Centro Studi Marcora

Giovanni Marcora. Milano, l’Italia e l’Europa

undefinedSi intitola “Giovanni Marcora. Milano, l’Italia e l’Europa” il volume pubblicato da Rubbettino e che riporta le relazioni e il dibattito svoltosi nel febbraio 2009 a Roma, dopo una lunga fase di studi d’archivio sulle carte che furono del senatore e ministro inverunese, depositate presso l’Istituto Sturzo.
Proponiamo qui l’Introduzione, firmata dal curatore Emanuele Bernardi.
Il presente volume ricostruisce le radici spirituali, culturali e politiche della figura di Giovanni «Albertino»Marcora e ne segue la complessa e variegata attività politica.

Il percorso biografico di Marcora, dalla formazione alla Resistenza alla fine della sua attività politica, costituisce un’articolata e significativa fase storica. Indagare tale percorso consente di capire non solo uno spaccato della storia della Dc e del cattolicesimo democratico, ma
anche di comprendere, da un angolo visuale per certi versi «particolare» e privilegiato, la storia d’Italia lungo il Novecento.


Quelli che seguono sono gli atti del Convegno di studi «Giovanni Marcora,Milano, l’Italia e
l’Europa», promosso dal Centro Studi Giovanni Marcora, dal Centro Europeo Promozioni Agricole
Milano, dalla Fondazione Cariplo e dall’Istituto Luigi Sturzo e svoltosi a Roma il 5-6 febbraio
2009. In appendice agli atti, sono inoltre pubblicati gli interventi realizzati durante e dopo il
convegno stesso. Essi permettono di misurare,da angoli e punti di vista diversi, la profondità
dell’esperienza politica di Marcora. Il Comitato d’onore del Convegno era composto daGuido
Bodrato, Felice Calcaterra, Maria Grazia Crotti, Mariapia Garavaglia, Gianni Mainini, Roberto
Mazzotta, Virginio Rognoni, Bruno Tabacci, Patrizia Toia. Il Comitato Scientifico era composto da
Pier Luigi Ballini (Presidente), Emanuele Bernardi, Gianni Borsa, Alfredo Canavero, Guido
Formigoni, Francesco Malgeri, Matteo Pizzigallo, Giorgio Vecchio.
Le relazioni, attraversate da sensibilità e letture diverse dei vari momenti della storia di Marcora,
nel loro insieme consentono, grazie anche all’uso di fonti inedite oggi a disposizione in seguito
all’importante lavoro di riordino iniziato dall’Istituto L. Sturzo, di conoscere meglio e nella sua
complessità i caratteri di questa figura, messa in relazione ai diversi e cruciali momenti della storia
italiana ed europea che l’hanno vista protagonista.
Giorgio Vecchio, sulla base di molteplici riferimenti a persone e luoghi, ci introduce al periodo
della formazione e della Resistenza, ad una fase importante della costruzione della personalità di
Marcora, della maturazione e distinzione dei suoi valori ideali di riferimento. È anche, quello della
Resistenza al fascismo, un periodo di costruzione di forti legami affettivi, religiosi e politici, che lo
porteranno presto a partecipare all’attività della Dc milanese e poi alla politica nazionale. Marcora
considererà sempre il movimento partigiano un momento decisivo nella nuova fase costituente del
paese; come ricordato da Vecchio e da altri autori (come Matteo Pizzigallo), fu presto convinto
della necessità di alimentare e di difendere l’esperienza cattolica nella Resistenza dall’egemonia
delle sinistre (per questo partecipò all’attività della Federazione italiana dei volontari della libertà);
allo stesso tempo, considerò la Resistenza una fonte concettuale ed ideale cui fare ricorso per
evitare di cadere in alleanze con forze conservatrici o antidemocratiche. Le sue figure politiche di
riferimento, come sostiene Alfredo Canavero, furono Enrico Mattei, Aldo Moro ed Ezio Vanoni, e,
in secondo piano, Alcide De Gasperi. Rispetto a Mattei, secondo Canavero, si dovrebbe parlare più
che di una semplice dipendenza, di una «reciproca influenza». Con Moro, alla fine degli anni
cinquanta, «iniziò […]
una collaborazione non senza contrasti, ma fondata su una reale comunanza di idee e sulla soluzione
politica dell’apertura a sinistra». Vanoni e il suo Piano costituivano infine un punto di riferimento
costante: «Di Vanoni aMarcora era congeniale l’apertura sociale, la lotta alla disoccupazione, il
superamento di privilegi e ingiustizie economiche. La lotta al comunismo doveva essere condotta
eliminando le cause che ne avevano favorito l’ascesa. Occorreva quindi insistere sulle grandi
riforme economiche e sociali prospettate nel Piano Vanoni, anche se ciò avesse avuto come
conseguenza il contrasto con alcuni potentati economici». Più complesso il rapporto con De
