarsa autorevolezza del governo espressione dei partiti di oggi va anche aggiunta la storica dipendenza dello Stato, in quanto apparato organizzativo, dalla legittimazione dei partiti. Lo Stato repubblicano ha trovato la sua (ri)legittimazione attraverso i partiti antifascisti e da questi è stato per così dire colonizzato, o meglio, ricolonizzato, dopo il ventennio fascista che aveva inteso identificare il regime nello Stato (De Felice, Lo Stato totalitario, in Storia d’Italia del XX secolo, Vol. 11, Roma 2007, p.10).
Fintanto che i partiti sono riusciti ad essere effettiva cinghia di trasmissione della società nello Stato e sin tanto che la società ha trovato in essi la forma della rappresentanza politica, attraverso classi dirigenti e leader di livello, l‘asse società – Stato – Governo ha retto, benché non vada dimenticato che il patto società – Stato si è per decenni largamente alimentato e retto con l’espansione della spesa pubblica ed è entrato in crisi sia per il venire meno del fattore esterno della Guerra fredda, che ha imposto un quadro politico a schema obbligato: Dc e alleati al governo, PCI all’opposizione, sia per quello interno della rottura dell’equilibrio ceto medio – spesa sociale - partiti rappresentato dalla indisponibilità del primo a continuare a partecipare al patto sobbarcandosi un carico fiscale importante non più compensato da vantaggi e ritorni in termini di servizi e di rendite di posizione.
Il paradosso dell’attuale situazione è che i leader regionali vengono da quel mondo politico, ma sono riusciti a non essere più di quel mondo. Questa trasfigurazione e stata resa possibile dalla loro elezione diretta che li ha resi autonomi, per non dire anche indipendenti, dal mondo politico che li ha originariamente espressi (non è un caso che tutti i presidenti di regione eletti a settembre abbiano avuto liste civiche con il loro nome).
Il sistema politico, ha avvertito il Professor Panebianco sul Corriere della sera del 29 novembre scorso, va evolvendo verso una situazione paradossale, dove in periferia, a causa dell’elezione diretta di sindaci e presidenti si perpetua la contrapposizione bipolare destra – sinistra, mentre al centro la prossima e probabile legge elettorale proporzionale tenderà a sfumare questo schema, favorendo nel tempo il desiderio e la necessità di un centro ora sguarnito tanto sul lato di destra con il dissolversi di Forza Italia, quanto sulla sinistra con il fallimento del PD come partito di centrosinistra.
Tuttavia, quali che siano state e siano le cause della decadenza del sistema politico, il fatto è che, allo stato, abbiamo un sistema delle autonomie con governi resi forti della legittimazione diretta del voto popolare e un governo centrale debole espressione ed emanazione di quella decadenza politica.
                                                                    Un presidente con poteri di governo
La forma istituzionale di governo non è dunque una variabile indipendente del gioco e degli equilibri politici. L’attuale situazione dei rapporti di forza politico – istituzionali, l’emergere prepotente del localismo non controbilanciato ad un’efficiente azione degli apparati statali, richiedono il ripensamento della forma di governo parlamentare della Repubblica ed il passaggio ad un modello di legittimazione diretta del corpo elettorale degli organi di vertice dello Stato, che potrebbe ispirarsi a quello semipresidenziale con Il Presidente della Repubblica eletto a suffragio universale che nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questi, nomina gli altri membri del governo, e che presiede il Consiglio dei ministri.
Seguendo lo schema della Repubblica francese, si avrebbe una forma duale Presidente – Governo, espressione della fiducia del Parlamento, ma in grado di riassumere nella legittimazione diretta del Presidente la forza del significato dell’unità nazionale come appartenenza ad unica comunità.
Nell’attuale quadro ordinamentale il Presidente della Repubblica è garante dell’unita nazionale, rappresenta la nazione, avendo una posizione di terzietà rispetto a tutti i poteri non è direttamente coinvolto nel loro esercizio, ma svolge ugualmente uno ruolo di indirizzo/ammonimento (si pensi alla lettera – indirizzo al Parlamento del Presidente Mattarella sui cosiddetti decreti Sicurezza) e, talvolta, di supplenza e surroga del sistema politico (si ricordi il caso dei cosiddetti “governi del Presidente” di cui il Governo Monti è stato l’esempio più evidente).
Si può osservare che, tuttavia, l’elezione indiretta del Presidente della Repubblica oggi vigente non è di per sé elemento che ne diminuisce il ruolo politico – istituzionale né, attraverso le “esternazioni presidenziali atipiche” (messaggi radiotelevisi, interviste, lettere, discorsi), viene meno la sua possibilità e capacità di mettersi in contatto diretto con il corpo elettorale e con la nazione, svolgendo un ruolo essenziale di raccordo tra popolo e istituzioni, specie in momenti di crisi politica o di sfiducia verso le istituzioni stesse.
