PROFILI

Tratto dal libro "La Base nel milanese" di Gianni Mainini.

Giancarlo Moretti

Giancarlo Moretti

Giancarlo Moretti è stato un personaggio importante nella storia della DC milanese. Delegato giovanile dal ‘58 al ‘61 e poi dal ‘61 al ‘64, tessitore di iniziative socio culturali e operatore preparato e discreto, ha collaborato con tutti i big della Base. Di famiglia operaia, ha portata nella sua storia questo imprimatur di discrezione, sobrietà e realismo; per un breve periodo ha anche aderito al MCL, Movimento Cristiano Lavoratori. Ma il suo impegno sociale è stato profuso soprattutto nella sua creatura, Il Poliedro, Istituto di ricerche economiche ambientali, che si interessa di sviluppo integrato del territorio (Moretti è stato anche co fondatore di una altra associazione culturale, il Circolo Polare). Al volgere dell’anno 2014, a 77 anni compiuti, dopo una malattia affrontata con coraggio, ci ha lasciati. Lo ricorda in una commemorazione a Milano del 5.3.2015 Lino Duilio.


Inizierei col raccontare che ho incontrato per la prima volta Giancarlo quasi trent’anni fa, quando ancora non mi occupavo di politica, come poi ho fatto per vent’anni a partire dal 1993. Non so dirvi di come nacque quell’occasione (probabilmente dovuta al mio impegno di allora, di Direttore del Centro Sociale Ambrosiano, agenzia formativa della diocesi di Milano col Cardinal Martini), ma è nitido in me il ricordo dell’incontro: la conversazione avvenne in Torre Velasca, presso la sede del Poliedro, dove conobbi una persona che avvertii immediatamente come affabile, cortese, colta; parlammo di formazione dei giovani, di sociale cattolico, di crisi della politica. Era presente Giuseppe Cuomo, amico carissimo di Giancarlo, altra persona straordinaria, che avrei poi rincontrato come referente di una zona di Milano, nel corso del tentativo che facemmo di far rinascere il Partito Popolare Italiano, “rinnovando senza rinnegare”, come ebbe a dire Mino Martinazzoli, “gettando via l’acqua sporca e salvando il bambino”, come traducevamo noi in gergo più popolano-popolare.

Quell’incontro gettò le basi di un rapporto che sarebbe durato fino alla fine dei giorni di Giancarlo: oltre alla vicinanza fisica delle sedi del nostro rispettivo impegno sociale (da piazza Duomo, dove eravamo noi, a Torre Velasca ci sono poche centinaia di metri), oltre alla comunanza di idealità e di interessi, scattò tra di noi un’empatia spontanea, dovuta, per quel che mi riguardava, alla straordinaria umanità che Giancarlo trasudava. Era – la sua – un’umanità fatta di sobrietà, vivacità intellettuale, calore umano, direi di una “spiritualità” che si declinava in una grande dolcezza, la quale conquistava l’interlocutore nella maniera più naturale, sin da subito. Vorrei soffermarmi su due caratteristiche peculiari della personalità di Giancarlo che a me sembrano particolarmente pregnanti: la cifra del suo cattolicesimo sociale e la gratuità del suo impegno politico. Giancarlo trasudava cattolicesimo sociale, era “un cattolico-sociale” a tutto tondo. Non si trattava di una scelta, ma dello stigma stesso della sua esistenza: in lui l’amore per il prossimo era l’indice della sua natura più profonda, il richiamo della sua identità più nascosta, che non casualmente lo avrebbe portato, in più occasioni, a fare scelte anche professionali non all’insegna della convenienza economica o di carriera ma, andando controcorrente, della più immediata contiguità, culturale ed esistenziale, con quel mondo del sociale dal quale sembrava non voler correre il rischio di allontanarsi. Il suo stesso impegno politico appare, nella complessità e varietà del suo itinerario, come un prolungamento del suo impegno sociale, nel senso che in lui è l’agire sociale a ricomprendere quello politico e non l’agire politico a ricomprendere quello sociale. Il che, lungi dal costituire un rovesciamento delle categorie, a ben vedere rappresenta la migliore garanzia che la politica rimanga fedele al suo senso più vero che è quello di un autentico servizio al prossimo, e che venga vissuta, come è stato detto autorevolmente, come “la forma più alta di carità”;/p>

