PROFILI

Tratto dal libro "La Base nel milanese" di Gianni Mainini.

Camillo Ferrari

Camillo Ferrari

Camillo Ferarri è stato segretario della DC provinciale dal 1968 al 1973, succeduto a Marcora dopo la sua elezione al Senato. Personaggio pacato ma deciso, ha portato a termine con la sua segreteria il periodo di “maggior splendore” della Base. È diventato in seguito vice presidente della Cariplo e dell’Acri e presidente di alcune banche minori ed è rimasto punto di riferimento degli amici della corrente anche dopo la fine del suo mandato. Il testo che qui di seguito proponiamo è stato da lui vergato a mano per il Congresso Provinciale di Milano del 1976 e si trova nell’archivio del Centro Studi Marcora, Inveruno. È interessante notare come le tesi propositive di Ferrari vengono avversate per motivi opposti da Roberto Mazzotta che vincerà il congresso.


Osservazioni sulle tesi congressuali per il congresso provinciale di Milano.

“La linea di Mazzotta e di coloro che seguono le sue tesi politiche è carente sotto diversi aspetti e presta il fianco a precise critiche. Non è anzitutto chiaro dove miri a sboccare come soluzione politica concreta. Una volta rifiutato il confronto col PCI – perché di questo si tratta quando si rifiuta la linea regionale e quando si mettono ricattatori altolà al governo Andreotti con furbesche intimidazioni (la linea del Piave) – le soluzioni possono essere due: il passaggio all’opposizione, naturalmente anche a livello governativo. Ora noi rifiutiamo di consegnare ai comunisti il governo del paese in questo momento, perché non ci danno garanzie sufficienti di democraticità. Perché le ripercussioni internazionali sarebbero catastrofiche per l’Italia. Perché non esiste nemmeno una maggioranza di sinistra nel paese e si farebbe spazio alla sinistra massimalista ed extraparlamentare che di fatto diventerebbe egemone dello schieramento di sinistra. Poiché la DC ha avuto nelle ultime elezioni riconfermata la maggioranza relativa abdicherebbe ad un suo preciso dovere ove non si assumesse la responsabilità di governare. Tra l’altro, anche in Regione, a differenza del Comune e della Provincia, la DC ha la maggioranza relativa.

Una soluzione del genere vorrebbe dire mettere il paese su una linea di tensione, stante i tempi assolutamente non maturi per una alternativa democratica (bipartitismo). Tra l’altro proprio coloro che dicono di temere più di ogni altro l’avvento del PCI consegnerebbero al PCI – da solo – il potere stesso. La linea dello scontro che potrebbe avvenire tramite elezioni anticipate, alleanze nuove e strane (rottura del MSI, scissioni nei partiti laici) e qualcosa d’altro che non capisce bene cosa possa essere e non è ben chiaro nella mente di chi propone questa linea. Noi siamo contrari a questa linea. Giacché lo scontro nell’attuale situazione italiana, avrebbe una conseguenza concreta; si arriverebbe cioè ad uno scontro fisico, tipico cileno, mentre la tradizione trentennale della DC è quella della mediazione e del confronto con le forze politiche, del riconoscimento del valore e del significato dei partiti, secondo il tradizionale insegnamento di De Gasperi. Perché lo scontro porterebbe all’isolamento della DC anche rispetto all’area socialista che si dice invece di voler privilegiare e di voler riavvicinare e riscoprire. Perché in Italia, se è vero che non si governa al 51%, per il PCI, non si governa al 51% nemmeno con la DC. E con chi si farebbe questo governo al 51%? La tesi di Mazzotta esclude in modo assoluto ogni possibile evoluzione in senso democratico del PCI e dà quindi per scontato che il PCI non possa vedere maturarsi al suo interno movimenti di effettivo pluralismo, interclassismo, rispetto del gioco democratico delle maggioranze e minoranze e via dicendo. Non saremo certo noi a cadere nelle ingenuità di considerare il PCI democraticamente maturo, e lo abbiamo dimostrato rifiutando l’ipotesi di un passaggio all’opposizione con conseguente presa del potere da parte del PCI, proprio per le insufficienti garanzie di democraticità e non certo per un desiderio comunque di conservare il potere. Ma è auspicabile e deve far parte del bagaglio ideologico di ogni sincero democratico operare perché l’evoluzione verso una piena democraticità si verifichi in un partito della forza popolare e dell’importanza del PCI. A che cosa servirebbe la nostra diuturna e costante azione politica se non facesse avanzare e fermentare in positivo il Paese, e nel paese una forza predominante come quella comunista. Tutti quanti rifiutiamo l’illuministica e manichea tesi di una irrecuperabilità comunque il PCI all’area democratica e lavoriamo perché questa invece possa avvenire sia pure in tempi che non possono essere brevi. Tra l’altro la tesi Mazzotta dimentica e rifiuta le evoluzioni a livello internazionale che può avere il comunismo e che sono state più volte auspicate e riconosciute come possibili anche ad esempio nell’intervento di Andreotti all’ultimo Congresso Nazionale.