La figura e il ruolo del Presidente della Repubblica sono più che mai centrali e determinanti per la definizione degli equilibri politici. Tra i moventi costitutivi dell’attuale Governo vi è stato quello non certo secondario di avere come traguardo l’elezione del Capo dello Stato con una maggioranza non di destra e tuttavia la maggioranza attuale non potrà non coinvolgere anche la destra, se non altro perché controlla il 46% dei grandi elettori presidenziali e perché PD e 5Stelle non sono in grado per varie ragioni di esprimere un’alleanza di prospettiva.
Quel che qui si propone, pur nella consapevolezza che la regola istituzionale non è di per sé in assoluto lo strumento risolutivo dei problemi politici, è un modo diverso di reinterpretare la sovranità popolare che si esercita nei limiti e nelle forme della Costituzione (art. 1) e di riportare lo scettro dell’indirizzo al titolare di questa sovranità che, secondo il dettato e lo spirito dell’art. 49 Cost., sono “Tutti i cittadini”, i quali “hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Dove il titolare dell’indirizzo è il cittadino ed il partito lo strumento, non esaustivo, ma certamente preponderante nell’ambito di una Repubblica parlamentare.
L’esperienza dell’elezione diretta di sindaci e presidenti di regione ha dimostrato che è possibile un governo dualistico: sindaco/presidente – assemblea rappresentativa in grado di dare eguale legittimazione ai due organi: uno che rappresenta l’ente e presiede la giunta, l’altro che rappresenta le diverse posizioni politiche.
Il livello di disunità che ha raggiunto il nostro paese e la cronica contestazione dei poteri locali (forti) verso quello centrale (debole), anche quando ha gli strumenti per esercitare i suoi poteri in via straordinaria (vedi l’attuale emergenza sanitaria), rendono chiaro come è il sistema politico ad essere entrato nel suo complesso in un loop dal quale autonomamente non è in grado di uscire, né un’eventuale futura vittoria del centrodestra a livello nazionale riuscirà ad eliminare i fattori di debolezza e contraddizione interna, né ad eliminare la conflittualità centro – periferia, che forse verrebbe attenuata con le regioni visto che in maggioranza sono governate dal centrodestra.
La crisi di sistema è strutturale e deriva dalla mutazione genetica dei partiti – idee a partiti padronali, o personali, e comunque leaderistici, come la parabola discendente dei 5 Stelle dimostra in modo del tutto evidente: senza un leader forte di riferimento il movimento va in corto circuito, non essendo sufficiente il ricorso al debole armamentario ideologico per costruire una politica e una rappresentanza durevoli nel tempo.
Se mai si arrivasse all’elezione diretta del Capo dello Stato, inevitabilmente si dovrebbe pensare anche ad un contestuale e adeguato sistema di contrappesi attraverso una legge elettorale che consegni un Parlamento e un Governo espressione del voto della maggioranza degli elettori, che bilanci la forza del Presidente.
L’altro contrappeso dovrebbe essere costituito da una radicale profonda riforma dell’apparato burocratico – amministrativo, appesantito da un numero diabolico di adempimenti dovuti a leggi e norme orami costantemente malfatte e confuse.
La riforma della Pubblica amministrazione richiede che alla qualità delle norme si associ la qualità e l’indipendenza dei funzionari, ma richiede anche una classe politica professionalmente preparata che capisca che, fatta la legge, occorre verificarne la sua attuazione e la sua idoneità allo scopo per il quale è stata approvata.
In un Paese come è il nostro, fragile come comunità nazionale, impoverito economicamente dalla crisi e dalla pandemia, con un apparato istituzionale e burocratico deboli, alla ricerca di soluzioni facili, la suggestione di affidarsi un uomo dell Provvidenza, ad un uomo del fare che riduce la democrazia in cambio di sicurezza e rapidità decisionale, potrebbe rivelarsi dannosa se non pericolosa per il nostro sistema delle libertà (la Polonia e l’Ungheria di oggi non sono poi così lontane).
Concludendo questa provocazione, il localismo che disunisce la nazione non si supera con il recupero di poteri dalle regioni verso il centro (sebbene il riparto di competenza attuali necessiti in ogni caso di una sua rivisitazione e razionalizzazione, a meno di non lasciare tutto il peso delle definizione delle competenze alla sola Corte Costituzionale, e quindi all’accettazione di una conflittualità permanente Stato – regioni), ma con il recupero al centro di una diversa espressione della sovranità popolare mediante un Presidente eletto dai cittadini che sia, in quanto garante dell’unità del paese, anche titolare di poteri di governo.
Il tema non è quindi quello di un governo che sia espressione diretta della maggioranza elettorale, ma di una rilegittimazione della Repubblica come progetto dell’unità della nazione.
A 75 anni dalla caduta del Fascismo non sembra troppo presto scrollarsi di dosso la sindrome dell’uomo forte al comando, ma di affrontare laicamente il tema della razionalizzazione del potere e dell’efficacia dell’azione decisionale in regime democratico.