Il servizio al prossimo di Giancarlo si è declinato anche, come è noto, più direttamente nell’impegno politico; a partire dal 25 aprile 1945, con l’iscrizione alla DC, per snodarsi poi in una serie di attività e responsabilità, fino agli “ultimi fuochi”, come li chiama lui, e cioè “di fatto, per due volte, la responsabilità di “commissario” del Partito Popolare a Milano”. Di questa sua ultima esperienza ho una conoscenza più diretta, e, come Giancarlo affettuosamente mi rimproverava, qualche responsabilità più precisa. In effetti, da Segretario regionale del PPI, gli avevo chiesto di aiutarci nella ricostruzione del partito a Milano, dopo tangentopoli.

Anche in questa occasione, pur consapevole del sacrificio richiestogli, non si era tirato indietro, con assoluta generosità e nemmeno sfiorato da possibili convenienze successive. Nella circostanza, egli si mostrava, piuttosto, interessato a far rivivere quel filone culturale, a riscoprire la genuinità della tradizione popolare, a coinvolgere nuove energie da valorizzare ed impegnare nel partito e sul territorio. La cosa che mi colpiva di più era la sua grande serenità, anche nei momenti più complicati della vita di partito (un partito senza mezzi, indebitato fino al collo e totalmente esposto allo spirare del vento dell’antipolitica). In quella condizione, Giancarlo era un modello di equilibrio: sempre disponibile a prevenire e comporre le incomprensioni, sempre pacato, con quel suo sorriso dolce che stemperava ogni tensione. Anche a quattr’occhi aveva sempre una buona parola per gli altri, non parlava mai male di nessuno, sembrava la mitezza diventata persona (la mitezza che, come mi ha insegnato Martinazzoli, non va confusa con la rassegnazione). Nella vischiosità della vicenda politica dei Popolari, il nostro rapporto si consolidò ulteriormente, fino a forgiarsi di quella tempra forte, fatta di sentimenti umani e personali, che ci avrebbero accompagnato nella vita successiva. Non ci siamo più persi di vista, ci siamo incontrati e confrontati in diverse occasioni, da ultimo “sul campo” alla Fondazione Verga, altra esperienza che lo aveva visto, sin dalle origini di questa istituzione, protagonista di un impegno sociale, al servizio dei più deboli. Nonostante gli anni trascorsi, l’ho ritrovato come sempre: cordiale, dolce, appassionato, ricco di sapienza esistenziale.

Vorrei adesso avviarmi alla conclusione. Giancarlo è stato, sulla base della mia esperienza, una persona che esprime al livello più alto la grande tradizione del cattolicesimo sociale ambrosiano, con al centro la persona e i suoi bisogni, insediata sul territorio ed arricchita da quella trama di rapporti umani e sociali che dalla famiglia si allargano fino alle istituzioni. A volte mi ha fatto ripensare, confesso un poco con nostalgia, alla ricchezza di quel retroterra cattolico ambrosiano che ha fatto grande la Lombardia e dato contributi alti all’Italia, retroterra popolato da straordinarie figure, note e meno note, tutte portatrici di una ricchezza culturale e morale straordinaria: penso a Giuseppe Lazzati, a Germano Quadrelli, a Ettore Calvi, a Franco Carcano, a Vittorino Colombo, a Luigi Granelli, ad Albertino Marcora, e tanti altri ancora. Ecco, con il suo stile peculiare che univa alla mitezza del carattere la ricchezza culturale e spirituale dei contenuti, Giancarlo Moretti rappresenta, ai miei occhi, un’icona del sociale-cattolico lombardo, che merita di essere studiata per disvelarne un magistero esistenziale portatore di buoni frutti per il nostro futuro. “Lascio la profondità e l’intensità dell’amicizia, il senso “naturale”, cioè spontaneo, del dovere ovunque mi sia trovato, la speranza di essere stato utile agli altri, persone, gruppi, società o comunità che fossero”: queste alcune parole del suo “testamento spirituale”, che traggo da alcuni scritti raccolti dai suoi familiari più vicini e più cari.

Giancarlo è stato un laico cristiano che lascia il “profumo di sé”, impegnando ciascuno di noi, oltre che a farne memoria, a celebrarne le virtù, affinché il suo esempio possa vivere nell’esperienza di altre persone, disponibili come lui nel porsi al servizio degli altri.