La tesi dello scontro e del passaggio all’opposizione è contraria alla linea del partito nazionale, più brevemente e più sinteticamente è contraria alla linea Zaccagnini. Ricordiamo il discorso di Galloni: sono finite le certezze delle alleanze chiare e definite, almeno per questo momento storico. Finito il centro- sinistra, inattuabili per noi il compromesso storico e l’alternativa di sinistra. È gioco forza vivere ed operare in una situazione fluida e precaria ove il compito della DC è impedire il coagularsi di alleanze definitive come il compromesso storico e l’alternativa di sinistra. Questo è possibile solo attraverso la paziente, tenace e forte strategia del confronto che non è una strategia rivolta solamente verso il PCI, ma riguarda altresì tutti gli altri partiti. Questa strategia si attua tramite il governo della non sfiducia, la giunta regionale aperta, le consultazioni multilaterali e bilaterali con i comunisti. Quello che conta è che la linea del confronto è la linea del partito, confermata unanime anche nell’ultimo Congresso Nazionale. Nei rapporto Regione-Province-Comuni la tesi di Mazzotta & C di una univocità di situazioni e di alleanze è sbagliata. Perché dimentica il pluralismo, l’autonomia delle singole realtà locali, e quindi i modi di governare, la differenza delle situazioni (maggioranze relative in Regione, come in Provincia e in Comune). Perché è dettata da un ingiustificato semplicismo e della incapacità e difficoltà di fare una opposizione efficace e positiva. Vedi ad esempio Milano. Perché i due tipi di collaborazione rispetto al PCI e alla maggioranza sono compatibili, possono essere di sprone uno verso l’altro solo che ci sia un minimo di intesa tra i consiglieri e un minimo di scambio di esperienza con onesta e seria bontà di interessi”.

In realtà le cose andarono diversamente da come auspicava Ferrari. Infatti nel 1976 Albertino Marcora viene riconfermato come ministro dell’Agricoltura nel governo Andreotti, e chiama Mazzotta a sottosegretario allo stesso ministero, (delega sintetica “Io faccio le trattative sui prezzi, tu fai le leggi”). Ma già dal ‘75 a livello politico il governo aveva iniziato una tendenza ad accordi col PCI, la cosiddetta maggioranza delle astensioni o meglio della “non sfiducia”, con l’intento di accordarsi direttamente col PCI, facilitandolo in un percorso, anche a livello internazionale, per una autonomia dalla “Casa Madre” russa. Per come si stavano evolvendo le cose, Mazzotta si dichiara contrario ad accordi impegnativi strategici col PCI, in quanto oltre che comprimere i partiti di centro sinistra, consolidano l’establishment democristiano bloccando il ricambio politico. Si ad accordi su problemi istituzionali, della sicurezza, della sostenibilità economica ma no ad accordi strategici o alla ventilata partecipazione al governo. In disaccordo con Marcora, su questo molto più possibilista, Mazzotta gli comunica che intende dimettersi. Per la contrarietà di Albertino, lo fa direttamente nelle mani del presidente Andreotti, che accetta, pur considerando la cosa singolare. Tutto questo nel febbraio 1977.