Alberto Fossati

 

Gli Auguri di Natale Mario Mauri

Auguri agli amici del Circolo Marcora.          Milano 7 dicembre 2020

Quest'anno il Buon Natale è ovviamente accompagnato dalla speranza di venir fuori presto da questa storia della epidemia che, tuttavia,
insieme ai tanti danni che ci ha procurato, ha anche avuto - per noi ottanta/novantenni - una specie di effetto "ringiovanente", nel senso
che ci ha fatto fare una esperienza nuova rispetto al frequente ritornello "le abbiamo viste tutte". Questa è stata una novità che abbiamo condiviso come tale con quelli più giovani di noi.
Indietro negli anni ci hanno riportato quest'anno, anche due solenni anniversari: il cinquantesimo compleanno dello statuto dei lavoratori
e delle Regioni, due riforme che, ognuno di noi nei ruoli diversi di gregari o dirigenti, di elettori o eletti e comunque di partecipanti a
complessi e infuocati dibattiti, abbiamo costruito nel paese.

Dello Statuto, noi che facevamo parte della sinistra democristiana, possiamo dire con soddisfazione che è diventato una bandiera di tutta
la sinistra (i comunisti non lo votarono in Parlamento, noi sì); delle Regioni dobbiamo dire che le volevamo come riforma in senso
autonomistico dello Stato e le abbiamo avute come articolazione periferica dello Stato centralista. Una riforma a metà, una mezza delusione.

Segnalo in proposito un bel libro nuovo del leader autonomista di quegli anni. Piero Bassetti, "Oltre lo specchio di Alice" editore Guerini e associati.
Infine il ricordo di una nostra intelligente, colta e simpatica amica dei tempi dello "Stato democratico": Lidia Menapace, che ci lasciato
qualche giorno fa. Negli anni 60 del secolo scorso veniva nella sede di via Cosimo del Fante a portarci i suoi articoli per la rivista. Ricordo in
particolare una serie di interventi sul vocabolario della politica che farò di tutto riproporre agli amici in qualche modo: ci portava per
mano a scoprire come la cultura cattolica avesse una casa politica nel campo della difesa e della promozione degli ideali di democrazia e di
libertà al di là di ogni polveroso dogmatismo.


Auguri e a presto


Mario Mauri

Lidia Menapace ricordata da Margherita Zucchi

7.12.2020. Lidia Menapace è morta…. Rosso Malpelo e le novelle di Giovanni Verga, anno accademico 1966/67, noi studentesse in Università Cattolica a Milano portavamo il grembiule nero e la nostra professoressa di lingua italiana ci spiegava l’uso del linguaggio nel verismo, gli elementi di rottura con le correnti letterarie precedenti... Erano così belle le sue lezioni, che si poteva lasciare a terra il peso dello studio e librarsi con le ali del puro piacere dell’ascolto e della lettura, attraverso una chiave d’accesso di rara evidenza e spirito critico.


