PROFILI

Tratto dal libro "La Base nel milanese" di Gianni Mainini.

Vincenzo Bianchi di Lavagna

Vincenzo Bianchi di Lavagna

Quando si scriverà la storia della Base milanese, nel pantheon degli dei non potrà mancare Vincenzo Bianchi di Lavagna. Accanto a Marcora, Granelli e Calcaterra, l’uno fondatore e “proprietario” della corrente che ha gestito con somma capacità organizzativa e politica; l’altro ideologo e teorico, oratore; il terzo segretario organizzativo e coordinatore. Di loro è sempre stato un completamento, pur vantando una sua spiccata autonomia ideale, comportamentale e politica. Chi frequentava Via Mercato non poteva non imbattersi nella figura slanciata, elegante e seriosa di Vincenzo Bianchi: ad ogni appuntamento (un tempo sistematicamente quindicinale al sabato) del gruppo i suoi interventi erano quasi d’obbligo, dopo l’apertura di Granelli o Marcora (quando presente), sui temi del momento e di prospettiva: traspariva chiara una correttezza e una capacità di analisi non indifferente e una conoscenza delle problematiche sia tecniche che amministrative non comuni.

Vincenzo Bianchi di Lavagna, classe 1938, figlio di un prefetto che aveva girato varie province d’Italia, nato a Reggio Emilia, portava in se il bagaglio familiare, con un senso dello Stato, delle Istituzioni, della res publica non comuni, un rispetto delle regole che non era forma ma sostanza. Un signore insomma, un vero signore, nei modi e nei contenuti, negli atteggiamenti e nei fatti. Con il gusto della battuta salace e pungente, con un’aria di riservatezza quasi professorale, che solo chi non conosceva poteva interpretare come supponenza.

Invece aveva una disponibilità estrema ed una bontà di cuore non comuni, un attaccamento al “dovere” di una politica seria quanto quello del suo lavoro di esperto giuridico (laureato in legge) economista – consulente in una società multinazionale.

Nell’agosto 1986, in alcune zone del milanese si abbatté una terribile grandinate: ero sindaco di Inveruno, e subito in settembre, dopo i primi interventi e le prime ricognizioni dei danni, risultò del tutto evidente che occorrevano degli aiuti pubblici per ripristinare le strutture danneggiate.

C’era la festa nazionale dell’amicizia a Cervia: decidemmo di recarci là per parlare con Giovanni Goria, ministro del Tesoro. Il mattino presto del primo venerdì di settembre partimmo, il sottoscritto, Felice Calcaterra, i miei assessori Binaghi e Carlo Calcaterra e Vincenzo.

Ricordo chiaramente la sua preoccupazione di poter essere utile alla nostra comunità, anche perché parlamentare del collegio (ai tempi unico Milano-Pavia). Durante il viaggio animata discussione su quale richieste formulare: chiedere una legge, un decreto ministeriale, un provvedimento amministrativo. Le tesi venivano da lui vagliate con una semplicità e competenza notevoli. La sua idea era che non si dovesse fare attendere troppo i risarcimenti, cosa impossibile con una legge ordinaria. Fu così che scegliemmo la strategia del decreto o del provvedimento amministrativo, e su quella puntammo con Goria, che quasi a supporto delle nostre previsioni, ci indirizzò a Zamberletti, ministro della Protezione Civile, dove esistevano dei fondi disponibili e spendibili subito all’interno di certi capitoli (quello per la soluzione del problema del bradisismo di Pozzuoli).

In ogni caso col contributo suo e di Felice Calcaterra, “portammo a casa” una disponibilità immediata, che vide chiudersi la faccenda in tempi record con la distribuzione dei sussidi prima della Pasqua del 1987. Al ritorno Vincenzo, forse un po’ pago e più rilassato, come tutti noi, tirò fuori tutto il suo animo vero, non quello apparente di burbero e serioso, lasciandosi andare a battute e considerazioni sollazzevoli.

Mi telefonò allarmato il giorno dopo, perché aveva lasciato nel baule della macchina un fascio di giornali: erano giornali quotidiani (il Sole, il Corriere, Repubblica e qualche altro) di almeno 6 mesi vecchi. Mi confermò che doveva ancora leggerli, e che era uso conservarli per approfondire poi con calma nel tempo libero gli argomenti più interessanti. Dovetti andare a riprenderli in cantina dove li avrei poi smaltiti, ma fu realmente preoccupato quando gli dissi per scherzo che li avevo buttati.

Da lì la celia che tutte le volte che lo vedevamo con un giornale gli chiedevamo di quanti mesi fosse anche se chiaramente era un quotidiano del giorno. Vincenzo riusciva ancora a catalizzare amici e appassionati, forse più della provincia che della città, per le sue analisi politiche su una situazione in continua evoluzione, nella quale molti si sentivano spaesati ed erano in cerca di lumi. Dava tutta la sua cultura, la sua capacità di analisi, la passione nel trasmettere messaggi ora positivi ora ottimisti, più spesso pessimisti ma non disfattisti, anche perché il suo stesso impegno era testimonianza delle necessità dello spendersi per gli altri.