Gasperi, «magari criticato per certe scelte politiche, ma a cui riconosceva una statura morale
eccezionale», mentre difficile fu la relazione con Amintore Fanfani. Nonostante la conflittualità tra
la Dc e i partiti di sinistra che caratterizzò la prima fase della ricostruzione post-bellica, nei primi
anni cinquanta Marcora e altri esponenti del partito e del mondo cattolico si convinsero che
l’esperienza del centrismo aveva dato i suoi frutti: era giunta dunque l’ora di favorire una fase di
cambiamento. Nacque così, nel settembre del 1953, la «Base». Maria Chiara Mattesini, grazie a
documenti inediti pubblicati in appendice al saggio, segue la nascita e la successiva attività della
«Base», che appare essere una corrente organizzata, seguita con motivazioni e attenzioni diverse da
esponenti della Dc di differenti generazioni e tendenze, dall’allora segretario De Gasperi, al sindaco
di Firenze Giorgio La Pira, al leader dell’Eni Mattei. Tradotta in termini politici, l’analisi dei basisti
– scrive Mattesini – «conduceva ad un riesame critico della Democrazia cristiana che [..] doveva
diventare un partito moderno e aconfessionale, le cui scelte dovevano tenere conto del suo carattere
popolare e dell’esigenza di inserire le masse nello Stato. In questo senso andava considerato il ruolo
dei cattolici: come una forza socialmente avanzata che contrastasse le posizioni conservatrici dentro
e fuori il partito democristiano».
Sullo sfondo di perplessità e resistenze delle molte personalità della gerarchia ecclesiastica che si
esprimevano criticamente verso la prospettiva di un governo di centro-sinistra, Augusto D’Angelo
sottolinea come per Marcora la collaborazione tra democristiani e socialisti non fosse una semplice
formula di governo, ma l’alleanza politica necessaria per realizzare le riforme. D’Angelo ripercorre
tutti i momenti politici in cui, nel progressivo attenuarsi delle logiche escludenti della guerra fredda,
matura la statura politica di Marcora nella Dc. Ne emergono i tratti di una figura che col tempo
affina capacità di lettura della situazione italiana, si scontra con esponenti di partito e gruppi
economici, compete con le figure maggiormente rappresentative del movimento cattolico,
giungendo ad influenzare decisioni e politiche. L’esperienza milanese del centro-sinistra, simile a
quanto avveniva ad esempio pure a Firenze, è secondo l’autore centrale per la sperimentazione
dell’inedita alleanza anche a livello governativo: la pressione della «periferia» sul «centro», in altre
parole, promossa fra gli altri da Marcora, fu determinante nell’accelerare il varo dell’alleanza.
Dentro la Dc, dagli anni sessanta in poi, Marcora costruisce un importante rapporto con Ciriaco De
Mita. Su come questa relazione si snodò nelle vicende della Dc e dei diversi governi, si sofferma in
particolare Giovanni Di Capua: «a cementare l’amicizia e una solidarietà umana autentica fra
Marcora e De Mita, c’era un retroterra comune: non di una borghesia aristocratica, bensì di popolo,
di retroterra culturale contadino, a volere trovare una definizione». Con particolare attenzione al
periodo successivo alla sua nomina a senatore (1968) e alla proposta di un nuovo «Patto
costituzionale», avanzata da De Mita nel 1969, Di Capua sottolinea come il rapporto tra i due
esponenti democristiani si sviluppi alla luce di una volontà comune di riorganizzazione del partito e
dell’individuazione di nuovi equilibri politici ed economici nel governo. La prima carica
governativa ricoperta, quale responsabile del ministero dell’Agricoltura nel 1974 nel IV gabinetto
Moro, può essere considerata quindi, per certi versi, un punto di arrivo. Nel periodo passato in quel
dicastero (tenuto fino al 1980)Marcora si trovò nel mezzo di una crisi economica internazionale,
dentro una fase di revisione delle alleanze politiche; crisi che toccò anche l’agricoltura e che il
ministro cercò di affrontare proponendo a Bruxelles una riforma della Politica Agricola Comune,
con l’obbiettivo di dare maggiore equilibrio e forza al processo di integrazione economica tra i
paesi europei ed ai rapporti con i paesi in via di sviluppo. Dialogando anche con il Partito
comunista, Marcora cercò di rafforzare la posizione dell’Italia in Europa e di tutelare maggiormente
gli interessi degli agricoltori italiani. Per far ciò riteneva necessario per l’Italia sviluppare una
maggiore capacità di spesa dei fondi europei e migliorare la propria efficienza burocratica.