“Una donna minuta, ironica per vocazione e anticonformista nel profondo, nella vita pubblica e in quella privata, nelle idee e nello stile di vita. Una femminista che amava il movimento delle donne, cocciutamente intransigente nell’uso del linguaggio, capace di spiegare con semplicità e grande cultura quanto danno potesse fare l’uso sbagliato delle parole, specialmente nelle questioni di genere.” (da Il Manifesto del 03.12.2020) All’ Università c’era sempre una gran folla alle sue lezioni tenute nell’aula ad emiciclo, tra le più spaziose della Cattolica: erano lezioni interessanti, avvincenti, chiare e dirette, potremmo dire: senza peli sulla lingua! Stava maturando la rivolta studentesca della primavera del ’68 e lei ne fu protagonista insieme con gli studenti…. Non dimentichiamo che in Italia il vero atto di nascita del movimento di protesta avvenne a Milano il 17 novembre 1967 nell’ateneo fondato da padre Gemelli: un’occupazione senza precedenti, dopo la quale fu espulso Mario Capanna quale organizzatore.
Ai tempi dell’Università non si studiava la Resistenza, per lo meno non era nel piano di studi, qualche rara tesi di laurea con il prof. Gianfranco Bianchi, solo ne sentivo vagamente dire qualcosa in casa, si parlava soprattutto della guerra, del terrore… mia madre era stata messa al muro dai tedeschi durante un rastrellamento… terrorizzata dagli spari, non sopportava più neppure i tuoni dei temporali: - Speriamo che voi giovani non dobbiate mai vedere la guerra, mai vivere nel terrore! - e questa era la conclusione: -
Parliamo d’altro!-, solo che i miei nonni nel 1941 avevano dovuto lasciare precipitosamente l’Algeria perché, in quanto Italiani, erano considerati nemici della Francia, avendo l’Italia fascista dichiarato guerra alla Francia. E in terra d’Africa avevano abbandonato ciò che si erano guadagnati da emigranti, col sudore della fronte… difficile per loro parlare d’altro.
Lei invece, Lidia Brisca, la guerra l’aveva fatta davvero, giovanissima, e ne era stata talmente segnata che, quando a 90 anni veniva intervistata e le chiedevano quale definizione avrebbe dato di sé stessa, rispondeva: - Partigiana! -.
Sì, era la staffetta “Bruna” della formazione Remo Rabellotti di Novara, parte del Raggruppamento Divisioni Patrioti Alfredo Di Dio, e si muoveva tra la città natale e la Val d’Ossola; era giovanissima e si distingueva per la sua attività instancabile, in anni vissuti sotto i bombardamenti, aveva accettato di fare la staffetta in bicicletta pur con il terrore di poter incontrare i nazisti o i fascisti lungo la strada. I messaggi viaggiavano sulle sue gambe e nella sua testa: niente messaggi scritti, tutto doveva essere memorizzato e trasmesso a
voce per evitare che durante i controlli ai posti di blocco venisse scoperta.
“Don Gek [Don Girolamo Giacomini] seguiva quello che facevo, spesso forse non condividendo le mie scelte, ma senza pregiudizi. Proprio la profondità delle sue convinzioni gli consentiva una estrema libertà di approccio con le persone.
È importante riuscire a fare memoria di persone come don Giacomini. Abbiamo paura della perdita della memoria sul piano personale, molto meno sul piano collettivo. Non ci si preoccupa se un popolo perde la memoria, se non è più in grado di rifarsi ad esperienze passate per poter affrontare il presente e progettare il futuro (scuole, partiti e chiese sono diventati muti). Si vive in una eterna infanzia, senza mai pervenire all'età adulta... Quando don Gek accettò di farmi entrare in contatto con la resistenza organizzata, dichiarai che non avrei portato armi (la resistenza è stata un movimento armato non militare, e c'era grande libertà anche nel fare obiezione di coscienza all'uso delle armi). Ero favorevole ai sabotaggi e allora trasportavo l'esplosivo, ero favorevole alla formazione di una coscienza antifascista e allora distribuivo la stampa clandestina...” (dalla relazione di Lidia Menapace Verbania Pallanza, 17 aprile 1999, in “Leggere la  Resistenza, dalle formazioni autonome alla cittadinanza consapevole”, di prossima pubblicazione info@museopartigiano.it ).
Nonostante l’obiezione di coscienza all’uso delle armi, Lidia venne congedata come sottotenente con il riconoscimento di “partigiano combattente”, al maschile ovviamente, da qui il suo rifiuto e il suo antimilitarismo, pur essendo la prima a sostenere che le donne nella Resistenza non furono solo staffette come lei, rimasta “partigiana” per tutta la vita. Con quel titolo rifiutò anche il compenso monetario: "non ho fatto la guerra come militare e ciò che ho fatto non è monetizzabile". Tuttavia “Se non ci fossero state le donne non ci sarebbe stata la Resistenza, punto e basta”, ricordava Lidia Menapace nel capitolo dedicato a lei del libro di Gad Lerner e Laura Gnocchi “Noi partigiani”
(Feltrinelli2020).
Si laureò all’Università Cattolica del Sacro Cuore a 21 anni con il massimo dei voti e dopo la guerra si impegnò nella FUCI. Nel 1964, candidata con la DC, venne eletta prima donna nel Consiglio Provinciale di Bolzano, dove si era trasferita dopo il matrimonio con il medico trentino Nene Menapace (morto nel 2004),diventando assessora effettiva per affari sociali e sanità. Nei primi anni Sessanta divenne docente di Lingua italiana e metodica degli studi letterari all’Università Cattolica: l’incarico non le venne rinnovato nel 1968 a causa della pubblicazione del documento “Per una scelta marxista”. Dopo l’uscita in quello stesso anno dalla Dc, Menapace si avvicinò al Partito Comunista Italiano. Nel 1969 fu tra i fondatori del primo nucleo del manifesto, sul quale avrebbe scritto fino alla metà degli anni Ottanta. Nel 1973 fu tra le promotrici del movimento Cristiani per il Socialismo. Dal 2006 al 2008 fu senatrice di Rifondazione comunista.
«Scompare con Lidia Brisca Menapace una figura particolarmente intensa di intellettuale e dirigente politica espressione del dibattito autentico che ha attraversato il Novecento.
Staffetta partigiana in Val d’Ossola, brillante laureata presso l’Università Cattolica di Milano, dove sarà lettore di lingua italiana, dirigente della Democrazia Cristiana e vice presidente della Provincia di Bolzano, animatrice del movimento delle donne, tra i fondatori del Manifesto e, infine, senatore per Rifondazione comunista nella XV legislatura repubblicana, Lidia Menapace è stata fortemente impegnata sui temi della pace, con la Convenzione permanente delle donne contro tutte le guerre.
I valori che ha coltivato e ricercato nella sua vita – antifascismo, libertà, democrazia, pace, uguaglianza –
sono quelli fatti propri dalla Costituzione italiana e costituiscono un insegnamento per le giovani generazioni». (Sergio Mattarella Presidente della Repubblica).
“Dobbiamo uscire da questo virus e fare ripartire la politica”, aveva detto in un’intervista a Repubblica alla vigilia del 25 aprile. “Immagino a gruppi di persone che pensino a cambiare le cose dentro un grande movimento di cambiamento. Una vita politica in cui ciascuno vede cose che non funzionano e si impegni per trasformarle, in cui le cose sbagliate siano raddrizzate. Non però creando frammentazioni e tanti piccoli
partiti. Direi: dopo l'epidemia, ricominciamo dalla politica”. Io aggiungerei la politica quella vera, capace di distaccarsi dai battibecchi elettorali e di affrontare i problemi, alcuni dei quali non ancora risolti dopo 75 anni dalla Liberazione nazionale. Senza dimenticare che per perdere la guerra vincendola, fu necessario percorrere una via unitaria di condivisione, senza rinunciare al “dibattito autentico” , ma con la volontà comune di arrivare alla sintesi che è la Costituzione italiana.