Nel 1995 Luigi Granelli mi aveva chiamato a segretario amministrativo provinciale per risolvere il problemi delle annose e velenose code economiche e “sindacali” del personale dopo la chiusura di Via Nirone e di Via Edolo. Ci fu un periodo in cui sembrò che il continuo peregrinare delle sedi di partito (che segnava ovviamente anche lo stato di disagio reale del PPI) avrebbe potuto terminare. Infatti la sede non proprio elegante di Via Leopardi ci dava qualche problema. Nel 1998, in vista di un rinnovo difficile del contratto, fui incaricato di fare “qualche prospezione”. Capii poi che la prospezione fu voluta da Vincenzo, che avvertiva lo stato di insufficienza della sede esistente. Cercammo accuratamente diverse alternative: le visitammo puntualmente nel giro di qualche mese, ma non riuscimmo a venirne a capo. Ma il suo impegno fu puntiglioso e martellante: spesso mi telefonava per spiegarmi la localizzazione, il costo, la necessità di un sopralluogo; mi mandava piantine e disegni: cercammo da via Washington a Via Boccaccio, nella cerchia e fuori la cerchia. Non era destino, perché inconsciamente (forse non proprio) la Margherita incombeva, con la soluzione di Piazza Luigi di Savoia. Nel 1988 costituisce a Legnano insieme ad alcuni amici locali (Ardo, Almasio, Albè, Borsani, Rotondi, Tessari e Caspani) il Centro Studi Giancarlo Puecher, di cui viene eletto presidente.

Per le sue attività politiche, che per correttezza non aveva voluto mischiare col lavoro, aveva affittato un sottotetto in Via Sella dove era la sede di Milano Metropoli, una associazione da lui fondata, che editava un periodico dal titolo omonimo. Dopo la Base, i Popolari Intransigenti, Milano Metropoli rappresentava una continuità ideale, politica, operativa di una stagione ricca di ideali, fermenti, utopie, realizzazioni che non voleva terminare. Degli articoli sul periodico si faceva carico personalmente, scrivendoli quasi tutti, assieme ad Enrico Farinone ed anche Alberto Fossati. Mentre l’indirizzario degli amici, patrimonio importante da non disperdere, era tenuto da Marino Poddesu.

Ci si trovava di tempo in tempo con alcuni collaboratori per delle riflessioni sulla situazione politica e sulle attività da intraprendere: come sempre minuzioso e informato, teneva nota di tutto. Aveva fatto i calcoli di quanto il partito la coalizione avesse incrementato la sua percentuale nelle elezioni alla camera del 1996 e al senato del 2001 grazie ad una candidatura giusta, del territorio (per la verità non l’avevo fatto nemmeno io, che ero il diretto interessato): e notavo che la sua “stima” nei miei confronti era in qualche modo aumentata, perché riconosceva la bontà di sue tesi, per cui le persone giuste possono far guadagnare consensi anche in situazioni quasi disperate.

L’esperienza di Consigliere comunale a Milano, lui che era stato parlamentare, la visse nel solito modo serio e impegnato e costruttivo; dal 2000 al 2003 come esponente della Margherita. Ha lasciato numerosi interventi sulle questioni più attuali di Milano: perse solo qualche consiglio negli ultimi tempi, quando già la malattia lo aveva minato. Ma la sua passione era la politica più che l’amministrazione, il sociale e l’economia: una sera ci invitò un gruppo ristretto al Centro Puecher di via Pantano per un incontro sulle prospettive e le problematiche della nascente Margherita, ma soprattutto dell’evolversi possibile di una situazione chiaramente in fieri e provvisoria con Ferruccio De Bortoli, direttore del Corriere della Sera, suo compagno di studio bocconiano. Ma incontri ripetuti in diverse sedi erano frequenti, con la presenza di interlocutori esterni, che era un po’ un suo pallino; si trattasse di economisti, sociologhi, storici, politologi: ricordo una sala affollata in via Matteotti con la relazione introduttiva di Bartolomeo Sorge.

Pur già abbattuto dalle terapie per curare il suo male, sembrò rifiorire a cavallo tra il 2001-2003, quando nonostante ancora visibilmente smagrito e privo della sua inconfondibile abbondante zazzera nera che soleva tirare indietro con un gesto ormai automatico, aveva ripreso la sua attività politica, con almeno tre convegni di rilievo a Milano, per gli amici della corrente. Pian piano la salute migliorava, ma si capì poi che fu solo una momentanea remissione di un male che non perdona: ricoverato in ospedale per un trapianto morì poco dopo nella sua casa di Milano il 19 agosto del 2003. Aveva avuto però il tempo, lui scapolo per scelta, di sposare civilmente Maria Angela, la donna che le si era accompagnata negli ultimi tre anni della sua vita: certamente per un sentimento d’amore ma anche per un atto di generosità verso una persona che ne aveva bisogno.

Ricordo il mesto addio al cimitero di Chiavari, in un assolato meriggio in un cimitero bellissimo – se si può dire – nel verde mediterraneo di un anfiteatro digradante verso il paese ed il mare, e la sua tomba quasi all’apice della collina, un po’ faticosa da raggiungere, ma riservata e fresca per la schermatura di una cornice di cappelle: è stato un commiato impossibile da dimenticare.