Velocità esecutiva, stabilità, continuità e snellimento legislativo, concertazione e cooperazione tra le
forze produttive, responsabilizzazione, selezione e valorizzazione del merito: erano questi i valori
principali della sua concezione del riformismo. Il suo punto di vista sull’agricoltura non si limitò
tuttavia agli aspetti economici della produzione, del commercio e del lavoro nel settore primario,
ma si aprì anche con accenti inediti ai temi del rispetto dell’ambiente, della conservazione e del
rinnovamento delle risorse, di un equilibrato rapporto tra uomo e natura. Se, prima come esponente
della Dc milanese e poi come sindaco
di Inveruno (carica ricoperta dal 1970 al 1975 e dal 1980 fino alla morte) si occupò di questioni
locali, come ministro Marcora si distinse dunque anche per le posizioni assunte in politica estera.
Pure in questo campo, pur non avendo delle competenze diplomatiche specifiche,
Marcora si muove secondo idee ben strutturate, segnate dalla volontà di superare le logiche
dicotomiche della guerra fredda: «fin dagli inizi ci si rendeva conto che si trattava di impostare una
politica profondamente nuova, che coinvolgeva anche l’orizzonte internazionale – scrive Guido
Formigoni –. Un quadro internazionale di “Guerra fredda”, nella sua fase più rigida e ingessata, non
poteva dare spazio a questo vitale cambiamento necessario all’interno. D’altra parte, se il processo
di innovazione politica si fosse compiuto solo in Italia, avrebbe rischiato la marginalità rispetto alle
grandi tendenze europee. Ecco allora l’idea che esistesse un nesso fondamentale tra una politica
estera di “distensione” internazionale e di ricerca di ogni spazio per depotenziare la guerra fredda
grazie soprattutto a una nuova volontà europea – da una parte – e una politica interna riformatrice
per l’allargamento delle basi dello Stato democratico, dall’altra. Un nesso che divenne parte della
sua struttura mentale e progettuale di uomo politico». La fiducia nell’interdipendenza e nel disegno
europeo, rendeva acuto in Marcora il rifiuto di un’idea manichea della politica e della vita, come di
relazioni internazionali basate sulla categoria del «conflitto di civiltà». È in questo contesto che va
collocato il suo impegno per la legge sull’obiezione di coscienza al servizio militare di leva,
approvata nel 1972.
Il passaggio dal dicastero dell’Agricoltura a quello dell’Industria, affidatogli da Giovanni Spadolini
nel 1981, costituì l’ultimo incarico politico di Marcora prima della morte, giunta improvvisamente
due anni dopo, quando si parlava di un possibile ruolo come presidente del Consiglio. Dell’ultimo
Marcora Gianni Borsa ci presenta soprattutto l’evoluzione del pensiero economico, la formazione di
una profonda consapevolezza della crisi economica in atto e della necessità di promuovere
iniziative (di bilancio e di mercato) urgenti, virtuose e austere, seconda una coraggiosa politica di
lungo termine, in grado di richiamare tutti i soggetti politici, sindacali ed economici, come i
cittadini, gli imprenditori e i lavoratori, a «fare sistema». È un percorso, quello descritto da Borsa,
che propone una lettura della figura di Marcora quale politico ispirato alla «prassi», ad un pensiero
economico che pur nutrendosi di letture molteplici e di vario genere, non si fa costringere dentro un
rigido quadro teorico di riferimento: «Specialmente durante gli anni di presenza al governo, la
prassi marcoriana sembra infatti dettata soprattutto dall’esperienza sul campo, dalla predisposizione
di risposte più o meno efficaci rispetto a situazioni congiunturali e strutturali, commisurando gli
strumenti e le risorse disponibili con le sfide che si trovava ad affrontare. Il tutto con evidenti
oscillazioni tra posizioni schiettamente liberiste e altre forse riconducibili alla “economia sociale di
mercato” che pure affascinava il politico lombardo».

Benvenuti sul blog dedicato a Giovanni Marcora

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Benvenuti sul Blog del sito dedicato alla figura di Giovanni Marcora, un politico esemplare, che ha segnato la storia del nostro paese e di cui vogliamo tenere alta la memoria.

Giovanni Marcora (Inveruno, Milano, 1922-1983), politico democristiano, ricordato soprattutto come ministro dell'Agricoltura negli anni '70 e firmatario della prima legge italiana sull'obiezione di coscienza.


Un personaggio tra i meno "studiati" della nostra storia recente, la cui biografia offre invece diversi spunti interessanti.

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