MARGHERITA ZUCCHI
per il RAGGRUPPAMENTO DIVISIONI PATRIOTI “ALFREDO DI DIO” BUSTO ARSIZIO
con sezione MUSEO DELLA RESISTENZA “ALFREDO DI DIO” ORNAVASSO

VIRGINIO ALBE'

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Li chiamavano ‘comunistelli di sacrestia’. Erano giovani democristiani della corrente
più a sinistra della Democrazia Cristiana, ‘La Base’, e il loro referente sul territorio
era il senatore Giovanni Marcora. Virginio Albè, classe 1929, scomparso il 26
settembre era un basista ed è stato per tanti anni segretario della Sezione Bollini
della Dc di Legnano.

I funerali si sono svolti nella chiesa dei Santi Martiri il 29
settembre.

Albè, oltre all’impegno nella Dc, ed esponente di rilievo della Base
legnanese, era stato a lungo nel Comitato Comunale dello “scudocrociato” e
componente del CdA di Amga per 5 anni dal 1975 all'80.

Gianni Mainini

Mario Mauri: riflessioni su Statuto dei lavoratori

Ci sono stati in particolare due anniversari che, penso, ci hanno sollecitato alla rievocazione di fatti ai quali abbiamo partecipato, a suo tempo, con entusiasmo e baldanza.


Si tratta dello Statuto dei lavoratori, che divenne legge nel 1970, e della elezione della prima giunta regionale lombarda, presieduta da Piero Bassetti, nel luglio dello stesso anno.


Mi sembra che le due ricorrenze siano passate in tono minore e me ne sono chiesto il perché.


Per quanto riguarda lo Statuto dei lavoratori, incluso il fatidico articolo18, la celebrazione era un impegno della sinistra che ne ha fatto una bandiera di lotte politiche e di battaglie del mondo del lavoro.

Senonché a mettere un po' la sordina agli entusiasmi celebrativi è stato il ricordo che lo statuto dei lavoratori non fu affatto votato dalle sinistre: comunisti e socialproletari si astennero perché lo statuto dei lavoratori fu un prodotto del governo di centro sinistra presieduto dal democristiano Mariano Rumor, ministro del Lavoro, il democristiano Carlo Donat Cattin, sottosegretario al Lavoro il democristiano Leandro Rampa che fu tra l'altro l'estensore materiale dell'emendamento passato alla storia come articolo 18 sul reintegro nei posti di lavoro dei lavoratori licenziati illegittimamente.


Di questi personaggi naturalmente nessuno ha parlato.

Frequenti invece le citazioni di Brodolini, ministro del Lavoro socialista che mancò purtroppo in largo anticipo rispetto al varo parlamentare dello Statuto; frequenti le citazioni di un discorso dello storico segretario generale della CGIL, Di Vittorio, che rivendicava l'obiettivo dello Statuto negli anni '50, ma omettendo che il valoroso sindacalista nel 1970 era già morto da circa quindici anni nella solitudine politica in cui lo aveva relegato il congresso comunista che condannò il suo rifiuto di condannare la rivoluzione ungherese del 1956.
Ho visto citato giustamente tra i sostenitori dello Statuto il socialista Gino Giugni, presidente di una commissione parlamentare e una sua polemica in proposito con Donat Cattin.

Il problema era che il ministro era cresciuto alla dura scuola del sindacalismo FIAT mentre Giugni veniva da seminari di studio negli Stati Uniti sull'associazionismo tra i lavoratori.


Morale: il 50° ha fatto giustizia di tanti luoghi comuni sui rapporti tra sinistra e reali interessi del mondo del lavoro. Ma qualcosa diremo anche sulla celebrazione del compleanno della Regione.

 

UN NUOVO SOGGETTO POLITICO D’ISPIRAZIONE CRISTIANA E POPOLARE?

Avevo sottoscritto il “Manifesto Zamagni” (che ipotizza la creazione di un “soggetto politico ‘nuovo’ d’ispirazione cristiana e popolare”) un po’ affrettatamente, senza averlo cioè debitamente approfondito. E per questo mi scuso. L’ho “studiato” in questi giorni nella tranquillità della località montana che sto frequentando, leggendo anche le tante, diverse opinioni che sul tema sono state espresse. E sono arrivato alla conclusione (o quasi) che l’idea, oggi, di un “partito cattolico”, pur aperto a credenti e non, non mi convince. Certo, io condivido in partenza una visione personalista dell’economia, della società, e dello Stato -uno Stato in ogni caso radicato nella prospettiva europea, e nel quale la “cosa pubblica” funzioni al meglio-, la piena valorizzazione delle formazioni sociali e dei corpi intermedi (come si conviene a un ben inteso principio di sussidiarietà), la difesa della persona, della sua dignità in tutti gli stadi di vita, e della famiglia. Però ho perplessità non da poco, ribadisco, ad utilizzare oggi, in politica, il termine “cattolico” legato a un partito. Tanto più considerando quanto sta giusto accadendo nel “mondo cattolico” negli ultimi anni. In particolare, dal momento dell’arrivo di papa Francesco. Oggi, lo sappiamo, la Chiesa sta vivendo un momento assai difficile, e Colui che dovrebbe essere il simbolo della sua unità è sotto un attacco fortissimo, anche, o forse soprattutto, all’interno. Vale a dire persino da una pur assolutamente minoritaria parte della gerarchia. Troppo facile, naturalmente, partire dalla vicenda dell’ex nunzio apostolico negli Usa, mons. Carlo Maria Viganò, “nemico” di Bergoglio e “amico” di Donald Trump, il “figlio della luce", cui monsignore ha dedicato la nota “lettera aperta” del 6 giugno, dopo aver sottoscritto, insieme, tra l’altro, a tre cardinali e otto vescovi, un appello contro il “Nuovo ordine mondiale”. Interessante leggere allora anche solo un pezzo di detta lettera: “…da una parte vi sono quanti, pur con mille difetti e debolezze, sono animati dal desiderio di compiere il bene, essere onesti, costituire una famiglia, impegnarsi nel lavoro, dare prosperità alla Patria, soccorrere i bisognosi, nell’obbedienza alla Legge di Dio, il Regno dei cieli. Dall’altra si trovano coloro che servono se stessi, non hanno principi morali, vogliono demolire la famiglia e la Nazione, fomentare le divisioni intestine e le guerre, accumulare il potere e il denaro: per costoro l’illusione fallace di un benessere temporale rivelerà –se non si ravvedono- la tremenda sorte che li aspetta, lontano da Dio, nella dannazione eterna. Nella società, Signor Presidente, convivono queste due realtà contrapposte, eterne nemiche come eternamente nemici sono Dio e Satana”. "Per la prima volta, gli Stati Uniti hanno in Lei un Presidente che difende coraggiosamente il diritto alla vita, che non si vergogna di denunciare le persecuzioni dei cristiani nel mondo, che parla di Gesù Cristo e del diritto dei cittadini alla libertà di culto….”.
Donald santo subito, dunque!
Va segnalato in proposito che l’ex nunzio è noto per essersi scagliato da tempo contro il Concilio Vaticano II, da lui definito come un “focolaio di eresie”, che deve essere lasciato cadere in toto, dimenticato. L’intero Concilio ha da essere cestinato, a suo dire, mentre taluni suoi amici si limitano invece a chiedere, bontà loro, che vangano “corretti” singoli errori di dottrina contenuti nei documenti conciliari.
Ecco, pertanto, il punto: questo papa è sotto attacco perché, ringraziando Iddio, ci sta dando quotidiane lezioni di che cosa significhi essere “cristiani” oggi, nella società “post-moderna”. Si rifà, così, alle definizioni “pastorali”, e non solo, dell’ultimo Concilio, definizioni che hanno provocato anche un ripensamento della concezione intellettualistica, manualistica, “scolastica”, della teologia. Promuovendo così una nuova teologia che, coniugando “trascendenza” e “immanenza”, tenga conto della “storia” e del suo evolversi, pur senza dimenticare affatto, naturalmente, il “fondamento” del cristianesimo stesso. Una teologia, nella debita misura, finalmente anche “antropologica”, pertanto.
Il problema è che questa posizione di Francesco, che finisce con avere inevitabilmente qualche significativo riflesso sulla stessa politica, è invisa non soltanto a Viganò & C., ma anche a consistenti gruppi di cristiano/cattolici conservatori, integralisti, reazionari. Negli Usa, ma non solo. Gruppi che riscuotono infatti simpatie anche altrove, Italia compresa, se non soprattutto. Negli ambienti salviniani in particolare, guarda caso. Così, Francesco è stato ripetutamente fischiato, il 18 maggio dello scorso anno, in piazza Duomo, a Milano, non appena il “devoto” ras della Lega (quello del rosario e del Vangelo sbandierati nei comizi) lo ha nominato. Ma il problema è anche che, da noi, dicono gli esperti, quel partito è tuttora il più votato dai “praticanti” cattolici, quelli che vanno a Messa tutte le domeniche.
Orbene: è evidente che il sottoscritto non vuole avere nulla, ma proprio nulla, a che spartire, sul piano dei valori cristiani da tradurre in politica, con detti ambienti. Perché in politica (nella DC, nel PPI, nella Margherita, nel PD) io mi sono sempre definito “cattolico” sì, ma anche, insieme, “democratico”, non scindendo mai i due termini. Certo, la Dc si definiva partito “di centro”, ma da De Gasperi e da Moro il “centro” non è mai stato considerato come un’idea statica, immobile nella sua fissità, bensì come un’idea in continuo movimento. In realtà, un centro che ha voluto sempre guardare verso le istanze della sinistra. Anche in ragione di ciò, e proprio in conseguenza della mia visione del mondo, della mia concezione antropologica, della mia cultura politica, io mi trovo più a mio agio (pur non senza qualche problema) in un partito dichiaratamente di “centrosinistra”, non di centro. Consapevole e memore che i partiti che ho frequentato sinora nella mia pur lunga esperienza politica hanno contribuito, insieme ad “altri”, alla tenuta democratica del Paese, a provare a realizzare un’economia mista, una società meno crudele di altre sul welfare, un ancoraggio istituzionale fortemente europeo. “Insieme ad altri”, dicevo. Sarà anche in ragione di ciò che, prescindendo dalla questione diciamo tecnica della legge elettorale più opportuna, io non disdegno la prospettiva del “bipolarismo”, oggi. Non parlo, dunque, di “bipartitismo” modello anglosassone, che, di fatto, mortifica la tradizione pluralista. E non mi piacciono neppure leaderismo e presidenzialismo, che deprezzano il pluralismo sociale e istituzionale. Ma considero che, pur consapevoli delle forzature del modello ipermaggioritario, non dobbiamo esorcizzare, come ha ben scritto qualche amico, i problemi e i costi delle stagioni precedenti, nelle quali elementi di consociativismo hanno concorso a propiziare l’impennata del debito pubblico e diffuse pratiche consociative.
Tutto ciò detto, sull’intera questione, avendoci, come detto, riflettuto, sto registrando con una certa simpatia i pensieri sul tema apparsi sulla rivista “Appunti” (organo dell’associazione “Città dell’uomo”, fondata da Giuseppe Lazzati), a firma, rispettivamente, di Franco Monaco e Filippo Pizzolato. Assai perplessi entrambi sul partito cattolico di centro, o come lo si voglia chiamare (ma “meglio pensare a un ambito circolare, più che centrista, capace di raccogliere suggestioni programmatiche utili a tutta la popolazione, senza distinzioni oltre a quelle che derivano dai valori consolidati della civiltà”, ha scritto un aderente all’iniziativa). Di Monaco, il quale ha tra l’altro citato la famosa frase di Martinazzoli per cui “la differenza tra moderazione e moderatismo è uguale alla differenza tra castità e impotenza”, apprezzo in particolare questo pezzo: (….nella situazione data) …“occorrono scelte di valore e ricette che sanno di radicalità, non di centro moderato". Chi ha provato nel passato a interpretare il centro moderato non ha brillato per qualità, quantità e persino durata. Il profondo disagio materiale e spirituale che affligge la società concorre a premiare le proposte radicali, non quelle moderate di centro… Il problema non è quello di una nuova offerta politica ma della razionalizzazione di un sistema politico già troppo frammentato. Serve semmai una rigenerazione dei partiti attuali”. “Occorre concorrere a organizzare un fronte largo e unitario che positivamente rappresenti un’alternativa politica all’egemonia manifesta e insidiosa di una destra illiberale, nazionalista e sovranista. Non ci possiamo permettere posizioni ambiguamente terziste”.
Pizzolato, per parte sua, è perplesso sull’idea di fare dei cattolici i “baluardi della tenuta del sistema”, a guardia di un ordine di cui in teoria continuano a contestare le ingiustizie, un’oasi roccaforte dell’esistente, votata a una moderazione che immediatamente viene scambiata per conservazione, una forza di stabilizzazione posta al centro. E ricorda che il posizionamento politico dei cattolici è sempre stato plurale, nonostante le forzature e le convenzioni storiche. “Oggi è perfino inafferrabile e indefinibile”, questo posizionamento. “Una volta, il cattolicesimo era la base della cultura popolare e dettava le scansioni della vita e gli orizzonti del sociale”, ma oggi non è più così. Con riferimento, poi, allo slogan dell’ipotizzato nuovo partito: “Antagonisti alla destra, alternativi alla sinistra” (una definizione che tenta a mio avviso con difficoltà di non mettere sullo stesso piano il tipo di diffidenza verso i due gruppi), Pizzolato obietta, ed io condivido, che non si può paragonare il Partito democratico alla destra di oggi, autoritaria e rozza. E segnala altresì che non si possono rigettare tutti i partiti, alla cui storia i cattolici hanno ampiamente contribuito. Il rischio, conclude, è quello di uno svuotamento delle componenti più ragionevoli dei due poli, contribuendo, di fatto, a una più marcata polarizzazione del Paese.
Avviandomi a concludere, mi permetto di esternare la mia convinzione che una delle ragioni (pur non espressamente dichiarata pur se, in fondo, comprensibile) dell’avversione dei fautori del nuovo partito al Pd abbia a che fare in qualche misura con la questione dei cosiddetti (una volta) “valori non negoziabili”, ben noti ai cattolici praticanti. Irrita cioè, a me pare di poter dire, il “laicismo” di una parte dei piddini, la cui rappresentante “simbolica” può essere individuata in Monica Cirinnà (ci capiamo). Sul tema, da anzianetto, oso allora fare le seguenti considerazioni: ho vissuto i tempi dei referendum del 1974 sul divorzio e di quello sull’aborto del 1981. Io, allora giovane militante dc “al fronte”, votai (ovviamente?) contro entrambi gli istituti, impegnandomi anche di persona nell’agone, diciamo, elettorale. E fui sorpreso, come buona parte dei cattolici, credo, dall’esito di dette consultazioni: nella “cattolicissima” Italia di allora, con una Chiesa ancora, diciamo, forte nella società, e il partito “d’ispirazione cristiana” con grandi posizioni di potere, il divorzio fu approvato da circa il 60% dei votanti, e, sette anni più tardi, l’aborto (argomento ovviamente ben più delicato e problematico che non il divorzio) ottenne il favore di ben il 70% dei partecipanti. Il fatto è che è la “secolarizzazione” (non tutta, certo, da disprezzare, anzi!) era avanzata già allora, e la gerarchia cattolica, e gli esponenti di peso della DC (come dimenticare le battaglie di Amintore Fanfani?) non se n’erano sufficientemente accorti. Dopo, sono arrivate le “unioni civili”, anche per le coppie omosessuali (io, che resto peraltro consapevole che le persone vanno comunque sempre rispettate, m’infastidisco un poco quando dette unioni vengono paragonate tout-court, di fatto, ai “matrimoni”). Oggi impazza la questione del “gender”, così che la differenza tra uomo e donna, ritenuta una volta un dato essenziale e imprescindibile della natura umana, è posta in discussione dalla più recente cultura sessuale. Ora c’e in ballo la proposta di legge sull’omotransfobia, che taluni temono diventi un bavaglio alla libertà d’espressione e di opinione e apra la strada a pericolose derive liberticide. E intanto le famiglie si sfasciano, i matrimoni durano poco, e non si fanno figli, è il …”refrain”. Oggi, ancora, grazie anche a internet (strumento straordinariamente positivo se si è in grado di dominarlo e di non farsi Invece plagiare), abbonda Tra l’altro la pornografia, anche nell’orribile versione pedopornografica, veicolata facilmente, appunto, attraverso gli Jphones, gli Jpad, eccetera, con le possibili conseguenze che sappiamo sui ragazzi. Sui telefonini, negli ultimi anni, c’è anche l’esplosione delle icone per i “siti di incontri”, per single e non. E la “qualità” di molti programmi TV è quella che sappiamo. In proposito non possiamo dimenticare il ruolo delle televisioni di Silvio, le prime a “sfruttare” il momento della “liberalizzazione” del sistema televisivo e a “guastare” il clima. Un Berlusconi che certi buoni centristi cattolici definivano “cattolico non comunista" (inviso, conseguentemente, ai “cattocomunisti”!).
Mia impressione è che per certi cattolici, che magari auspicano un’illusorio ed impossibile ritorno al passato, questo “marciume” (scusate il termine “moralista”) è attribuibile in gran parte alla responsabilità dei… “comunisti” (o ex), del ’68 e dei post sessantottini, dei radical-chic di sinistra, e via discorrendo. Gente che vota prevalentemente “a sinistra”, dunque, e pertanto anche il Pd. Ecco un’altra ragione, oltre alle altre più squisitamente politiche, per ritenersi, ci allora, ci dicono, “alternativi” alla sinistra. Io, invece, ho quest’opinione: i “comunisti” (passati e presenti) c’entrano poco. E non lo dico soltanto perché, avendo fatto (provenendo da una famiglia “proletaria”) il sindaco DC per anni, decenni orsono, con i “comunisti” all’opposizione, io ho sempre registrato che su non pochi valori, diciamo, cattolici” non c’erano grandi differenze tra democristiani e “compagni” di allora.
Mia convinzione, semmai, è che la situazione attuale, in Italia e nel mondo occidentale in genere, è figlia della cultura che via via negli ultimi decenni è stata inoculata in particolare dai “media” e da certi “poteri” sempre alla ricerca dell’obiettivo di “far soldi”. Comunque, e tanti. Gli adoratori del dio-denaro. Stiamo poi registrando anche i disordini, lo squilibrio e i gravi danni causati dal predominio incontrollato della finanza sull’economia reale. C’è bisogno allora, senza scomodare certo Karl Marx, di un fase di profondo ripensamento del “sistema” che abbiamo costruito, caratterizzato tra l’altro da un iperconsumismo in ogni campo. Un sistema che ha oltretutto aggravato non poco le differenze sociali: i ricchi lo sono diventati di più, e così i poveri. Un ripensamento che ci consenta di riparare almeno in parte i guasti sopra accennati. E, in questa impegnativa operazione, i cattolici, perlomeno quelli sufficientemente sensibili, possono riavere, certo, un ruolo significativo, pur militando magari in raggruppamenti politici diversi.
Tornando all’immediato, io confermo in ogni caso, per parte mia che, pur con le perplessità accennate, non mi trovo particolarmente a disagio nel PD, e non intendo cambiare. Anche perché sono convinto sia alla fine “giusto”, per uno come me, stare nell’area complessiva del centrosinistra (ma non ho più spazio, qui, per parlare anche del rapporto del centrosinistra con la “sinistra” tout court), i cui valori sono in buona parte alternativi, come ho accennato, a quelli del centrodestra, e come tali sono riconoscibili nella lotta alle diseguaglianze, alla povertà, per la giustizia, per la libertà e la dignità delle persone, immigrati compresi, per la sussidiarietà, per il lavoro, per il welfare. Una posizione, in ogni caso, che certo non impedisce ai cattolici di questa parte, ribadisco, di accordarsi, su singoli punti (ne ho giusto citati taluni, in questa mia), con quelli dell’altro fronte.
Per concludere (finalmente) davvero, segnalo che faccio allora mia la domanda che già si sono posti altri amici: può l’area del centrosinistra, con tutti i limiti e le contraddizioni che la caratterizzano, evolvere fino al punto da unificare, pur nelle specifiche diversità, questa grande area, nella convinzione che tutto ciò non solo è un valore in sé ma anche la condizione per vincere la destra e per governare?
Un’ultimissima frecciatina, in quanto tale inevitabilmente maliziosa: io sono consapevole di aver l’obbligo di rispettare comunque anche quei leader di destra e dintorni, locali e mondiali (i riferimenti non sono casuali) che hanno la tendenza, discutibile, di mostrarsi in pubblico da “devoti”. Rispettarli sì, sperando peró di non scoprire che si tratta di “cultori” della filosofia che va sotto il nome di...”vizi privati, pubbliche virtù”.

VINCENZO ORTOLINA

15 luglio 2020

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